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L'enigma del Toro
I Semi Neri

Ne “L’enigma del Toro” gli Autori hanno voluto elaborare una speciale saga familiare in omaggio al territorio padano, in primis (nel ristretto a quello modenese, ma anche, in senso allargato, a quella parte d'Italia che sta a cavallo degli Appennini,
tra Firenze, Bologna, Modena e Reggio).
E parte la saga dei Tarvisi (borghesi poi nobili e simbolo di tante famiglie che questo furono dal dopo-Medioevo all'epoca nostra) con un avvenimento che tanto ha toccato i padani, e per empatia anche l'Italia tutta: il terremoto del maggio 2012,
un sisma che si ripete dopo altri che hanno lasciato scie di lutti e ricordi in queste terre, tant'è che il lettore viene proiettato a un altro evento disastroso ed epocale di secoli prima, quello di un sisma terribile che si verificò in pieno Cinquecento.
È questo un libro dove i segreti (e con essi i colpi di scena) si susseguono senza dare al lettore possibilità di tregua: v'è un incalzare di avvenimenti e un continuo saltare nel tempo, dalle origini della stirpe consapevole di se stessa e che costruisce
le sue fortune mentre cova e nasconde i suoi terribili segreti.

Gian Carlo Montanari  

Primo capitolo

PROLOGO

Fuggiva. Sapeva di dover correre, altrimenti sarebbe stata la fine. In quella notte popolata di ombre, contava soltanto il rombo del motore della sua Ducati. Il ruggito del V4 da 200 cavalli riempiva il buio della strada che appariva strettissima, tagliata dagli occhi di luce della motocicletta.
Era sempre stato bravo a fuggire, e avrebbe dato il meglio di sé. Le persone, da cui scappava, erano ombre che abitavano il fossato e i filari di viti, appena fuori dalla sua coscienza. Erano in agguato laggiù, dove il rombo del motore era appena un sibilo, dove i fari erano impotenti.
In attesa.
Lui sapeva chi erano, eppure non ricordava i loro nomi né i loro volti, come accade alle creature che popolano gli incubi, famigliari eppure estranee e spaventose.
Non lo avrebbero catturato.
Aprì il gas e la moto scattò in avanti, nervosa come un purosangue appena domato, una lunga lama rossa che feriva la notte. Intorno a lui un paesaggio scuro scivolava ai lati della moto lanciata a velocità folle. La vista era stanca e le palpebre pesanti, ma non osava rallentare. Non voleva vedere la massa scura del grande SUV che lo attendeva nel buio, pronto a colpire. Non poteva lottare con loro, doveva fuggire lontano dove mai avrebbero potuto trovarlo.
Folli. Erano pazzi, mostri che avevano venduto la loro anima al più oscuro dei demoni. Chi erano? Lui non lo ricordava. Rammentava solo volti distorti dall’odio, gli occhi trasfigurati in pozzi neri di malvagità.
Accelerò ancora, tirando le ultime due marce. Poi scalò, quando giunse all’incrocio con la strada più grande. La moto era una sportiva di razza e obbedì schiumando rabbia ai suoi comandi, rallentando.  Conosceva quella strada, l’aveva percorsa centinaia di volte. Sapeva che l’avrebbe condotto in salvo. Senza fermarsi la imboccò e accelerò di nuovo, ebbro del motore che gridava sotto di lui.
Fu allora che apparve la luce. Era lontana ed invitante, così diversa dalla tenebra che lo avvolgeva. Era grande, calda. Lo chiamava, pronta ad accoglierlo.
Lui accelerò ancora, senza esitare. Solo la luce e il rombo del motore contavano nel buio. Nessuno lo avrebbe avuto.
La grande luce lo chiamò e lui si abbandonò ad essa, senza riserve, come un giovane amante. Lo circondò, scacciò via le ombre, sconfisse il gelo.
Esplose, liberatoria, intorno a lui.


