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Il colore della nebbia
Eliselle

Il colore della nebbia Prezzo del libro 15,00
Prezzo dell'Ebook 4,49 Oppure scaricalo da

Sono almeno venti le voci narranti che si susseguono e si intrecciano a raccontare la storia di questo romanzo, più le “voci off” dei titoli dei giornali, dei sottopancia nei programmi di cronaca e quelle di anonimi commentatori. Le voci della “gente comune” che accompagnano lo scorrere quieto del malessere di una comunità, spezzato all’improvviso dall’omicidio di una bambina di otto anni. La caccia al colpevole sarà scandita dal consueto, necrofilo, scompiglio mediatico. Ogni essere di questa piccola, provinciale ne verrà travolto, e tutti i personaggi, nessuno escluso, si troveranno a fare i conti con quella nebbia che credono di conoscere, ma che ha ormai assorbito tutti i miasmi del male.

 

L'autrice

Eliselle è nata a Sassuolo,è laureata in Storia Medievale e lavora come libraia. Per le Edizioni del Loggione ha pubblicato nel 2015 Cucino Ergo Sum: Che ne sai tu di un campo di fave? e nel 2016 Le delizie della duchessa – Maria Luigia a tavola insieme a Carlo Vanni. Ha al suo attivo i romanzi Laureande sull’orlo di una crisi di nervi (2005, Fabrizio Filios Editore), Nel paese delle ragazze suicide (2006, Coniglio Editore) e Ecstasy love (2007, Eumeswil). Ha scritto il romanzo storico Francigena – Novellario a.D. 1107 (2007, Fabrizio Filios Editore) con Sorrentino e Covili. I suoi romanzi sono Fidanzato in affitto (2008, Newton Compton), Le avventure di una Kitty addicted (2010, LeggerEditore), il noir La fame (Miraviglia Editore, 2011), la commedia agrodolce Amori a tempo determinato (2013, Sperling & Kupfer). Nel 2015 ha pubblicato Il romanzo di Matilda (Meridiano Zero) sulla figura di Matilde di Canossa, firmandolo col suo come e cognome. È uscita con la guida Centouno modi per diventare bella, milionaria e stronza (2010, Newton Compton) ed è presente in numerose antologie. Il suo sito personale è www.eliselle.com 

 

Primo capitolo

Settembre

 

Accadimenti

 

La strada intagliata nei campi.

Il fossato che la accompagna.

La pista ciclabile srotolata lì accanto.

Gli alberi alti e imponenti la dividono dalle rare abitazioni.

Nell’aria la fragranza delle foglie, l’umido della terra, l’insistenza dell’acqua.

Nel vento passi nervosi, pugni stretti, qualche calcio tirato a un nemico invisibile. 

Il vuoto di un pomeriggio uguale a qualunque altro pomeriggio di inizio autunno.

È difficile tornare a casa quando hai paura delle botte.

Non vuoi tornarci perché sai che tuo padre sarà arrabbiato, che tua madre sarà stata avvisata dell’assenza. Ti immagini già che tua madre gliel’ha detto e lui ti aspetta per dartele. Sai che te le aveva promesse, se avessi disubbidito, e che manterrà la parola data.

La cartella è pesante, i libri sono troppi. C’è anche un vocabolario. Ti serviva per il tema.

Il tema non l’hai fatto. Hai preferito non andare a scuola. Hai bighellonato tutta mattina in lungo e in largo per la campagna, hai incrociato qualche animale selvatico, sei arrivata fin quasi al castelletto, hai raccolto un pezzo di ramo caduto da un albero di quercia e l’hai pulito bene, al ritorno ti sei fermata a guardare le anatre e i cigni nel laghetto in cui da piccola ti portava il papà, quando ancora non era così nervoso e riuscivate a passare delle belle domeniche assieme. In quell’attimo, ti sei sentita serena.

C’è stato un momento in cui hai avuto paura.

Hai trovato una bambola rovinata, impiccata al filare di una vigna.

Sembrava abbandonata lì da tanto tempo.

La cuffietta sbiadita e l’abito strappato.

Un occhio chiuso e l’altro aperto.

L’espressione fissa e attonita.

Senza un braccio, un ginocchio rotto.

Senza una scarpina.

Ti sei avvicinata e ti sei chiesta chi avrebbe mai potuto lasciare una bambola appesa lì, e perché. Forse una bambina se l’era dimenticata nel corso di qualche gioco. Forse qualcuno aveva voluto farle uno scherzo o un dispetto, e così le aveva messo un cappio al collo e l’aveva issata sin lassù. Tra i grappoli ormai maturi.

Hai visto un chicco succoso, ti sei allungata e l’hai staccato dagli altri, l’hai pulito e te lo sei messo in bocca. Quando la buccia è tutta colorata, la polpa è così dolce e l’acino è ben sodo, l’uva è matura e significa che va vendemmiata. 

