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Il cainita
Luca Occhi

Il cainita Prezzo del libro 12,00
Prezzo dell'Ebook 3,99 Oppure scaricalo da

Disponibile dal 10 febbraio 2016

Chi sceglie le proprie vittime solo fra persone perbene? Perché qualcuno dovrebbe voler uccidere la ragazzina più buona d’Italia? È solo l’opera di un sanguinario assassino seriale o dietro c’è qualcosa di più? A rispondere sarà il commissario Rinaldi che, messe da parte le aspirazioni a una carriera tranquilla, dovrà affrontare qualcosa che viene dal passato, un’intricata indagine che si trasformerà in una questione personale giocata sul filo della follia.

L'autore

Luca Occhi vive a Imola. Tra i fondatori di Officine Wort, (www.officinewort.it), nel 2016 si è aggiudicato la IV edizione del Premio Letterario Internazionale Città di San Giuliano Milanese e la VIII edizione del Garfagnana in Giallo per la sezione racconti inediti. Lettore onnivoro, ama smodatamente Stephen King e Jorge Luis Borges. Il secondo gli appare spesso in sogno, dove, seduti al Cafè la Perla de Caminito e davanti una bottiglia di Quarà, il Cabernet Sauvignon patagonico dal carattere scontroso, lo esorta bonariamente ad applicarsi nel cercare di scrivere sempre meglio. Una ventina di suoi racconti sono stati pubblicati in svariate antologie.Il Cainita è il suo primo romanzo.

 

 

Primo capitolo

Capitolo I

Bang!

Il corpo, inginocchiato, precipitò di colpo in avanti, come il tronco di un vecchio albero abbattuto. Immaginò gli ultimi pensieri, le ultime blasfeme preghiere e l’anima dannata di suor Rosa migrare come neri uccelli, fuggire dal rigido incedere di un inverno rabbioso, libera finalmente da ogni inganno. E trattenendo a stento le lacrime, si sentì felice, felice perché quel che aveva appena fatto era cosa buona e giusta.

***

Il telefono del commissario Rinaldi, quella mattina, non aveva smesso un solo istante di squillare. All’ordine del giorno aveva già un paio di accoltellati, per questioni di spaccio o corna non era ancora stato chiarito, la solita inutile retata diurna di puttane lungo l’asse attrezzato, sollecitata con ferma discrezione da ambienti vicini alla curia, diversi cassonetti dell’immondizia incendiati, alcuni scippi e un anziano di nobile casata fuggito, pareva per amore, da una nota e costosissima casa di cura sui colli, appena fuori città. Più la rapina Da Nello, ovviamente.

Verso l’ora di chiusura, una banda di albanesi o slavi, stando alle testimonianze raccolte, aveva fatto irruzione nel ristorante, i volti coperti da passamontagna e armi in pugno. Si erano fatti consegnare l’incasso della serata per poi ripulire i clienti di ogni cosa di valore: portafogli, gioielli, orologi, cellulari. Fra le vittime, spiccava il nome del benemerito cavalier Sticchi, in compagnia di una prosperosa accompagnatrice che per la giovane età poteva essere sua figlia, ma non lo era. A lei era stata rubata una preziosa collana di rubini e a lui fatto un occhio nero per aver tentato di reagire quando uno di quei farabutti aveva infilato una mano sotto la minigonna della ragazza, alla ricerca di ben altri tesori. 

Per quel giorno poteva anche bastare. Così, quando la Lisini entrò in ufficio gridando – Capo nella notte hanno fatto secco un pinguino –, sapendo bene che in città non c’erano zoo né circhi di passaggio, al commissario Rinaldi venne una gran voglia di chiudere gli occhi e ritrovarsi, come per magia, altrove. Qualunque posto sarebbe andato bene, purché lontano da lì e da tutte quelle rogne. 

Rosa Tabellini aveva festeggiato, già da qualche tempo, le nozze d’oro col Signore, militando con tenace devozione nell’ordine delle Figlie Caritatevoli di Maria. Nel corso dei decenni, era riuscita a creare una vera e propria multinazionale della misericordia, con missioni sparse negli angoli più dimenticati della terra. Questo senza mai intaccarne, nonostante una certa fama e il successo, lo spirito e la fede, da santa donna quale, in effetti, era. Figlia di contadini, aveva fatto ritorno in Italia per ritirare un premio assegnatole dal Comune di Imola, nella cui anagrafe era trascritto il suo certificato di nascita. La cosa, in sé, non l’avrebbe interessata, ma l’assegno a margine del premio rappresentava una goccia d’acqua nel deserto delle infinite necessità. Una goccia, ma capace anche di salvare una vita.