CAPITOLO 1
L’INCIDENTE

Le sirene irruppero nel silenzio della notte. Tutta la statale era illuminata dalle luci dei lampeggianti. Quattro volanti, due ambulanze, due autopompe dei Vigili del Fuoco che squarciavano la notte con i potenti fari.
L’ispettore Marcello Prandi posteggiò la Mazda3 nera, vicino a una delle volanti e scese dall’auto. Come amava fare quando giungeva sul luogo di un incidente o di un crimine, camminò da solo per alcuni minuti in mezzo ai rottami per farsi un’idea, prima di ascoltare i suoi collaboratori.
Che macello.
I Vigili del Fuoco stavano spegnendo le fiamme che avevano devastato un grosso TIR, incastrato tra il fosso che costeggiava la strada e un albero. Vicino giaceva la carcassa martoriata di una moto di grossa cilindrata, sotto la quale era schiacciato il cadavere del conducente, sfigurato dal fuoco.
“Che cosa è successo qui?” - domandò Prandi, quando raggiunse il collega Antonio Marini. L’odore di bruciato penetrava la gola e feriva gli occhi.
“Vede anche lei, ispettore. Una moto di grossa cilindrata, da quello che è rimasto forse una Ducati, è piombata su quel TIR carico di fertilizzante. La moto non ha frenato, mentre abbiamo rilevato una profonda frenata del TIR”.
“Quando il conducente ha visto la moto venirgli addosso, ha sbandato nel tentativo di evitarla - suggerì Prandi -  purtroppo ha perso il controllo ed è finito contro quel grosso cipresso”.  
“Poveraccio. È morto per evitare l’incidente, ma è stato tutto inutile. Anzi. Il serbatoio del TIR si è rotto nell’impatto e ha inondato di gasolio la strada e la motocicletta, proprio mentre questa cadeva a terra. Le scintille hanno incendiato il carburante … il fuoco ha svegliato gli ospiti di un agriturismo poco lontano, che hanno chiamato il 113”.
“Una serie di incredibili coincidenze. Due morti. Li avete identificati?”- domandò l’ispettore.
“Il camionista si chiamava Matteo Andrisani ed era di Belriguardo, nel ferrarese. Il camion è suo. Ha una sorella che abita a Campione d’Italia. Stiamo cercando di contattarla”.
“Il motociclista?”.
“Venga, ispettore”. Marini accompagnò Prandi alla carcassa della motocicletta. Il centauro giaceva carbonizzato, sotto le lamiere del suo mezzo. Il volto era sfigurato e così le mani e il petto. Le gambe, invece, erano maciullate sotto la carcassa. Ne aveva visti tanti, di cadaveri, nella sua carriera, ma quello era decisamente messo male.
“Che brutta fine …” -  commentò Marini scuotendo la testa.
“Per tutti e due, intendo – aggiunse - la moto è proprio una Ducati, ma non siamo riusciti a recuperare la targa né il numero di telaio, per il momento. La Scientifica ci sta lavorando, ma è tutto bruciato”.
“Non sarà facile riconoscerlo, mi piacerebbe capire dove stava andando di corsa, a quest’ora di notte? Non certo a fare jogging. Un momento...”. Prandi si chinò sul cadavere. Dovette sforzarsi perché l’odore era terribile.
“Cosa ha notato, ispettore?”.
“Quest’uomo non ha le scarpe”.
Prandi mostrò il piede che era ancora appoggiato alla pedaliera della moto. Era annerito in superficie, ma si vedeva che era privo di scarpa.
“Potrebbe essersi bruciata” - azzardò Marini.
“Ne dubito. Guardi qua, la calza è rovinata, ma intatta. Dovrebbe esserci anche la scarpa”.
Prandi indicò un sottile strato di stoffa rossa, in parte sfilacciato.
“Dove sono le sue scarpe?”.
“Deve averle perse nell’impatto …”.
“Trovatele. E portate tutto all’Istituto di Medicina Legale”.
L’attenzione di Prandi venne attratta da un particolare, mentre i necrofori sollevavano il corpo.
“Un momento...fatemi luce qui, che cos’ha sotto i piedi?”.
“Sembrano dei tagli...”.
“Forse non troveremo le scarpe nemmeno dopo avere rimosso il camion. Costui stava vagando a piedi nudi. In ogni caso, disponete l’esame autoptico. Dobbiamo sapere chi è. Voglio essere informato su tutte le segnalazioni di scomparsa per le prossime quarantotto ore, vediamo cosa riusciamo a scoprire”.

