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Fidanzato in affitto
Eliselle

Fidanzato in affitto
Prezzo del libro 3,49
Fidanzato in affitto Oppure scaricalo da

Cristal è una ragazza come tante: iscritta a tempo perso a Giurisprudenza (più per volere dei genitori che suo), lavora saltuariamente come copywriter ed è devotamente fidanzata da due anni con Max, nei confronti del quale si dimostra sempre ubbidiente e sottomessa. Già questo basterebbe a far sentire Cristal una fallita, ma la situazione precipita quando Max la porta a cena nel ristorante più chic della città per dirle che... vuole lasciarla. La reazione della ragazza alla notizia è spropositata: sotto i fumi dell'alcol prima aggredisce un cameriere e poi da fuoco al locale causando novantamila euro di danni che lei non potrà mai risarcire... Proprio quando sembra che la vita di Cristal sia andata definitivamente a rotoli, Morgana, una vecchia amica lesbica che frequenta ambienti sadomaso, le suggerisce una soluzione: Cristal ha bisogno di uno schiavo, una persona che goda nell'essere maltrattata e nel ricevere ordini senza pretendere nulla in cambio. Dopo un'iniziale titubanza, Cristal decide di tentare il tutto per tutto e risponde a un annuncio che sembra fare al caso suo: "Cerco disperatamente una padrona per servirla come suo schiavo... Adorazione senza limiti né remore". In effetti Dorian, il ragazzo dell'annuncio, sembra perfetto nel ruolo: paga l'affitto, fa le pulizie, la spesa, ma soprattutto le permette di sfoderare un'indole aggressiva di cui Cristal non sospettava neanche l'esistenza... e le sorprendenti conseguenze non si faranno attendere.

Primo capitolo

1.