Nell’ufficio del commissario, la squadra era già radunata al completo. Mancava solo la Lisini, l’unica donna, in ritardo come sempre. Toccò quindi a Bongiovanni ricostruire la dinamica del delitto. Suor Rosa era stata condotta in un vecchio capannone dell’ex-macello, un luogo fuori mano, frequentato per lo più da spacciatori e clandestini soliti farsi i fatti propri. Inutile, quindi, sperare in qualche testimone pieno di senso civico e desideroso di collaborare con la giustizia. Non vi era stata colluttazione e il corpo non presentava segni di violenza. La suora si era limitata a seguire l’assassino, docile, da bravo agnellino votato al sacrificio. Nel capanno era stata fatta inginocchiare e un unico colpo alla nuca sparato da distanza ravvicinata aveva posto fine a quella pia esistenza.

Marco pensò che l’avrebbero fatta subito santa. L’autopsia, eseguita con insolita sollecitudine, non aveva aggiunto nulla a ciò che già si era potuto desumere dai primi rilievi. Il colpo era stato sparato così da vicino che non era stato possibile stabilirne con esattezza neppure il calibro e il proiettile, al momento, non era stato recuperato. Mancavano ancora i primi risultati della Scientifica, mancava per l’appunto la Lisini che entrò trafelata come sempre, sbiascicando una serie di scuse che nessuno stette ad ascoltare. 

– La Scientifica da una prima analisi dei reperti ha rilevato che… – e iniziò a leggere, come una brava scolaretta il suo tema da dieci e lode davanti a tutta la classe.

Non avevano rilevato un bel nulla. Niente impronte digitali, orme lasciate da suole di scarpe, niente bossoli, e poi, in quel magazzino abbandonato, nel tempo, si era accumulata tanta di quella sporcizia che era stato impossibile stabilire con certezza cosa avesse a che fare o no con la scena del crimine. Ci sarebbe voluto il nome dell’assassino tracciato in punto di morte da suor Rosa sullo strato di polvere che ricopriva il pavimento, ma non c’era. A ogni modo, tanto per far vedere che lo stipendio se lo guadagnavano, quelli della Scientifica avevano riempito un po’ di buste per reperti con ciò che avevano rinvenuto nelle tasche e attorno al cadavere, oltre ad avere scattato la solita serie di foto destinate a perdersi, senza alcuna utilità, in archivio. Nelle tasche c’era un rosario fatto con i semi di una pianta di un qualche paese lontano. La vista del Cristo in croce suscitò in Marco una lieve inquietudine. Due banconote di piccolo taglio e qualche spicciolo, la carta d’identità, santini, biglietti da visita, alcuni foglietti con degli appunti presi a mano; ci avrebbe pensato Bongiovanni a darci un’inutile occhiata. Fazzoletti, e nulla più. La pellegrina della misericordia viaggiava leggera. Di certo si potevano escludere la rapina e la violenza sessuale. Non erano poi tanti gli altri motivi per uccidere qualcuno.

 

Sarajevo 28 giugno 1914

La locanda di Cemiz Vinara era affollata di gente, anche di prima mattina. Vi era chi smontato dal turno di notte non rinunciava a un’ultima bevuta prima del meritato riposo e chi per iniziare una dura giornata di lavoro si faceva coraggio bevendo un goccio. Più molti sfaccendati intenti a deridere sia i primi sia i secondi, evitando di pensare così a sé e alle proprie sventure. Ma quella mattina di giugno il locale era quasi del tutto deserto. Solo un giovane, seduto a un tavolo nell’angolo più buio, continuava a marcare lo scorrere del tempo trangugiando bicchierini di slivovitz. 

Gavrilo Princip tentava di ripassare ogni fase del piano. Non che fosse complicato, ma il pensiero ossessivo di Ania non gli dava pace e portava di continuo lo scompiglio nel suo ragionare. L’avrebbe mai più rivista? Fu il clamore della folla dal vicino Corso Voivoda a inchiodarlo di nuovo alla realtà. Buttò giù un ultimo bicchiere, tutto di un fiato, e uscì lasciando alcune monete sul tavolo. Sentì l’alcol bruciargli nello stomaco. Quel bruciore presto gli sarebbe mancato, come tantissime altre cose. Era stata Ania a metterlo in contatto con quelli della Mano Nera. Lui era sempre stato una testa calda e fin da ragazzo aveva sempre avuto nel cuore quell’unico ideale: una Serbia libera. Ma era un ideale che l’aveva sempre fatto sentire solo e incompreso, mentre ora, grazie ad Ania, aveva trovato altre persone che la pensavano proprio come lui, condividendone il sogno. Le idee anarchiche dei nuovi amici avevano attecchito subito sul suo fertile humus di nazionalista duro e puro. Al motto Serbia libera aveva così aggiunto e morte ai tiranni senza alcuna fatica.