***

Era mattina inoltrata, quando l’ispettore Marcello Prandi varcò l’ingresso del reparto di Medicina Legale del Policlinico di Modena, una palazzina bassa, con grandi vetrate, che sorgeva davanti al Poliambulatorio. Fino a quel momento, nessuno aveva denunciato la scomparsa di un congiunto o di un amico, che potesse corrispondere alla vittima dell’incidente.
L’ispettore si diresse con passo veloce in direzione della sala delle autopsie. Non appena aprì la porta, un forte odore di disinfettante  invase le sue narici.
La dottoressa Graziella Cattani lo salutò con un sorriso. Si conoscevano da molto tempo.
“Notizie sul nostro sconosciuto?”.
“Per fortuna, il tuo cadavere era carbonizzato solo a livello del derma” - rispose lei, prendendo alcuni fogli dalla stampante -  “Ho così potuto prelevare del sangue a livello cardiaco e ho trovato alcuni parenchimi intatti. Da lì ho capito che la tua vittima aveva in corpo abbastanza benzodiazepine per stordirlo ma non per impedirgli di guidare una motocicletta per qualche chilometro”.
“Zolpidem?” - si stupì lui.
La dottoressa Cattani annuì.
“Ci sono tracce di zolpidem, nota anche come “droga dello stupro”. Inoltre alcool e tracce di altri stupefacenti in dosi minori. Presto avrò l’esito definitivo del tossicologico, comunque siamo in presenza di un mix esplosivo, che può intontirti come un cavallo, oppure mandarti il cervello in tilt e provocare violenza, eccitazione e allucinazioni”.
 “Quindi, il nostro uomo era drogato marcio, quando si è messo a correre in moto sulla statale. Tutto torna, dunque …”.
“Invece no. Da quello che ho potuto rilevare dall’ispezione cadaverica, la morte è stata causata dalle  fratture multiple e dalle emorragie interne, dovute all’impatto e al fuoco. Eppure c’è una cosa che non mi torna. Guarda qui, ispettore, sul fianco”.
Prandi si avvicinò al corpo senza vita del centauro.
“È una ferita da arma da taglio, causata da una lama leggermente ricurva”.
Il taglio era appena visibile in mezzo alla carne bruciata. Eppure era inequivocabile.  
“Più o meno … a livello del fegato”.
“Quindi, stava scappando da qualcuno”.
“È probabile. Non era abbastanza drogato ed era ferito. Il taglio è superficiale e non gli ha leso arterie né organi vitali. Forse sanguinava e di certo era indebolito ma è stato il camion a dargli il colpo di grazia”.
“Ottimo lavoro, dottoressa! Sei stata efficiente e precisa come al solito. Ora non ci resta che trovare la famiglia”.

***

Prandi pranzò con la dottoressa Cattani alla mensa del Policlinico. Si conoscevano dai tempi dell’Università, quando Prandi aveva frequentato il corso di Antropologia criminale, alla Facoltà di Giurisprudenza. Erano coetanei e avevano avuto una storia sentimentale breve ma intensa, che era poi mutata in una piacevole amicizia.
Quando Prandi giunse in ufficio fu accolto da Marini.
“Ispettore, si è divertito con la dottoressa Cattani?” - gli domandò, sornione.
“Un ottimo pranzo di lavoro. Abbiamo scoperto che il nostro motociclista era drogato e che aveva una ferita al fianco”. Prandi ragguagliò brevemente Marini, che annuì con interesse.
“Il mistero si infittisce. Forse ho il nome del nostro cadavere”.
“Davvero?”.
“Abbiamo la denuncia di una persona scomparsa. Stamattina si è recato dai Carabinieri di Cavezzo il Marchese Gherardo Tarvisi. Pare che il suo secondogenito, Marco Antonio, sia sparito da casa da una settimana. E, provi ad indovinare …?”.
“Possiede una moto!”.
“Esatto. Una Ducati Desmosedici replica rossa fiammante”.
“Interessante. Tiratura limitata, almeno sessantamila euro. Un intenditore, ricco per giunta”.
Prandi aveva un amico appassionato di motociclette che una sera, davanti a una Guinness media, gli aveva parlato per ore del sogno di acquistare quel bolide, replica da strada di uno dei gioielli della Ducati corse.
“Col DNA dovremmo riuscire a dare un volto a quel disgraziato. Tarvisi, ha detto? Perché questo nome mi dice qualche cosa?”.
“Perché Marco Antonio Tarvisi è stato coinvolto in una rissa, poco tempo fa. Al Notte Magica, quel noto locale sulla tangenziale”.
“Mi ricordo! Lo stilista!”.
“Esatto, giusto lui”.
“Convocate il Marchese Tarvisi”.   

