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CipriaVaniglia
Gaia Conventi, Maria Silvia Avanzato

CipriaVaniglia Prezzo del libro 14,00
CipriaVaniglia Oppure scaricalo da

Due sono le scrittrici che si sono cimentate in questo lavoro e due sono le chiavi di lettura: “CipriaVaniglia” non è soltanto il romanzo erotico vincitore di Eroxè Context 2011 ma anche un noir a tinte fosche.

Nascosti dalle mura della Wiege
– la villa decadente dove la guerra non può mettere piede –
i peccaminosi protagonisti di questo erotic-noir
stordiscono le loro esistenze per dimenticare il tragico segreto
che li accomuna. Il noir fa capolino a ogni pagina
– stemperato dai languidi “bugiardini d’amore” –
e Cora, la piccola Cora che lascia il paese per andare a servizio
da Orsola Burgenvahl, seppur diversa dagli abitanti della Wiege,
è destinata a perdersi nell’abisso.
Il potere della carne e la ricerca del piacere sono pericolosi quanto
la guerra che imperversa sull’Appennino emiliano, nel 1944.
Cora non potrà sfuggire ai suoi demoni.

Per scoprire la Wiege segreta e le scrittrici di “CipriaVaniglia”:
www.cipriavaniglia.it

Primo capitolo

I.
 
Il pozzo della Wiege

 
 
Vicino al suo piede e verde, veloce, viscido, mosso da un fremito spietato, come se la terra l’avesse sputato altrove con malgarbo. Sputato lì, in un’illusione di anelli striscianti, accanto al piede di Cora. Nella sua pantofola di rafia, l’alluce si era ritratto, le unghie avevano scalfito la punta della calzatura, il suo piede era rimasto fermo e gelido, quasi quanto la pelle del ramarro.
“È un ramarro”, Fernando l’aveva detto a voce alta e i tronchi attorno a loro avevano cessato di sussurrare, da cavità in cavità, quella filastrocca di stupore estivo e di cicale intestardite.
Lei si era girata in tempo per cogliere il lampo sicuro nello sguardo di lui: un bastone lungo dalla punta malmessa, due colpi secchi da suonare il terreno come fosse un tamburo. Fernando non aveva avuto alcun dubbio in quella sferzata; figlio di quella natura senza remore che insegna a campare privi di timori e domande.
Il rettile, spezzato, aveva avuto qualche secondo ancora per dimenarsi al suolo, attorcigliarsi nell’umida scia della sua morte, poi s’era arreso ed era rimasto immobile, in attesa che il sole lo seccasse. Era la perfetta parabola che Cora avrebbe dovuto, volente o nolente, apprendere: la vita è dura e si sopravvive solo assecondando il più forte.
 
 
“Ti fanno paura?”, lui aveva buttato a terra il bastone.
Cora non aveva risposto. Aveva fatto l’unica cosa che sapesse fare: rigare dritto. Si era rimessa a camminare nell’intrico di erbe spontanee che crescevano tutto intorno alla Wiege.
 
 
La Wiege.
La culla.
Un nome romantico e tenero che sembrava bisbigliare dietro ogni immacolata tendina alla finestra, sgorgare copioso dalle vecchie grondaie di un rosso stinto, farsi beffe del cielo sospirando batuffoli bianchi dalla bocca carbonizzata del comignolo. Eppure quella parola tedesca, sulle labbra di Fernando, non aveva nulla di consolatorio. Come se la culla, per come la vedeva lui, fosse un angolo di mondo lontano dalle regole, un ventre molle in cui invischiarsi, un antro riparato dove lasciarsi andare.
 
Quando la casa smetteva di dare lavoro, il giardino e la tenuta ne procuravano dell’altro: specie con la guerra, specie per via di Orsola.
Con la guerra, le erbacce si erano scatenate in fruscianti ragnatele verdi su ogni muro, avevano imbavagliato i serramenti e si erano aggrappate come streghe dalla schiena curva sui cancelli. Allora le candide tendine della culla davano meno nell’occhio: ogni attenzione finiva sull’incuria delle siepi, su quella Lingua di Suocera cresciuta spavalda verso il cielo, fino a ricordare spinose mani di donna, maledicenti e artigliate al vento.
E per Cora, ciabattine sottili dalla suola liscia, camminare lì in mezzo era impossibile, senza Fernando. Lui era padrone di quell’ingarbugliarsi di sterpaglia, come se le ombre tetre di quel giardino non fossero altro che un preludio d’alcova. Glielo si respirava addosso, e forse anche Cora l’avrebbe capito subito, se solo avesse smesso di pensare a sé come la ragazzina scesa dai monti.
 
