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DUE MARITI PER SANJA
Cristina Orlandi

DUE MARITI PER SANJA
Prezzo del libro 2,99
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Sanja, di origine bosniaca, vive in Italia dal 1992, anno di inizio della guerra dei Balcani.
Quando lascia la ex-Jugoslavia, Sanja ha la sensazione di aver perduta per sempre la gioia di vivere; nonostante ciò, seppure con molta fatica, Sanja in Italia si ricostruisce una nuova esistenza: trova lavoro e decide di vivere con Massimo, compagno dolce e affettuoso, con cui progetta di sposarsi. Nel 2005 Sanja, che al momento vive in una condizione di relativa serenità, decide di effettuare un breve soggiorno a Sarajevo, la città dove è nata e in cui ha vissuto fino allo scoppio della guerra, per vendere la casa di proprietà. A Sarajevo Sanja ritroverà le proprie radici, riscoprendo più vivo che mai il legame con i ricordi del passato.
In particolare, a Sarajevo Sanja ritroverà Javor, il primo, perduto amore, e l’incontro stravolgerà di nuovo il corso della sua esistenza: il sentimento che ancora unisce Sanja a Javor metterà infatti in pericolo il matrimonio con Massimo.
Sarà grazie alla propria indole indomita e alla sua singolare intelligenza che Sanja troverà la soluzione, che le permetterà di far convivere in perfetto equilibrio la nuova relazione e l’amore del passato.