Sai che tua madre ci andrà anche quest’anno.

Ogni anno per arrotondare si mette un cesto sulla schiena e va a raccogliere l’uva.

L’avevi sentita raccontare in casa che ci sarà anche lei, e che è già stata avvisata. Inizierà tra qualche giorno, col sole, insieme a tante altre persone e al contadino che l’ha chiamata, che possiede quelle terre e quei vigneti.

Mentre gustavi il chicco d’uva con la voglia di prenderne già un altro, avevi sentito un rumore alle tue spalle e ti eri voltata d’istinto, appena in tempo per vedere un’ombra sparire nel filare. Lo stomaco aveva fatto una capriola e il respiro si era spezzato, le gambe avevano fatto tutto da sole e si erano messe subito in moto, sembravano telecomandate, come se agissero di volontà propria, e di corsa ti eri diretta verso la pista ciclabile, il fossato e la strada principale, tagliando a perdifiato i campi e lasciandoti alle spalle la vigna, l’uva matura e la bambola impiccata.

Non ti eri fermata mai. Non prima di aver saltato il fosso. Non prima di arrivare alla strada.

Una volta raggiunto l’asfalto, solo in quel momento hai ripreso a respirare.

Ti sei guardata attorno, non c’era nessuno.

Hai pensato che andava tutto bene, che era normale.

C’era stato un momento di paura. Ma ormai è passato.

Ora devi solamente trovare il coraggio di tornare a casa.

 

 

Giulia

 

Il gas.

Non ho chiuso il gas.

Appoggio la borsa sul ripiano dell’entrata e torno indietro per chiudere la manopola. Controllo che sia ben salda nella posizione di sicurezza. Quando sono sicura che tutto stia come deve stare, mi dirigo fuori afferrando la borsa e chiudendomi la porta alle spalle. Respiro. A lungo.

Gli schemi ripetitivi, sono quelli che mi fottono.

Gli schemi ripetitivi mi rovineranno la vita.

Io lo so.

Cerco le chiavi del motorino, mi metto a frugare come al solito senza raccapezzarmi nel mio casino. Eppure ho una borsa piccola. In confronto a quelle che usava mia madre, minuscola. Nonostante questo, riesco a smarrirci lo stesso le cose dentro. Le infilo nelle tasche di lato ma poi ho paura di perderle così le lascio galleggiare, mischiate l’una all’altra, senza preoccuparmi di quando andrò a cercarle e di quanto tempo ci metterò a trovarle.

Sono gli schemi ripetitivi, la mia finta sicurezza.

Gli schemi ripetitivi mi fottono sempre.

– Buongiorno Giulia, tutto a posto?

Alzo la testa e vedo l’arpia alla finestra che mi saluta con la mano.

Quattrocento pidocchiosi euro al mese per un buco di stanza di merda.

E ha pure il coraggio di chiedere se tutto è a posto.

Stronza.

– Sì, grazie, e lei?

– Non ci lamentiamo, da vecchi... 

Plurale maiestatis.

Non ci lamentiamo, noi.

Mica ci lamentiamo, noi vecchi.

A differenza di voi. Voi giovani.

Che siete sempre lì a lamentarvi e a incasinarvi la vita.

Per un pugno di soldi in più. Per una scopata in più. Per le sciocchezze che voi potete permettervi di fare grazie a noi. Che ci siamo fatti il culo per anni, che abbiamo sputato il sangue e lavorato sodo per darvi tutto questo.

Mi guardo istintivamente attorno.

Quello che vedo non mi piace per niente e mi viene un rigurgito di odio.

Sto per vomitare, ma ricaccio tutto indietro e non dico nulla. Mi limito a sorridere.

Sorrido perché è quello che l’arpia vuole, quello che in generale la gente si aspetta da me.

Dopotutto sono una brava ragazza. Faccio un lavoro socialmente utile.

Agli occhi degli altri devo essere quella sempre sorridente, quella sempre disponibile.

Quella che non si lamenta mai.

Sorrido e ricambio il saluto con la mano, che ora stringe le chiavi del motorino.

– Bene, allora. Buona giornata!

L’arpia non risponde.

Si rintana di nuovo in casa sua e chiude la finestra.

Sola come un cane, in quell’appartamento troppo grande per lei.

Ha quasi il triplo dei miei anni e ancora non si è decisa a fare il passo definitivo.

Ha un’ottima fibra. Di sicuro migliore di quella delle nuove generazioni.

Così fragili e autodistruttive. Così deboli e paranoiche.

Così disperate e anaffettive. Così solitarie e impaurite.

Eppure, gli schemi ripetitivi non mi aiutano. Neppure io sono meglio di così.

Anche io sono una di loro. Anche io faccio parte di una generazione senza scopo né posto.