 
Orsola, da diversi giorni, chiedeva soltanto estratto di salvia: quattro foglie larghe in un pentolino d’acqua bollente. La rinfrescava e le sbiancava il sorriso.
E per Cora vagare in giardino e scendere verso il vecchio pozzo, era come avventurarsi nella giungla. Tanto che Fernando la seguiva, scansava i rami caduti e le apriva un varco fra l’erba alta e i rampicanti, lungo il terriccio smosso di quello che un tempo doveva essere stato un parco. Ricevimenti e bevande fredde sotto la quercia, musica e balli nel patio, passeggiate fra le dalie in fiore: l’edera cresciuta a dismisura e il fogliame brunito scaraventato a terra, sfocavano il ricordo dei tempi andati. Impossibile immaginarsi anche solo un mughetto in quelle viscere di rovi e sassi smossi.
 
 
“Ma perché non fa dare una falciata, qui intorno?”, Cora lo chiedeva man mano che il sentiero si spianava in una discesa selvaggia, verso un piccolo edificio cavalcato da orde di glicini. Infastidita da quel dover chiedere aiuto a Fernando, certa che, con lui, ogni favore doveva essere prima o poi ricambiato.
“La signora ha messo a casa il giardiniere. Saranno due anni, ormai.” Nel tono di voce di Fernando c’era sempre qualcosa di dileggiante, come una nota di irriverenza. Specie se parlava di Orsola e se diceva “signora”. Cora non avrebbe mai osato mettere tanto veleno nella pronuncia: lei rigava dritto, da una vita.
 
 
Al suo paese era raro pasteggiare due volte al giorno, le giornate si rincorrevano rapide e violente come schiaffi di mani bagnate sul volto. Lei, del suo paese, ricordava quasi tutto. Da quello spiazzo di calcinacci sbiaditi dal sole, dove una chiesetta di un rosa invecchiato issava al cielo la sua stoica croce di ferro bruno, quelle casupole mangiate dalle intemperie, allineate come chicchi di riso in un semicerchio impreciso. E soprattutto i campi, le distese di pagliuzze che brillano al sole, il ronzio delle api, l’odore del fieno umido nel capanno, il letame ammassato di valle in valle e il suo afrore, specie d’agosto, sotto il soffio del caldo. Suo padre, un uomo dai lineamenti rocciosi, scavati malamente nel sasso. Le mani pesanti, un ciuffo di pelo fuori dalla camicia, le dita tutte bitorzoli, ferite e calli.
Quell’odore di selvatico, di vita, di sangue rosso e denso come quello del maiale. Il pianto del maiale ogni anno, sotto Natale, quando la neve concede una tregua di pochi minuti e le stalle si scaldano, il suino più grosso emette un verso che fa accapponare la pelle.
Un colpo, con quell’arnese che gli perfora la testa e poi un taglio netto alla gola.
Una ciotola, altro sangue, ma caldo e appiccicoso. E quella stessa ciotola portata alle labbra di Cora, con ansia, dalla mano sporca della mamma.
“Bevi, è ancora caldo.”
Cora ricordava tutto dell’altra vita, quella precedente, al paese, prima che si trovasse in esigenza di andare a servizio.
E si sentiva forte e capace, perché sapeva da dove venisse, anche se ora, quell’angolo di Emilia Romagna scorticato dalle intemperie e incolto, le metteva i brividi. Lì il mondo non era quello in cui sua madre le aveva insegnato a vivere, e a pensare. In quel posto gli odori erano diversi, subdoli, fino a stordire. Non erano solo i fiori selvatici a rimandarle quell’impressione di sopravvivenza, quell’attaccamento alla vita e ai suoi più vividi ed immediati bisogni. Si disse che aveva molto da imparare se voleva evitare di perdersi, non solo tra gli arbusti ma anche, e soprattutto, in quegli occhi e in quelle mani che parevano volerla rendere diversa.
 