Primo capitolo

MAGGIO, 7, 2005
 
«I signori passeggeri sono pregati di allacciare le cinture di sicurezza. Tra 15 minuti atterreremo all’aeroporto di Sarajevo. La temperatura in città è di 22 gradi centigradi, il tempo è buono. Lufthansa vi ringrazia per aver volato con noi, e vi augura un buon soggiorno.»
Sanja teneva la fronte appoggiata al finestrino da quando era salita sull’aereo, a Milano. La voce della hostess, sebbene fosse chiara e amplificata dal microfono, le giungeva ovattata come se provenisse da un punto lontano.
«Un buon soggiorno» ripeté mentalmente, «sarà di sicuro un soggiorno da ricordare» pensò con amarezza.
Sanja era fuggita da Sarajevo nel 1992, all’inizio del conflitto dei Balcani. La guerra non era la cosa più orribile che le fosse capitato di incontrare: in fondo, la guerra la facevano gli stupidi che non riuscivano a trovare una soluzione ai loro problemi, e gli stupidi erano dotati di una funzionalità che permetteva a chiunque di incontrarne almeno uno al giorno.
No, tanti stupidi in un colpo solo non erano certo la cosa peggiore che potesse capitare a Sanja. La cosa peggiore era stata la perdita di persone care. Il suo papà se ne era andato in una notte di luna piena. Un attimo prima era a tavola con gli amici, e un attimo dopo era caduto a terra, stroncato da un infarto. Ecco, questa era la cosa peggiore che a Sanja fosse mai successa, non l’aver visto la guerra.
Ma la guerra aveva causato cambiamenti, obbligando Sanja a decidere di fare qualcosa che, in altre circostanze, non avrebbe mai nemmeno pensato.
La casa non era più sicura, e Sanja aveva una bambina di soli tre anni. Era andata così. Un giorno era convinta che la sua città e la sua casa fossero i posti più sicuri del mondo, dove non sarebbe mai potuto capitarle niente di brutto, e un attimo dopo i fischi delle bombe facevano paura. Una paura vera. A farle venire voglia di andarsene era stata l’improvvisa presa di coscienza che la sua vita e quella della figlioletta fossero in mano agli stupidi che facevano la guerra, e la loro sopravvivenza affidata al caso: tutto dipendeva da quanto potessero cadere vicine o lontane le bombe sganciate dagli aerei in volo.
No, Sanja non aveva messo al mondo una figlia affinché finisse smembrata da un’esplosione. Bisognava andarsene. Un obolo di carità alle pie suorine di un’associazione umanitaria e due biglietti di un treno per arrivare a Roma. Simpatiche, le suorine. Loro e la loro lodevole associazione, che aiutava chiunque fosse in grado di elargire una generosa donazione. Furbe, loro. Ma Sanja non amava perdere tempo a giudicare il comportamento altrui. L’aiuto delle suorine era mercenario, ma poco era importato a Sanja, che comunque e per fortuna disponeva di sufficienti risorse economiche per far fronte alle richieste economiche delle religiose. Inoltre, l’organizzazione era impeccabile. Dopo un breve soggiorno a Roma, dove Sanja aveva potuto sistemarsi nei dormitori del convento salesiano, Sanja era di nuovo in viaggio. Verso Bologna, dove c’erano maggiori possibilità di trovare lavoro.
Erano passati tredici anni, durante i quali erano successe tante cose. Radmila, la figlia, era cresciuta, ancora tre anni e avrebbe terminato il liceo. Sanja, a Bologna, aveva trovato il proprio cuore. Il cuore che stava sotto i portici, nelle case con i cortili interni, nei mattoni rossi con cui erano state costruite le case medioevali. E ancora, nei musei, nell’intreccio delle viuzze del centro storico, e soprattutto nell’antica rete di canali che anticamente attraversavano la città. Poi erano stati per la maggior parte interrati, ma alcuni erano ancora navigabili. Altri lo erano solo parzialmente, era possibile percorrerli partecipando a un percorso guidato, organizzato da un’associazione culturale. Poi c’era la rete di sotterranei, alcuni percorsi da canali, altri asciutti. Non tutti erano transitabili. Teatro di leggende che volevano fossero commessi delitti di vario genere, conferivano alla città un’aura di magia, di mistero. Impossibile non amare Bologna, città dai portoni che nascondevano altre piccole città, dai ristoranti che offrivano cibi squisiti, dalle persone gentili. La guerra era finita, ma Sanja non aveva il coraggio di tornare a vivere a Sarajevo. C’era bisogno, come alla fine di ogni conflitto, di speranza per ricostruire, e Sanja aveva trasferito in Italia tutte le sue speranze. Aveva un lavoro, una casa, la figlia parlava e scriveva in italiano in maniera pressoché perfetta. Anzi, Radmila aveva quasi dimenticato la loro lingua di origine, nonostante Sanja cercasse di parlarle alternando entrambi gli idiomi. Ecco, durante gli ultimi tredici anni, Sanja si era integrata così bene da sentirsi ormai italiana a tutti gli effetti. Il vissuto precedente, nel territorio della ex-Jugoslavia era, appunto, qualcosa di precedente, che Sanja avrebbe voluto lasciarsi alle spalle. Girare la pagina, e dimenticare il passato. Continuare quello che si è iniziato altrove, senza rimpianti.
Non era possibile dimenticare, e nemmeno non rimpiangere. Non era stato difficile cambiare vita, la difficoltà stava nel cercare di evitare di guardarsi indietro. Forse ci sarebbe riuscita, dopo quel viaggio, quell’ultimo viaggio a Sarajevo, con lo scopo di avviare le pratiche necessarie a mettere in vendita la sua vecchia casa.
Per cacciare gli sciacalli che, durante la guerra, avevano occupato l’appartamento di sua proprietà, Sanja aveva dovuto rivolgersi a un legale. La pratica era stata lunga e complicata, ma alla fine Sanja era riuscita a spuntarla. Appena ricevuta comunicazione, Sanja aveva organizzato la partenza.
L’aereo era atterrato. Subito dopo, Sanja si diresse verso lo studio dell’avvocato per ritirare le chiavi di casa, senza nemmeno passare dall’albergo a posare la valigia. Quindi, percorse a piedi il breve tratto dall’ufficio del legale al proprio appartamento. In realtà, aveva ancora almeno un paio d’ore di tempo prima dell’appuntamento fissato con l’agente immobiliare, ma Sanja non voleva mancare a un altro appuntamento, decisamente più importante.
Nonostante fosse quasi certa che lo avrebbe incontrato lì, Sanja sobbalzò al suono della voce del marito, che la accolse appena aprì la porta di ingresso.
«Alla buon’ora! Ce ne hai messo, di tempo.»
«Javor! Eccoti qui, alla fine! Veramente, sei tu quello che è sparito.»
L’uomo fece dono alla moglie di uno dei suoi irresistibili sorrisi. Quel sorriso e quello sguardo capaci di fargli perdonare qualsiasi cosa. Era sempre stato così, tra Javor e Sanja.
Quanto le era mancato, negli ultimi quattordici anni! E ora era lì, davanti a lei. Sanja si aggrappò a una mano del marito, sorridendogli a sua volta, mentre davanti ai suoi occhi, come se vedesse un film, le scorrevano i ricordi della loro vita insieme.

Anno pubblicazione

2017

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