***

“Voi non sapete chi sono io? Io sono uno stilista famoso, sono stato anche su Vogue, sapete? Potete farmi quello che volete, ma pagherò i migliori avvocati e nessuno mi condannerà.  Non è una minaccia, è una promessa … io sono Marco Antonio Tarvisi e ve la farò pagare cara …”.
Marcello Prandi appoggiò sulla scrivania la carpetta di cartoncino che Marini, sempre efficiente, gli aveva portato. Era la documentazione relativa all’arresto di Marco Antonio Tarvisi, avvenuto un paio di mesi prima. Il giovane, visibilmente agitato, aveva inveito e scalciato contro i poliziotti, chiamati dal gestore del Notte Magica. Gli agenti lo avevano descritto come ubriaco, con occhi spiritati e le pupille dilatate che si spostavano su tutti coloro che stavano assistendo a quella scena. Il gestore del locale, uno dei club più esclusivi della città, era stato costretto a chiamare la polizia, dopo che Marco Antonio aveva molestato le ragazze dietro al bancone del bar e aveva attaccato briga con chiunque avesse osato arginare quel suo stato di rabbia ed euforia.
All’arrivo delle Forze dell’Ordine, molti clienti erano rientrati nei ranghi, mentre altri avevano preferito lasciare il locale prima dell’arrivo delle volanti.  I poliziotti avevano trovato solo il Tarvisi che, in un tragico e grottesco monologo, continuava ad inveire, sputare e prendere a calci il nulla. Mentre se lo portavano via, il gestore del locale aveva tirato un sospiro di sollievo, facendo una rapida conta dei danni, dal momento che il giovane aveva distrutto a calci ogni tavolo, sedia o suppellettile di arredo che gli era capitato a tiro, durante la sfuriata.
“Ha prenotato il privè alla mattina e ha voluto una decina di bottiglie di Crystal o, in alternativa, lo champagne più costoso che ci fosse sulla carta dei vini - aveva dichiarato il gestore – conosco bene il figlio del Marchese Gherardo Tarvisi. Un borioso riccone, che ama circondarsi di ragazze che paiono uscite dalle pagine di una rivista di moda. È arrivato a mezzanotte a bordo dell’amata Ducati Desmosedici, seguito da diverse auto di grossa cilindrata”.
“Un’entrata di grande effetto, non c’è che dire”.
Prandi guardò la foto di quel giovane dallo sguardo assente. Di statura media e di corporatura magra e gracile, Marco Antonio aveva gli occhi bovini e un principio di calvizie, che tentava di nascondere portando i capelli più lunghi sulla fronte. Cercava di darsi un certo tono e, forse, un po’ di maturità in più, lasciandosi crescere un pizzetto rossiccio. Mentalmente, Prandi confrontò quella foto segnaletica col cadavere carbonizzato che giaceva all’obitorio.
Poveraccio. Aveva tutto. Guarda come è finito.
