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CUORI INFRANTI E UNA TAZZA DI TÈ
Cloe Incanto

CUORI INFRANTI E UNA TAZZA DI TÈ
Prezzo del libro 2,99
CUORI INFRANTI E UNA TAZZA DI TÈ  Oppure scaricalo da

Trovarsi davanti a una tazza di tè per Livia, Tiziana, Sabrina, Lavinia e Carlotta è un momento speciale per confidarsi e raccontarsi senza false ipocrisie. Casalinghe o donne in carriera, hanno ognuna il proprio carattere, delle affinità particolari, finanche un proprio modo di vestire: chi ama i vestiti firmati e chi i jeans, i golfini di cachemire o gli abiti etnici. Donne che sono mogli, ex mogli, amanti oltre che madri e vivono le storie d’amore secondo il loro temperamento e il loro cuore.

Primo capitolo

 
LAVANDO I PIATTI
 
«Ha un’altra.»
Livia appoggiò il piatto sul lavabo, mentre cercava di avvicinare di più la cornetta del telefono all’orecchio. Il guanto produceva l’effetto saponetta e riuscì, con una manovra stranamente agile per i suoi standard, ad afferrare la cornetta prima che si schiantasse al suolo.
Chissà perché tutti telefonano quando stava lavando i piatti. Credeva di essere l’ultimo reperto preistorico che amava lavare i piatti a mano, lo scorrere dell’acqua, le bolle di sapone, che la rilassavano e le permettevano di ripensare alla giornata appena trascorsa.
Anche se trovava più divertente lavare i piatti in compagnia: qualcuno componeva pile improbabili di piatti sporchi, altri fingevano di offrirsi volontari per lavarli e i bambini e le nonne asciugavano, mentre il clima che si creava attorno facilitava confessioni e pettegolezzi.
Un antico rito pagano molto coinvolgente.
Le mancava il chiacchiericcio e la condivisione di certe sere trascorse in famiglia quando era piccola. Molti segreti inconfessabili erano venuti alla luce fra uno strofinare di piatti e stoviglie.
Non si può ottenere la stessa intimità con una lavastoviglie.
«Livia ci sei?»
La voce di Lavinia suona irritata. Lei era fatta così, quando telefonava non si presentava mai.
Che ci voleva a dire ”Ciao, sono Lavinia come butta?”.
Invece ti obbligava, come nei quiz, a cercare la risposta giusta: sarà Lavinia, che essendo americana ha quell’inflessione particolare nella voce, o Doriana con il raffreddore?
Ma Lavinia non si poneva questo dilemma, lei amava essere al centro dell’attenzione e i problemi erano solo i suoi.
«Cosa ha fatto Gustavo questa volta?» domandò Livia rassegnata.
La sua voce doveva avere un tono un po’ canzonatorio, perché Lavinia si mise subito sulla difensiva.
«Lo so che tu nutri un debole per Gustavo» si inalberò, «ma sono io quella che lo ha sposato e sono io che devo difendermi dalle donne che tentano di portarmelo via.»
Livia bofonchiò una frase senza senso, mentre Lavinia, che non la ascoltava, ma la stava usando come psicologo a gettone, iniziò a raccontare della studentessa che telefonava a ogni ora e chiedeva del prof. Braschi.
«Potrebbe essere sua figlia visto che ha la stessa età di Giuditta.»
Bla, bla, bla.
Livia cercò di fermare quel fiume di parole.
«La ragazza sta preparando la tesi con lui?» azzardò, tentando di inserirsi nei suoi lamenti.
«Che c’entra?» si difese Lavinia e continuò a i motivi per cui sospettava che Gustavo avesse una relazione.
Livia si chiese per l’ennesima volta quali traumi infantili potesse aver subito Lavinia per comportarsi così.
Conosceva Lavinia da dodici anni, da quando i loro figli, Riccardo e Michele, avevano iniziato a frequentare la scuola materna e ancora non si capacitava della sua insana gelosia.
La prima volta che l’aveva vista, davanti al portone della scuola materna, il primo pensiero era stato: “Sembra Sharon Stone, se facciamo amicizia non la presento a Paolo.”
Lavina era troppo bella per essere vera. Bionda, occhi azzurri, un fisico perfetto, quello che ogni donna vorrebbe avere e non avrà mai.