 
C’era Fernando con lei, lui conosceva tutto della casa e di come andassero affrontate le giornate in quel posto. E, davanti a loro il pozzo, sprangato da una catena rugginosa. Era strano come ricordasse una piccola casupola, con tanto di mattoni sul tetto. Eppure, lì dentro si apriva vorace una fauce d’acqua profonda e lì, per molti anni, s’erano lavati i panni, impastando con la cenere. E adesso, di quel vecchio ricordo, non era rimasto che un basso caseggiato quasi sfuggito al mondo dei folletti, dove il glicine ricamava un saluto lugubre e storto, di un viola impudente.
“Dai, ven qué.” Fernando le faceva segno di aggirarlo, di seguirlo lì dietro dove una macchia di salvia sopravviveva all’incuria, gettando fasci di foglie profumate sul basso tetto di coppi rossastri. “Hai capito, adesso? Bisogna che vieni a prenderla qui, quando ti serve. Sei capace di tornarci da sola?”
“Credo di sì”, ma era titubante, più intenta a tenerlo lontano che a imprimersi nella memoria il tragitto che l’avrebbe riportata al pozzo.
 
Avevano staccato le foglie in un silenzio impegnato, troppo presi a stare in bilico su quello zoccolo di terra dura, aggrappandosi alla meglio al muretto del pozzo, per cedere al pensiero di quella forzata vicinanza. Forse Fernando la dava per scontata, ma per Cora era un’avventura nuova, qualcosa che la mente le rimandava come un pensiero illecito avuto nel momento in cui la veglia si insinua languida nel sonno. Certe cose non si potevano raccontare, ma a sua madre non erano sfuggite. Cora doveva imparare a rifuggire da quelle lascive morbosità, sarebbe arrivato l’uomo che l’avrebbe appagata, ma doveva esserci un matrimonio di mezzo e, soprattutto, la mesta bugia di nascondere ogni malizia. Soltanto le donne di malaffare gradivano e chiedevano, le brave madri di famiglia dovevano fingere fosse doveroso, un atto a cui concedersi, privandosi del proprio piacere. Cora non poteva chiedere spiegazioni in merito e non ne aveva reale certezza, eppure l’occhio le cadeva sulla prestanza di Fernando e doveva sforzarsi di non pensare a quella stoffa ruvida che lo strizzava in maniera quasi impercettibile.
Lei, sporgendosi, cercando d’allungarsi senza sfiorarlo, si era impigliata in un rovo poco distante.
In un attimo minuscole spine le si erano conficcate nella manica, poi giù fino alla pelle, morsicandola. Lei aveva tirato, cercando l’equilibrio e il rovo l’aveva trattenuta con quelle sue dita malefiche e arrabbiate. Sembrava che la natura volesse metterla alla prova, più cercava di fuggire a quella vicinanza, più le cose si mettevano peggio.
“Vieni qui, stai ferma!” aveva detto Fernando, con l’aria di chi sa come togliersi d’impiccio. Ma lei, quasi spaventata dalla morsa, aveva tirato ancora finché il tessuto della manica non s’era sfilacciato.
“Ecco, guarda che hai combinato” sembrava ridesse di lei forse immaginando il reale motivo di quella ritrosia, prendendo il rovo con le mani e spingendolo altrove, ingarbugliato su se stesso. Lei aveva passato le mani sulla spalla, su quel buco sghimbescio che le staccava la manica di stoffa dal busto. Lì sotto, due piccoli segni rossi di sangue color rubino, occhieggianti dalla flanella strappata. Quasi un tacito invito a posarvi l’occhio e le mani, occasione che il ragazzo non si lasciò sfuggire, seppur in quel suo modo scarno e diretto.
“Dai, fa’ vedere.” Fernando si era avvicinato e aveva sputato su indice e pollice. Poi aveva passato le dita bagnate sulla ferita. “Te la pulisco” aveva detto, ma si intuiva che non lo stava facendo per il bene di lei. Il male che avrebbe voluto sanarle era ben diverso e Cora lo capì ben presto quando lui l’aveva squadrata con calma, passandole gli occhi sul corpo con insistenza, quasi a proporle medicamenti ben più intimi, in un solenne e turpe benvenuto in quella culla, dove la carne era lieta d’assaporare il ristoro rubato all’orrore della guerra.
Con una smorfia divertita aveva allentato il cordoncino della camicia, appena appena, con le mani esperte di chi certe cose non si limitava a pensarle. Fernando non doveva aver avuto una madre che gli dicesse di tenere a freno le proprie irrequiete fantasie, quei sogni doveva già averli messi in pratica, Cora ne era certa e questo la spaventava. Lei si era fatta indietro di qualche passo a occhi bassi, e lui aveva sorriso nuovamente, di un riso amaro e impudente. “Ti metto a posto la manica, sta’ buona” aveva insistito, cercando di non buttare quell’attimo di costretta vicinanza.
“Me la vado a cucire” cercò di tagliare corto, per fuggire a quella situazione irta di pericoli e di attesa, di gola e di aspettative che mai avrebbe dovuto avere.
“Ma no, ti dico. Stai ferma, fa’ vedere.”
Di nuovo, con le dita, aveva tirato a sé il cordoncino: la blusa era scesa floscia scoprendo le spalle. Lui non voleva demordere, aveva lì davanti quella carne rosea, e, scrutandola negli occhi, sapeva che, vincendo quelle iniziali ritrosie, qualcosa di buono poteva cavarne da quel corpo che pareva fatto per essere preso.
Per quanto Cora indietreggiasse, sentiva un fitto nugolo di rovi attenderla a pochi passi dalla schiena e si muoveva in maniera rallentata, senza mai incrociare lo sguardo di lui. Il silenzio, attorno al pozzo, si era fatto pesante e sepolcrale, la sua mano aveva ceduto lentamente le foglie di salvia al terreno.
“Voglio tornare a casa” aveva mormorato, meno convinta di quanto non fosse nelle sue intenzioni.
Ma lui era vicino e molto più delicato nei modi: anche il suo perfido sorrisetto era scemato altrove con le foglie di salvia, il suo fiato le rimbalzava sulla fronte e udiva l’erba secca, in un addio scricchiolante, sotto i suoi passi. Fernando sapeva travestirsi di dolciastra bramosia, quella ragazza meritava le venisse concesso tempo, tempo ed attenzioni.
 