I Tarvisi erano un’antica famiglia modenese, che aveva costruito la propria fortuna sulla moda. La “Tarvisi Fashion Group” era una delle aziende modenesi più quotate all’estero. Come molti giovani di buona famiglia, Marco Antonio era avvezzo agli eccessi, aveva spesso abusato di alcool e cocaina e il padre lo aveva anche spedito in un rehab negli Stati Uniti, nella speranza che il giovane, in un ambiente diverso e lontano dalle cattive amicizie, avrebbe potuto ritrovare un po’ di serenità e di sobrietà. Ogni tentativo, però, si era rivelato vano, dal momento che, tornato in Italia, Marco Antonio aveva ripreso le cattive frequentazioni. Aveva accumulato una serie di guai con la giustizia, tra cui un paio di denunce per guida in stato di ebbrezza. Gli erano state anche sequestrate un paio di auto e aveva subito alcuni processi per possesso di cocaina e presunto spaccio di sostanze stupefacenti. Grazie all’intercessione del padre, tuttavia, era sempre riuscito ad ammortizzare i danni, riuscendo a dimostrare che la droga era per uso personale. Grazie al nome dei Tarvisi, si era potuto permettere i migliori avvocati, limitando i danni a qualche mese di arresti domiciliari.
Eppure quel giovane era stato un genio della moda italiana. Aveva creato una collezione strepitosa, moderna, con colori accesi e dal design unico, che aveva subito fatto presa sulle giovani generazioni. Le riviste di moda parlavano di lui. Le modelle, alte, perfette, irraggiungibili, indossavano le sue creazioni, davanti agli occhi attenti della scena del fashion mondiale. Il prèt-a- portér andava a ruba nei negozi monomarca di Pechino e di Shangai, di New York e di Parigi.
A un certo punto - diceva il rapporto - Marco Antonio aveva creato un suo marchio staccato dall’azienda di famiglia, il Taurus, che aveva spopolato per anni tra i giovani. All’apice del successo, Marco Antonio aveva ceduto il suo buonsenso alla cocaina e agli eccessi. Quello che, a suo dire, lo doveva aiutare a incentivare la creatività, in più occasioni, lo aveva condotto a un passo dal baratro. Ricoverato un paio di volte in coma etilico, si era salvato per una combinazione di eventi fortunati.
Ma la moda è volubile e le tendenze cambiano con facilità. Così, dopo un paio di stagioni, il marchio Taurus era stato quasi dimenticato. Marco Antonio si ostinava a produrre nuove linee, ma il suo genio creativo, offuscato dall’alcool, dalla droga e dagli psicofarmaci, non era più quello di un tempo. La sua mente, perduta nel ricordo di un successo ormai alla deriva, non era in grado di dare alla luce nuove idee. Si era affidato a individui senza scrupoli, che ne approfittavano per lucrare alle sue spalle, oppure a incapaci, a cui aveva offerto un lavoro considerandoli “amici”. In breve tempo, il bilancio della Taurus si era trasformato in una voragine. Il fatturato si era sempre più ridotto, i fornitori premevano per essere pagati, le lettere degli avvocati si accumulavano sulla sua scrivania. La vita dispendiosa e dissoluta del giovane Tarvisi, a lungo andare, aveva dissipato tutta l’eredità che sua madre gli aveva lasciato alla sua morte. Fidandosi di cattivi consigli, Marco Antonio aveva nascosto una parte di denaro all’estero, per potersi garantire una vita agiata, nonostante la sua azienda fosse sull’orlo del fallimento. Alla fine, era stato costretto a dichiarare bancarotta.