 
È impossibile arrivare in anticipo per uno come Max.
È fisiologico. Lui ha i suoi tempi, i suoi riti, ha i suoi momenti intoccabili e nessuno può permettersi di scombinarglieli. La sua doccia, la sua crema da barba, il momento della rasatura, il suo dopobarba, il suo phon agli ioni attivi che non gli rovinano il ciuffo ribelle, il suo armadio, la scelta dei vestiti, delle scarpe e della giacca, l’abbinamento della cravatta, il profumo, il portafoglio Gucci in una tasca e il cellulare Motorola nell’altra. Ogni volta che viene a prendermi, fa in media dai quindici ai venticinque minuti di ritardo. Sempre. Io al massimo ne ho fatti dieci, in un paio di occasioni. Entrambe le volte s’è incazzato come una iena. Io, ogni singola volta che l’ha fatto lui, non ho praticamente aperto bocca.
Lo amo incondizionatamente.
Il campanello suona alle otto meno cinque e rispondo pensando alla solita signora di sotto che s’è dimenticata le chiavi del portone nel suo appartamento. La Belli ha quasi novant’anni e le capita spesso. Poco male, mi ha preso per un surrogato di portinaia e ci sono abituata, ormai. Urlo un sìììììì? forte e chiaro, dato che la signora in questione è pure un po’ dura d’orecchio. Mi risponde una voce maschile profonda e sicura di sé che mi coglie del tutto impreparata.
«Che ti sbraiti?!».
«Ma… Max?»
«Perché sei così sorpresa? Non dirmi che non sei ancora pronta!».
Cerco di richiudere la mascella e di riprendermi.
«Sono pronta, sì, ma non ti aspettavo così pres…».
«Sono quasi le otto, dai scendi!».
Sta per succedere qualcosa. Me lo sento. Lo aspettavo per le otto e un quarto minimo.
Cos’è tutta questa premura? Che si sia finalmente deciso?
Mi do un’occhiata allo specchio appeso accanto all’entrata per un’ultima aggiustatina: i capelli castani lasciati liberi sulle spalle, il viso ovale punteggiato di efelidi, il naso piccolo, da bambolina, gli occhi neri dal taglio allungato che ho sottolineato con un velo di mascara, le labbra appena lucide di gloss. Perfetta così.
Afferro al volo il trench nero e la borsetta e mi chiudo la porta alle spalle infilandomi giù per le scale. Faccio due rampe zompettando con l’andatura di una capra delle Montagne Rocciose e cercando di evitare di inciampare nei tacchi, le ultime due rallentando perché comprendo quali sono i miei limiti, e sono fuori. Max è già in auto che mi aspetta con il motore acceso e lo stereo a manetta: accidenti, stasera sembra davvero avere fretta.
«Ciao amore!», urlo con entusiasmo, per sovrastare i suoni che escono dalle casse.
«Ciao. Chiudi la portiera che mi si scombinano i bassi».
Un misero ehi sei proprio uno splendore poteva anche concedermelo. Ho pure messo l’abito verde di raso, quello che mi ha regalato lui. Invece eccolo qua, che traffica contro il suo stereo nuovo di pacca e non mi guarda nemmeno. Messa da parte per il solito giocattolino appena comprato.
Forse la mia era una pia illusione, non si è affatto deciso. Sarà arrivato prima semplicemente per sbaglio.
«Be’, certo che sei carino. Manco mi chiedi come sto?»
«Ma lo so che stai bene, guardati, sei sana».
Sana?
Da quando in qua è diventato un sinonimo di bellissima?
Io mi guardo e mi sembra di non essere affatto trasparente, è lui che mi ignora come se nulla fosse, tutto preso com’è a pigiare duemila pulsanti e a regolare il suono con gli occhi fissi sul display dell’autoradio. Fingerò che mi abbia scrutato intensamente quando sono uscita dal portone, per mangiarmi di desiderio fingendo indifferenza, così da non mostrarsi troppo cotto di me.
Vabbè, mi accontenterò di pensare che mi abbia dato giusto un’occhiatina di convenienza, tralasciando di notare la stoffa dell’abito che tira appena un po’ sui fianchi, anche se devo ammettere che non sono ancora riuscita a vedere più su della sua nuca. Di baci nemmeno a parlarne. Se già dopo due anni stiamo messi così, tra dieci ci sarà da assumere un consulente di coppia che si occupi di noi a tempo pieno.
«Che si fa?»
«Si parte. Ho prenotato nel ristorante più fico della città».
Me lo dice con un tono talmente neutro che lo prendo per uno scherzo. Non è vero. Max il pantofolaio, Max il dai-stiamo-a-casa-che-stasera-sono-stanco, Max il ragazzotto-relax si è trasformato nel maschio più ruggente sulla piazza? Da quant’è che non mi porta al ristorante? Più o meno… da quando si è concluso il corteggiamento secoli fa?
«Quale dici?».
Lo chiedo con cautela, per non infrangere subito il sogno a occhi aperti in cui sono già immersa.
«Al Food & Wine».
Silenzio.
Forse non ho sentito bene.
«Prego?»
«Il Food & Wine. Non lo conosci?».
Cazzo.
Il Food & Wine.
Non ci credo.
Quello da cento euro a botta, tutto cene a lume di candela, cibo in stile novelle cuisine, vino super e servizio extralusso. Qualcosa bolle in pentola.
Qualcosa di grosso.
Qualcosa di veramente grosso.
«Non lo conosco», rispondo vaga.
«Non ci credo. Ne parlano ovunque».
«Ah sì? Non lo sapevo», dico facendo finta di nulla.
«Dai Cri, in che pianeta vivi?».
Il suo atteggiamento saccente mi indispettirebbe, se non fossi al settimo cielo.
«Non mi tengo informata su queste cose, lo sai. Ma se l’hai scelto tu, sarà perfetto».
Cinguetto e ne ho tutte le ragioni. Mi sento come se tanti angioletti mi trascinassero su in alto, sempre più su, sulle teste dei comuni mortali. Il Food & Wine, la cena raffinata.
Che stasera sia davvero la volta buona?
 