 
La sua mano aveva percorso incerta i bordi della blusa, cercando di non spaventarla, allentando ancora di poco il cordone finché il tessuto era spiovuto lungo i fianchi, come una farfalla giunta alla fine del volo.
Un seno era stato scoperto, finito dritto nel mirino del sole, rilasciato dalla stretta della stoffa: nudo e freddo, molle e morbido. Come una coppa di carne intatta e abbandonata sul ventre, tremolante e vergognosa. Un capezzolo cieco, ampio e chiaro lo sormontava, confondendosi con la pelle, richiuso su se stesso in una piccola grinza.
Fernando vi aveva lasciato correre sopra gli occhi e l’aveva cercato con due dita, senza curarsi di Cora e solo seguendo i movimenti di quel corpo impaurito: il respiro affannato di lei, lo stesso che scuoteva quel seno in una lieve danza agitata, in alto, in basso.
Le dita erano state sul punto di sfiorare quel frutto rotondo e gelato, di pelle strofinata col sapone e tante volte soffocata in una blusa ben allacciata. L’ombra di quella mano aveva avvolto tutta la timida cupola svestita, senza azzardarsi a sfiorarla, eppure restando tanto vicina da poterne percepire il calore. Il capezzolo sul punto di incontrare una carezza e disegnare un breve cerchio soffice sul palmo di lui, fra i rovi e il glicine.
Fernando, gli occhi languidi a quelli di lei, decise di fare quel passo, era certo che lei non sarebbe fuggita, glielo diceva quell’ansare carico d’aspettative. Eppure il cuore di lei improvvisamente si impose di rallentare la corsa, Cora serrò le labbra in un impeto d’autocontrollo e lasciò il giovane a chiedersi se quell’odio fosse rivolto a lui o a se stessa. In quell’attimo in cui l’istinto aveva ceduto il posto al ricordo degli insegnamenti che si portava in dote, Cora aveva coperto la sua nudità col braccio e, senza dire una parola e tirandosi la blusa fino al collo, era tornata di corsa verso la Wiege.
 