E poi, c’era Ania. Si erano conosciuti nel grande parco nel centro della città in una bella giornata di sole. Di lei l’avevano subito colpito le pessime abitudini. Ad esempio fumava in pubblico, e questo già non si addiceva a una ragazza per bene. Parlava ad alta voce con un linguaggio spesso sconveniente, ma le cose che raccontava erano affascinanti, imparate su di un numero per lui impensabile di libri. Se parlare ore con lei era fonte di un piacere per la mente che fino allora non aveva mai provato, divenire il suo amante era stato scoprire una dimensione tutta nuova del piacere fisico. La sua vita era cambiata, come se lei, afferratolo per mano, lo avesse risvegliato da un lungo sonno.

Gavrilo Princip si fece largo nella calca. Vide, lontana, la vettura imperiale che lenta si avvicinava acclamata dalla folla, patetica muta di cani intenta a far festa al padrone. 

– Maledetti servi –, pensò, stringendo fra le dita, nella tasca della giacca, il calcio della pistola. Seduti nell’auto, l’Arciduca Francesco Ferdinando e la sua consorte salutavano il popolino radunato lungo il corso con regale distacco. 

L’auto distava solo un centinaio di metri, quando si udì uno scoppio improvviso e la vettura partì a tutta velocità in direzione del municipio. In un solo attimo il piano era fallito. Qualcuno aveva cercato di anticiparlo, ma in maniera maldestra, lanciando una bomba a mano verso la vettura con l’unico risultato di lasciare sul selciato l’attendente del futuro imperatore un po’ intontito e ferito in maniera non grave. La folla gridava spaventata e le guardie stentavano a trattenerla. Era inutile restare a guardare, se le cose erano andate storte, non era stata di certo colpa sua. Se ne rammaricò, ma non del tutto, poiché sapeva che lo attendevano altre notti fra le braccia di Ania e fra le sue gambe. Ripensò alla stanza da letto illuminata dalla luce guizzante delle tante candele, alle lenzuola di seta che gli provocavano brividi intensi scorrendo sulla pelle, all’odore degli incensi d’oriente che gli facevano perdere il senso del tempo e lo stordivano con sensazioni sconosciute. Percorse la stretta stradina laterale in direzione della locanda, ripensando agli infiniti giochi di specchi che riempivano le pareti, moltiplicando il piacere dei loro amplessi, alla bizzarria di quel grande crocefisso capovolto di cui non era mai riuscito a chiedere conto. Poiché di bacio in carezza, Ania sapeva sempre fargli perdere ogni curiosità per ciò che non riguardasse il proprio corpo.

Mentre Gavrilo Princip stava rientrando alla locanda, l’Arciduca aveva appena finito di dare una bella lavata di testa al sindaco, ringraziandolo per la squisita e calorosa accoglienza riservatagli. Risalito in vettura, era tornato indietro lungo il corso per recuperare l’attendente, ma nonostante i tentativi, l’auto stentava a fendere la calca che si era riversata in maniera disordinata per la strada. Così all’altezza dell’incrocio con via Re Pietro, la stradina laterale che portava alla locanda di Cemiz Vinara, l’autista svoltò con decisione. Gavrilo era quasi arrivato, quando si vide affiancare dall’auto imperiale e senza pensarci su tanto, estrasse la pistola dalla tasca, tese il braccio arrivando quasi a sfiorare la tempia dell’Arciduca e fece fuoco. Due volte.

Ad Ania la notizia giunse gridata di bocca in bocca, dalla strada. Chiuse le finestre e accese una sigaretta. Si sentiva a tal punto felice, che prese a piangere. Felice perché sapeva come, da lì a poco, milioni di uomini sarebbero morti sui campi di battaglia di mezza Europa. Si era alla vigilia di una stagione di lacrime e sofferenze. Il dolore avrebbe affrancato il genere umano dall’inganno di un Dio malvagio, guidandolo sulla via della salvezza. Ania si sentì felice. Felice per aver fatto, come tanti confratelli prima e dopo di lei, una cosa buona e giusta. E fra sé e sé prese a recitare devota nella sua lingua natia:

 

Signore misericordioso

ti prego

spalanca loro gli occhi

e se proprio non puoi

allora chiudiglieli...

 

Anno pubblicazione

2017

Pagine

160

Formato

14x20

ISBN

978-88-6810-310-1

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