È tutto come me l’ero aspettato.
Un locale di lusso, e quando dico lusso dico proprio lusso, insomma, roba sofisticata, di alto livello, a cui non sono per niente abituata. Conto le forchette come fa Pretty Woman e penso meno male che ci sono film del genere che insegnano alle ragazze imbranate come me i modi in cui usare le posate in locali di questo tipo: la regola fondamentale è partire sempre dall’esterno.
«Ti piace il vino?»
«Buonissimo».
Il cameriere è arrivato in pompa magna, ha stappato la bottiglia con una gran cerimonia e ne ha versato qualche goccia per farcelo assaggiare. Nei posti che frequento io di solito c’è uno che arriva di corsa e ti sbatte la bottiglia sul tavolo mentre tiene in bilico tre piatti fumanti e pensa già a trovare un buco per i nuovi clienti che stanno entrando in quell’esatto momento. Davvero una cosa poco chic. Mentre qui, tutt’altra musica. Classica, per la precisione. Note delicate che riempiono il locale, luci soffuse, qualche separè tra un tavolo e l’altro che crea la giusta intimità. Un mondo a parte.
«Che ne dici, facciamo un brindisi?».
Max alza il calice e mi scocca un sorriso spavaldo.
«Volentieri», rispondo sorridendogli di rimando.
Stasera pare proprio rilassato.
Il mio stomaco mi manda dei segnali inquietanti e cerco di tenerlo a bada concentrandomi su quello che Max sta per dire. Tiro indietro l’ombelico sperando che il movimento addominale contrasti i gorgoglii che sento irrimediabilmente salire, e che gridano fame! fame! fame! avvisandomi dal più profondo del mio essere. Per mascherarli do in extremis un colpetto di tosse con nonchalance. Non posso rovinare questo momento, non adesso!
Max mi guarda e sembra non fare caso a ciò che si sta agitando dentro di me. Un Alien impazzito, ecco cosa mi ritrovo nella pancia. Proprio ora che lui si sta proponendo!
«Al nostro domani», dice alla fine, scandendo bene le parole, «che non sarà più come ieri».
Fa tintinnare il suo calice contro al mio, mentre lo guardo col sorriso di plastica bloccato a metà, senza capire bene il senso delle sue parole.
Che cosa intende esattamente con non sarà più come ieri?
Non sarà più come ieri perché smetterà di guardare le partire di calcio, rinuncerà a giocare ai suoi videogiochi e a rincoglionirsi davanti allo schermo a cristalli liquidi per badare solo a me? Non sarà più come ieri perché cambieremo casa, lavoro, paese, continente, pianeta, sistema solare, galassia, universo? Non sarà più come ieri perché quando metterò un abito nuovo mi dirà come stai bene con aria compiaciuta invece di smanettare contro lo stereo?
Non poteva essere un po’ più chiaro? Non poteva dire una cosa normale, più tradizionale, una cosa del tipo alla donna che sposerò o a colei con cui vorrei dividere tutta la mia vita o cose così?
«Non bevi?»
«Sì sì certo», e butto giù una sorsata scolandomi tutto il bicchiere in un colpo solo.
Max mi guarda scandalizzato fulminandomi con gli occhi.
«Ma che fai?!».
«Bevo!».
«Questo si sorseggia, non è mica vinaccio da discount!».
In effetti la botta non è piccola, ma me ne rendo conto solo quando è troppo tardi: in un attimo sale dal centro del mio corpo e arriva direttamente al cervello. Ho un mancamento e ciondolo un po’ all’indietro, poi recupero dondolando con eleganza la posizione corretta. Voilà! Siamo in un ristorante di lusso, siamo al Food & Wine, mica all’osteria degli avvinazzati. Devo mantenere un certo contegno.
L’occhio mi cade per sbaglio sull’etichetta posteriore del vino e noto per la prima volta i gradi che indicano il suo tenore alcolico. Merda. Diciotto gradi. È alto, cazzo. Troppo alto per una come me.
«Ma stai bene?»
«Sì sì certo», e respiro a fondo.
«Cos’è, hai messo su il disco?»
«No no certo che no».
Bene, sto rispondendo ancora a tono, questo significa che capisco le domande che Max mi sta facendo. L’ultima volta che ho bevuto un vino che arrivava ai diciotto gradi ho fatto un casino, almeno credo perché non ricordo bene proprio tutti i particolari. Comunque sia, meglio se non ne bevo più per stasera, mi sa che ho una leggera intolleranza all’alcol.
«Se sapevo così, lo facevo a casa, il discorsetto».
Spalanco gli occhi e lo fisso senza comprendere. Discorsetto?
«Che cosa intendi, Max, non capisco?»
«Già, e quando mai…».
È serio, il suo tono è tagliente e tutto d’un tratto il mio sorriso svanisce.
«Scusa, potresti essere più chiaro?».
Cerco di mantenere la calma anche se dentro di me sento che si agita già un maremoto. Max inchioda lo sguardo sul bicchiere davanti a sé e io, in risposta, riempio di nuovo il mio fino all’orlo e bevo un’altra sorsata senza tanti complimenti. Al diavolo il contegno, qua mi serve aiuto.
«Non credo più di amarti, Cristal».
Il fiato mi si spezza a metà e all’improvviso mi sento più pesante, come se una bisarca stracarica di automobili avesse parcheggiato senza preavviso sulla mia testa.
Non dovrebbe andare così.
Non deve andare così.