 
Fernando la guardò, finché l’incedere di lei, quasi convulso, non gli strappò un sorriso. Il tempo non gli mancava, avrebbe atteso, l’avrebbe attesa.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Bugiardino d’amore
 
argentomuschio

 
Notai che aveva la calligrafia riposata, di un pugno molle e docile che accompagna il pennino e stende inchiostro con la giusta oculatezza, senza insistere sulla carta.
Annotava quasi tutto in quel suo libercolo dalla copertina divelta, in pagine giallastre e assottigliate dall’uso. Nel farlo, passava frenetico una mano fra i corti capelli scuri e sul viso sbarbato di fresco, fino a salire alla montatura scintillante degli occhiali e assestarli sul naso.
A vederlo, veniva da pensare a un professorino, non escludo che lo fosse.
 
Il suo viso così ossuto e spigoloso sembrava un muso di faina, strizzava gli occhi e guardava la carta, si umettava il labbro, ricominciava a girovagare con la mano sul volto, era nervi tesi, ansia liquida, mille piccole fissazioni mai superate.
 
 
Calcolava, anche parlando, la forza da inserire fra le parole: lì dove voleva colpirti e affondarti, il suo tono si faceva più limpido e scandito. E allora ti aveva in pugno e i suoi occhi si fissavano ed entravano in te, attraverso le lenti. Allora percepivi, nella voce, la lisciante promessa di un suolo coperto dal muschio e la ridente nota di un argento chiacchierone, tanto meno timido e serio del previsto. Allora, come la spinta del suo pugno attorno al pennino, rilassava i toni e si mostrava nel suo sorriso curioso, proprio al centro di quel viso anonimo e astuto.
 
 
Quindi era lui, ti tempestava del dolce calore delle mani, strappava un sorriso, ti appariva sollevato di averti di fronte, alla luce della lampada, nella sua seconda casa. E il taccuino finiva nella borsa di pelle, gli scioglievi le gambe e togliendogli gli occhiali pensavi di aver di fronte un buon amico.
Era bello in quei momenti saperlo come bambola pronta a nuovi giochi, quando gli aprivo la camicia e iniziavo a mordicchiarlo sul collo, i denti appena percettibili sulla pelle giovane e profumata d’erbe. Affonda il morso, diceva ridendo, perché io possa ritrovarti davanti ad ogni specchio in quel rossore che mi lasci sulla carne.
Così facevo, stringendolo a me e lasciandogli scie d’artiglio sulla schiena. Il mio professorino era, in fondo, un giovane allievo alla ricerca della deprecabile condotta in amore. Fu bello sentirgli mormorare che ero la sua maestra, anche quando, legato stretto a quel letto, ridendo mi diceva  d’essere mio prigioniero. Mentre fingevo di baciarlo per poi ritrarmi giocosa, lasciandolo a bocca aperta, speranzosa e calda, guardavo la sua gola. Lì le mie labbra avevano stampato il marchio del possesso, e sotto, sotto la carne e la vita, quell’ugola dalla voce finalmente libera di sgorgare.
 
 
Limpida, anche se roca nel chiedere, quando si abbassava di quel tono che voleva dire che il gioco ormai l’aveva reso pronto. A cavalcioni, sopra quel sesso che tanto voleva imparare, gli chiedevo di parlarmi, di non smettere, finché, finalmente, le nostre voci si univano in un comune inno all’amore.
 
 
Gli insegnai molto, mi diede altrettanto, non gli dissi mai che, in quel collegio in cui, bambinetta, avevo appreso l’arte del gioco dei lacci e dei morsi, il mio amante e giovane professore, aveva i suoi stessi occhi. La sua stessa voce.
 
 
 
 
 
 
 
 

Anno pubblicazione

2011

Pagine

219

Formato

14x20 cm

ISBN

978-88-95412-28-3

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