Gli occhi degli uomini presenti erano solo per lei, sguardi sfrontati, fuggenti, già rapiti da quella sua aria tormentata.
Lei sembrava non accorgersi di nulla, troppo presa dai suoi pensieri.
«Sei fortunata tu che non hai sposato un professore universitario» sospirò al telefono Lavinia prima di salutarla in fretta.
Livia rimase con la cornetta a mezz’aria. Considerati i risultati che otteneva, il metodo di Lavinia era geniale! Si sfogava e lasciava gli altri nei casini.
Ogni volta che Lavina iniziava la sua “lagnatela”, Livia finiva per rimuginare sulla sua vita familiare e non era tutte rose e fiori. Un marito-valigia che, vista la frequenza con cui passava da casa, rendeva lei quasi vedova e il loro figlio quasi orfano.
«Mamma, ci sei?»
Michele sbatté la porta, anche se Livia l’aveva pregato un miliardo di volte di non farlo.
«Sono in cucina» urlò. «Non dovevi rimanere a scuola e mangiare un panino?» si informò, sempre urlando, mentre apriva il frigorifero per cercare qualcosa da cucinare.
Suo marito sosteneva che da quando era nato Michele il suo tono di voce era aumentato progressivamente con la sua età fino a raggiungere toni da altoparlante. Livia si limitava a elargirgli un sorrisino di compatimento quando se ne usciva con quelle simpatiche battute, lui non era a casa con Michele tutti giorni.
La sua amica Federica, dopo anni di urli nelle orecchie insensibili di suo figlio Luca, aveva dovuto operarsi alle corde vocali e purtroppo non riusciva più a raggiungere i toni alti di un tempo.
Michele entrò in cucina, afferrò un pezzo di pane, qualche fetta di prosciutto, si tolse le scarpe e si piazzò davanti alla televisione, tutto contemporaneamente.
«Sei in anticipo…»
«Il professore aveva un impegno» la informò laconico, già assorbito dal cartone animato in tivù.
«Ti preparo un piatto di pasta.»
«Mangio un altro panino.»
Fine della conversazione.
Livia tagliò a metà un panino e tornò con il pensiero a Lavinia.
La prima volta che aveva visto Lavinia aveva pensato a una fata, a una creatura incantata del bosco, mentre la prima volta che aveva incontrato Gustavo la sensazione era stata: forse se lo bacio da rospo si trasformerà in principe. E per giorni aveva continuato a chiedersi come fosse possibile che una donna splendida come Lavinia stesse con un uomo come Gustavo.
Fino a quando non li aveva conosciuti davvero.
Lavinia era una donna bellissima, ma fragile e affetta da mille fobie, Gustavo un principe racchiuso in un corpo da gobbo di Notre-Dame.
Gustavo adorava sua moglie, viveva per un suo sorriso e soffriva in silenzio per la sua insana gelosia che la portava a comportarsi da pazza. Lavinia, come la goccia che scava la roccia, anno dopo anno, con le sue assurde scenate di gelosia, stava uccidendo senza accorgersene l’amore che Gustavo provava per lei.
Livia aveva cercato mille volte di affrontare questo argomento con lei, ma se Lavinia discuteva di figli, lavoro, casa, i suoi sentimenti erano off limits, al contrario di Sabrina, loro comune amica, che se non la fermavi, dopo averti descritto con minuzia le mutande del partner del momento, scendeva in dettagli che interessavano solo un frequentatore di locali per scambisti.
Il campanello trillò. Livia andò ad aprire e si trovò davanti Riccardo, uno dei “gemelli”, figlio di Lavinia, biondo e occhi azzurri come lei.
Giuditta e Riccardo, i figli di Lavinia e Gustavo, avevano lo stesso fisico della madre e l’anima di Gustavo: ragazzi davvero deliziosi. Uguali fisicamente come due gocce d’acqua.
«Ciao Livia, c’è Michele? Volevo chiedergli se viene ai campetti a giocare a basket.»
Tempo cinque minuti e si ritrovò sola.
Il telefono squilla di nuovo.
«Ciao, sono Sabri, vieni a bere un tè, ho un diavolo per capello.»
«Dovrei stirare» buttò lì Livia, ma la sua voce era poco convincente.
«Stiri domani, fra cinque minuti sono sotto casa tua.»
Livia si precipitò a indossare un paio di jeans e una maglietta pulita.
 