«Come sarebbe non credi? Ma questa cena, in questo posto? Non era per chiedermi di sposarti?!».
«No, è per dirti addio, Cri».
Rimango in silenzio per un attimo, allibita, nella testa si accavallano pensieri e parole che non riesco a decifrare. Nell’indecisione afferro il calice e scolo l’ultimo sorso di rosso che è rimasto. Sento la faccia avvampare e diventare un braciere, ho le mani infuocate, la testa inizia a girare e la bocca a sputare frasi sommesse senza che io abbia su di loro il benché minimo controllo. È come se mi vedessi da fuori, come se stessi vivendo un’esperienza fuori dal mio corpo, come se la mia essenza potesse aleggiare in alto sul tavolo e osservare tutto da una posizione privilegiata. Senza il potere di fermare l’ubriaca seduta di fronte a quell’omuncolo senza cuore.
«E perché hai deciso di mollarmi proprio qui, Max? Perché in un posto così meraviglioso? Perché volevi che fosse una bella serata, nonostante tutto?!».
Lui non apre bocca.
«Volevi che fosse indimenticabile?!».
Il codardo continua a tenere gli occhi bassi senza dire nulla.
«E allora mi rispondi o no?!».
Max si guarda intorno di sottecchi e grazie al cielo ritrova finalmente la facoltà della parola.
«Cristal, abbassa la voce per favore o mi farai fare una figuraccia».
«Poverino… ti preoccupi di questo, eh?»
«Sì, e non è il caso di fare scenate».
Vedo la sua espressione impaurita e di colpo mi balena in testa un’idea. Una risposta. La consapevolezza del perché siamo qui, adesso, stasera, proprio in questa occasione. L’occasione in cui quel bastardo di Max mi dice all’improvviso che crede di non amarmi più e mi dice addio dandomi il benservito tra flute, champignon e cotillons. Mi verso un altro bicchiere di vino e stavolta lo bevo tutto d’un fiato senza timore, senza remore, senza freni. Ormai è andata.
«Non sci posso credere, davvero…», strascicando la lingua e inciampando nelle parole, inizio a ridere.
Max mi guarda col terrore negli occhi, si vede lontano un miglio che sta pensando che cos’ha intenzione di fare adesso questa sciroccata?!
«Non sci credo che mi hai portato qui per impedirmi di litigare. È schtato molto aschtuto da parte tua, furbetto, ma io ti ho schcoperto», biascico.
«Cristal per favore, non renderla più tragica di quello che è».
«Che ne sciai tu di quello che è tragico e di quello che non lo è? Uh ma cosscia vedo? Mi scembra o schtai iniziando a sciudare freddo?».
Fa per togliermi il bicchiere dalla mano ma chissà perché mi scatta il riflesso condizionato e getto il braccio all’indietro evitandolo per un pelo. È come se mi vedessi dall’alto, è proprio così. Eccola là, me stessa, laggiù. Mi vedo benissimo. Con un gesto felino e un sorrisetto malefico stampato sul volto mi vedo, fiera e orgogliosa, mentre dimostro di avere ancora il controllo del mio corpo. Il vino è sicuramente annacquato!
Mi scopro a pensare non lo fare, non farlo, non perdere la dignità.
Ma è troppo tardi ormai.
Nel mio bicchiere c’è ancora un goccio.
Un piccolo, ultimo, insignificante goccio di ottimo vino sui diciotto gradi che sfugge al mio controllo e si innalza in volo, e per effetto della legge di gravità cade a parabola su un tavolo più in là. Centrando la camicietta di seta di una signora attempata che mi sa di contessa o baronessa o giù di lì. Io la sento urlare mentre mi sbilancio all’indietro sulla sedia, mi aggrappo alla tovaglia bianca e trascino con me tutto quello che ci sta sopra, in un tintinnare e un rovinare a terra di piatti di porcellana e bicchieri di cristallo e portacandele e posate d’argento. E sempre dall’alto mi osservo sgranare gli occhi alla vista della fiamma della candela che in un secondo attecchisce alla stoffa e appicca il fuoco alla tovaglia dei vicini, sempre il solito tavolo sfigato della nonna contessa o giù di lì che non solo urla come una dannata ma inizia anche a piangere disperata, berciando e invocando l’aiuto dei camerieri e indicando la pazza (io) sepolta sotto al cumulo di prezione rovine.
Idioti.
Non potevano mettere un separé anche qui dietro?
«Leeeiiiiiii! È lei la colpevoleee!!».
Max mi raccoglie da terra mentre io lo prendo a pugni e gli grido nelle orecchie quello che si merita.
«Scei una merda, un figlio di scioccola e scie pensciavi di chiuderla con una schtretta di mano e tanti baci sciolo perché mi hai portato in quesschto rischtorante del cazzo per una cenetta dimmerda te lo puoi sciordare schtronzo!».
Credo di aver definitivamente perduto la mia dignità.
A un certo punto smetto pure di vedermi dall’alto ed è come se ogni cosa attorno a me si annebbiasse di colpo, come se qualcuno avesse spento l’interruttore. Mentre tutto si fa buio, mentre tutto diventa nero, sento in lontananza una voce sconosciuta, una soltanto, che con la massima calma e sicurezza dice semplicemente: «La preghiamo di portare questa ospite indesiderata fuori dal locale e di lasciare i suoi dati personali. Non siete più graditi nel nostro locale».
Poi, più nulla.

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