***

Qualcuno bussò alla porta.
“Avanti” – disse Prandi, ancora assorto nella lettura del rapporto sulla morte del Tarvisi.
Entrò il vice - ispettore Marini, seguito da due uomini. Il primo doveva avere più di sessant’anni, portati bene, con dignità. Era di statura alta, imponente, aveva spalle larghe e squadrate, forse retaggio di una giovinezza votata allo sport. Gli occhi erano azzurri, lo sguardo attento e pungente, che denotava un’intelligenza fuori dal comune.
“Il Marchese Gherardo Tarvisi, suppongo” - azzardò Prandi, alzandosi per stringergli la mano. La stretta era potente.
“Sono io. E questi è mio nipote Lorenzo Montichiari. Ho chiesto a lui di accompagnarmi, quando sono stato convocato”.
Il Marchese aveva lo sguardo triste, come se immaginasse che le notizie non fossero buone. L’attenzione di Prandi si concentrò su Montichiari. Era un giovane attraente, poco più che trentenne, con i capelli neri e ondulati e il viso regolare.
“Buongiorno ispettore. Quando avete chiamato eravamo con mio zio a ispezionare alcune fabbriche. A causa del terremoto di un mese fa l’azienda, che ha sede a Carpi, ha subito molti danni e non possiamo permetterci di fermare la produzione. Così l’ho accompagnato. Ci sono notizie di mio cugino?”. Lorenzo muoveva la mano sinistra sullo smartphone con impazienza, come se quel gesto potesse tranquillizzarlo.
“Accomodatevi. Temo di avere cattive notizie”.
Prandi notò lo sguardo triste del Marchese che, in quel momento, gli sembrò una quercia spezzata. Lorenzo, invece, continuava a guardare il cellulare.
“Gradite un caffè?”.
Montichiari annuì, mentre il Marchese scosse la testa.
“Marini, porti un caffè per me e uno per il signor Montichiari”.
“Subito, ispettore”.
“Da quanto tempo non vede suo figlio, Marchese?”.
“Da circa una settimana. Purtroppo Marco Antonio è un ragazzo difficile”.
“Ho letto il rapporto dell’arresto di aprile”.  
“Non è sempre stato così, il mio Marco Antonio - si giustificò il Marchese - da piccolo era gracile e timido, tanto che l’ho obbligato a fare sport per irrobustire il fisico e allenare la socialità. Temo di essere stato un cattivo padre. Fin da bambino, Marco Antonio soffriva di un complesso di inferiorità nei confronti del fratello, Francesco Maria, maggiore di cinque anni, che è sempre stato il mio figliolo preferito, me ne rendo conto. Francesco Maria infatti si è laureato con il massimo dei voti e ha frequentato un prestigioso master in economia presso l’Università Bocconi di Milano. Poi ha seguito un tirocinio di un anno in una delle filiali americane della Tarvisi Fashion Group. Una volta tornato in Italia, gli ho affidato le chiavi della casa madre”.
“Non devi angustiarti, zio. Marco Antonio aveva … ha un carattere difficile” – intervenne il Montichiari.
A Prandi non sfuggì la correzione, ma preferì soprassedere. Fu una scelta saggia. Vide l’occhiataccia che il Marchese scoccò al nipote.
“Ha anche un altro figlio, vero Marchese?” - domandò l’ispettore.
“Sì, Cesare - annuì il Marchese - di due anni più giovane di Marco Antonio. Ha conseguito un master in Marketing e Comunicazione negli Stati Uniti ed è Responsabile delle Pubbliche Relazioni e del brand della maison. Cesare è sempre in giro per il mondo a inaugurare nuovi show room e negozi nei paesi emergenti, a Dubai come a Singapore, a Pechino come a Mosca. Intrattiene i rapporti con i buyers internazionali, tra cui i ricchi sauditi e gli emiri del Qatar, sempre più tentati dai lussi e dalla moda occidentale”.
“Dove sono i suoi figli in questo momento?”.
“Sono al lavoro”.
“Dovrò parlare con tutti loro. Prima, però, mi dica ancora qualcosa di Marco Antonio. Ho letto che aveva aperto una sua casa di moda”.
“Si. Ha sempre avuto estro. Come sua madre, una grande pittrice”.
Il Marchese si arrestò un istante, lo sguardo a vagare in qualche ricordo triste.
“Marco Antonio ha sempre avuto un rapporto quasi morboso con la madre, Donna Adelaide Montichiari, patrizia fiorentina e sorella di Cosimo Montichiari, il padre del nostro Lorenzo – chiarì indicando il nipote.  – L’ho sposata giovanissima. Una donna fiera e taciturna. Ha sempre coltivato la passione per la pittura e per l’arte in generale. Era un’artista, Adelaide, sapeva trasmettere la vita attraverso i colori”.
“Marco Antonio era senza dubbio il suo erede naturale. Stesso genio, stesso gusto per i colori. E Adelaide adorava quel figlio, il più simile a lei – intervenne il  Montichiari. – Mia zia, purtroppo, si chiudeva sempre più in se stessa. Sola nella grande Villa, trascorreva le giornate dipingendo quadri sempre più foschi, intervallati da inquietanti pennellate rosso sangue. La sua solitudine era diventata la sua follia”.