«Edo mi fa impazzire.»
Sabrina si era seduta al tavolino centrale del bar e aveva acceso una sigaretta, fregandosene altamente del divieto di fumo. Aveva un diavolo per capello, i suoi capelli rosso fuoco erano più incandescenti del solito.
«Hai cambiato colore?» domandò Livia, versando una bustina di zucchero di canna nel suo tè.
L’odore di arancia si diffuse nell’aria. Livia adorava gli aromatici. Con la sua amica Carlotta si divertivano a scovare sempre aromi nuovi.
Sabrina bevve un sorso del suo tè deteinato con dolcificante e sbuffò.
«Hai capito cosa ho detto? Edo mi fa impazzire.»
«Non mi pare una grossa novità» le fece notare Livia.
 «Lo iscrivo ai Salesiani, questa volta è sicuro.»
Sabrina minacciava di mandare Edo a scuola ai Salesiani da quando lui aveva circa sei anni e ormai sortiva lo stesso effetto del governo sui cittadini quando prometteva che avrebbe preso provvedimenti seri per fermare la delinquenza.
A Bologna, l’Istituto dei Salesiani era una scuola privata gestita da preti, famosa per la sua disciplina. Almeno una volta nella sua vita un genitore aveva minacciato i propri figli di spedirli là.
Faceva parte del folklore cittadino.
 «Mi stai ascoltando, Livia?» si spazientì Sabrina, avvolgendo l’amica in una nuvola di fumo.
Livia annuì, tossendo.
«Ho scoperto che fuma spinelli» la voce di Sabrina tremò.
«Certo che anche tu non sei un buon esempio» le fece notare Sabrina.
«Vuoi dire che ho l’abitudine di andare in giro strafatta?» si offese Sabrina.
«No, tu hai una droga naturale che ti mantiene su di giri tutto il giorno, però cara tutto questo fumo non è un buon esempio.»
Livia tacque. Stava diventando una pallosa moralista.
Le due amiche si guardarono e restarono in silenzio per un po’.
Livia sapeva che Sabrina stava riflettendo sulle sue parole, lo faceva sempre dopo averla mandata a quel paese.
Livia mordicchiò uno dei biscotti che avevano portato con il tè.
«Sabri, è un’età stupida lo sai, basta un amico che ti incita a provare…» Livia cercò di tranquillizzare l’amica, ma capiva che era la solita frase senza senso. Immaginò di trovarsi nella stessa situazione.
Sabrina la guardò dritto negli occhi.
«Michele non lo farebbe mai» affermò, spegnendo la sigaretta nel piattino dove prima c’erano i biscotti, era vietato fumare e non c’erano posacenere.
Sabrina possedeva la capacità di seguire il filo dei suoi pensieri. Livia pensò che fosse una donna molto semplice e, malgrado fossero tanto diverse, esisteva un legame speciale fra loro.
«Tu lo conosci, mio figlio non è mai stato come Michele, Riccardo o i gemelli. Edo è sempre stato Edo, quello che combinava guai già a quattro anni. È riuscito a farsi sospendere e ha cambiato cinque scuole in tre anni da quando ha iniziato le superiori.»
Sabrina sospirò e la sigaretta tremò fra le sue mani.
Livia avrebbe voluto dirle che la colpa non era di Edo, ma sua e di Giuliano, il suo ex marito, che l’avevano usato come merce di scambio nella causa di divorzio, dopo anni di tensione, ma a cosa sarebbe servito?
«Se vuoi parlo con Michele per capire se sa qualcosa, anche se i ragazzi fra di loro sono molto solidali.»
«Può essere un’idea» Sabrina guardò l’orologio e si alzò con la velocità dello shuttle quando scompare nello spazio.
«Dio, com’è tardi!» aggiustò la maglietta che a malapena le arrivava all’ombelico e lasciò le sue labbra stampate su una guancia di Livia.
«Scusa, ma devo scappare non voglio far aspettare Osvaldo.»
Livia la osservò sculettare verso l’uscita. I pochi clienti di sesso maschile presenti si voltarono a guardarla. Si chiese pigramente, raccogliendo le briciole dei biscotti rimaste sul tovagliolo, quanti anni avesse Osvaldo.
Sabri era una di quelle donne che aveva fatto della fine del suo matrimonio un affare. Giuliano, il suo ex marito, pur di liberarsi di lei in fretta e rifarsi una famiglia con una baby modella, l’aveva liquidata con la casa e una cifra astronomica, liberandosi anche di Edo.
Dalla nascita del figlio avuto dalla nuova compagna aveva incontrato Edo due o tre volte in un anno.
Si alzò. Non tentò un’uscita trionfale dal bar, tanto non avrebbe sortito l’effetto di Sabrina.

Anno pubblicazione

2017

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