Anche se cerco di nasconderlo, soprattutto a me stessa.

 

 

Vale

 

La fila di crocette più lunga è quella accanto al nome Dimitrya. 

Così secondo loro è lei la più carina della classe.

I maschi non capiscono proprio un cazzo. Bisogna spiegarglielo con le cattive. Mia madre lo ripete sempre che i ragazzi sono più immaturi, e si vede. Si vede da questo sondaggio di merda, dove Dimitrya mi ha battuto per ben cinque punti.

Eppure lo sanno, no?

Lo sanno che in questa scuola sbavano tutti per me. Ma forse per loro non è abbastanza.

Appallottolo il foglietto con rabbia, lo getto nel lavandino, liberandomene in fretta, come se mi bruciasse la pelle.

Prendo l’accendino e gli do fuoco, osservando le fiamme che se lo mangiano, lo inghiottono e lo fanno sparire senza pietà, prima di soffocare a loro volta a contatto con la ceramica bianca e umida. Lasciano una macchia scura, come un marchio. Apro il rubinetto al massimo e faccio scorrere l’acqua qualche minuto per cancellarla definitivamente.

Mi guardo le mani e le dita, controllo che lo smalto sia ancora perfetto.

Mi guardo il viso allo specchio, tolgo con cura una riga nera di troppo dalle palpebre.

Sono di nuovo a posto.

Contegno divino, espressione distante. Sono di nuovo come devo essere.

La rabbia celata dietro il sorriso, il rancore sepolto sotto il mascara.

Vorrei proprio sapere chi sono i cinque deficienti. I cinque menomati mentali che hanno messo il loro voto accanto al nome di quella zoccola.

Dimitrya. 

Lo dice anche il nome. Dimitroia, la chiamiamo.

Lo sanno anche loro, no? Lo sanno, che è una troia. Che la chiamiamo così per questo. Forse è proprio il motivo per cui ha vinto il sondaggio di più carina della classe, perché gliel’ha promessa. La darà a ognuno di loro durante l’intervallo, nei cessi della scuola, o nel pomeriggio in quelli della biblioteca. Loro si metteranno in fila, lei a gambe aperte, e se la scoperanno a turno come animali. Oppure se li porterà direttamente a casa, tanto è capace di farlo di mestiere, come la madre. Me lo dice sempre anche mio padre: stanne lontana, mezza romena e mezza bulgara, non se ne ricava nulla di buono, quelle hanno il sangue sporco, sono diverse da noi, non hanno princìpi né integrità, vengono qua a fare le puttane e a farsi sposare dai vecchi per farsi intestare case, proprietà, patrimonio, sono tutte uguali.

È vero. Ora ho le prove. Mio padre ha ragione.

Questa stronza di una zingara viene qui e pensa di fare quel cazzo che le pare. Si fa eleggere la più bella della classe pensando di passarla liscia, come se nulla fosse. Ma non funziona così. Se viene qui, deve fare quel cazzo che le dico io. Lei pensa che un paio di buoni voti la possano salvare dalla sua misera vita, che la sua bocca da succhiacazzi le possa assicurare il successo e il riscatto sociale. Be’, pensa male.

Lei che scalza me dal trono. Inaccettabile.

Afferro il cellulare e scrivo un messaggio sul gruppo di Whatsapp. Il mio gruppo. Dove io sono la regina e le altre solo ancelle. Barbara, Michela e Sabrina: a rapporto.

Barbara, la smorfiosa, ci sa fare con le parole. È brava a lavorare dietro le quinte, a seminare zizzania, a raccogliere voci, confidenze e pettegolezzi; è stata lei a inventare il soprannome che abbiamo affibbiato a Dimitrya. Certo, non serve un genio, avrebbe potuto arrivarci chiunque, ma il punto è: lei ci è arrivata prima. È il mio orecchio, quando non sono presente.

Michela, la piccola nerd, sa usare il computer come nessuno. Entra nel portatile della preside attraverso la rete, la tiene d’occhio, previene le sue mosse, la controlla. È la mia sentinella, quando devo agire.

Sabrina, il flagello di Dio, sa menare le mani anche meglio dei maschi. Nessuno lo sa ma si porta sempre dietro un arsenale, nello zaino: uno spray al peperoncino, un coltellino, un cacciavite, dice che possono sempre tornare utili. È il mio braccio, è carne da macello, perfetta quando bisogna fare il lavoro sporco.

Mi adorano perché io sono tutto quello che vorrebbero essere. Sono le mie schiave, perché vorrebbero stare al mio posto, ma in un angolo della loro mente sanno, in fondo, che questo non accadrà mai.

La loro ammirazione è la mia forza.

La loro invidia è la mia affermazione.

La loro paura, mi dà potere.

 

Anno pubblicazione

2017

Pagine

420

Formato

14x20

ISBN

978-88-6810-311-8

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