“Io ero preso dagli affari, sempre in giro per il mondo, a fianco dei figli nei momenti cruciali dell’azienda. L’amavo. Ma non ho saputo proteggerla. Una volta cresciuti i figli, lei si è trovata con il nido vuoto e con un baratro nel cuore. Intuii il suo malessere e, come dono per l’anniversario di nozze, le organizzai una mostra personale a New York. Tra le luci sfavillanti della Grande Mela, le strade illuminate e le musiche natalizie, dopo avere presenziato all’inaugurazione della mostra ed avere ricevuto i complimenti dei visitatori, tra i quali alcuni critici d’arte accreditati, Adelaide è tornata in albergo, e si è lasciata cadere nel vuoto. Per una strana beffa del destino, con la sua morte,  le sue opere, rimaste anonime finché ella era stata in vita, sono salite di valore”.
Il Marchese si arrestò. L’ombra di una lacrima si manifestò sul suo volto fiero.
“Ho provato a rimediare alla mia incapacità come marito, creando in sua memoria una fondazione che aiuta i giovani artisti”.
L’uomo tacque, prostrato dal ricordo.
“Dal giorno in cui sua madre si è suicidata - proseguì Lorenzo - qualcosa in mio cugino si è irrimediabilmente spezzato. Francesco Maria e Cesare si sono asciugati le lacrime impegnandosi ancora di più nell’azienda di famiglia, mio zio ha cominciato a investire nelle opere d’arte e a diversificare gli affari nella compravendita di immobili all’estero, sfruttando le sue conoscenze tra i clienti più facoltosi.  Marco Antonio, invece, non è riuscito a riempire la voragine interiore generata dalla scomparsa della madre. Così sono cominciati i contrasti con i fratelli e con il padre. Forte della sua parte di eredità materna, tra cui un intero palazzo nel centro di Firenze, Marco Antonio è caduto preda dell’alcool e della cocaina, stimolanti che, a suo dire, incrementavano la sua creatività. A un certo punto, la rottura con il resto della famiglia è stata totale”.
“Mio figlio è tornato a casa quando è rimasto senza soldi. Lo abbiamo accolto. Gli ho dato una rendita nella speranza che si riprendesse. Ma nulla. Dopo l’incidente in quel locale, l’ho mandato da un nostro cugino a Torino, nella speranza che i paparazzi non lo cercassero. Poi c’è stato il terremoto. Lui è tornato dopo la seconda tremenda scossa del 29 maggio, ma sarebbe stato meglio che ….”.
Il Marchese Gherardo singhiozzò, poi riprese il controllo. “Viveva in un appartamento a Carpi. Da una settimana si faceva vedere in ditta. Stava creando, mi ha detto al telefono due sere fa. Poi non ho sentito più nulla. Stamattina, trascorse 48 ore, mi sono deciso a denunciarne la scomparsa”.
“Ha agito bene, Marchese”.
“Cosa è successo a mio cugino?” – domandò Montichiari.
“Ha avuto un incidente, sulla Statale 468, quella che da Cavezzo va verso Carpi, a circa sei chilometri da Ca’ del Toro”.
Prandi raccontò ai due uomini tutto quello che sapeva sull’incidente. Vide il Marchese sbiancare, quando comprese che il figlio era carbonizzato.
“Solo la prova del DNA può confermare che è suo figlio. La moto, però, corrisponde. Temo sia proprio lui”.
“Capisco. Quando potremo celebrare le esequie?”.
“Credo sia necessario attendere alcuni giorni. Il magistrato ha disposto altre analisi sul corpo”.
“Perché?” - domandò Montichiari, con la mano che correva febbrilmente sul telefono.
“Perché suo cugino era drogato e sul cadavere abbiamo trovato una ferita, non letale ma abbastanza profonda da farci supporre che Marco Antonio stesse fuggendo da un aggressore, quando si è schiantato contro il camion”.
“Oh mio Dio! - esclamò il Marchese - chi può essere stato?”.
“Speravo che qualche idea potesse darmela lei, Marchese Tarvisi …”.
“Mio figlio aveva molti creditori. Ma nessuno, credo, capace di uccidere. Era stato tossicodipendente, però, e quindi aveva frequentato cattive amicizie”.
“Tutto quello che le viene in mente mi sarà utile. Mi chiami a qualsiasi ora”.
Marcello consegnò il suo biglietto da visita al Marchese Tarvisi.
“Ho poi bisogno di interrogare gli altri componenti della famiglia, per cominciare. Poi mi servirebbe una lista di amici di Marco Antonio”.
“Le daremo tutta la collaborazione che le serve, ispettore”.
“Grazie, arrivederci allora”.

Anno pubblicazione

2013

Pagine

300

Formato

14x20 cm

ISBN

978-88-6810-017-9

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