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Il Procuratore del Diavolo
Enrico Solmi

Il Procuratore del Diavolo Prezzo del libro 14,00
Il Procuratore del Diavolo Oppure scaricalo da

Una notte scura e fradicia. Un ragazzo che scappa da una delusione d’amore, un uomo dalla squallida esistenza e un commissario di polizia che porta le colpe del passato:
un incontro che cambierà per sempre le loro vite.
Vite diverse, ma unite dal filo tragico della vita, del tempo che passa.
Vite diverse, ma che potrebbero essere la stessa.
Un on the road filosofico con i connotati del thriller.
Un avvertimento del destino che inseguirà i protagonisti di questo romanzo anche anni dopo, arrivando a sconvolgere la vita di un tranquillo sobborgo e dei suoi bizzarri abitanti.
Un nuovo incontro, un nuovo segno del destino, che farà riemergere colpe passate e desideri proibiti fino alla sorprendente e tragica conclusione.

"Io vi porto la testimonianza di quello che vi aspetterà, anime dannate, perché possiate prendere coscienza del vostro destino, nel regno del mio Signore. Il vostro destino e quello di tutti gli uomini e le donne di questo misero pianeta. Il terrore regnerà sovrano e il caos dominerà. E quando l’Agnello aprì il quarto sigillo, udii la voce del quarto Vivente che diceva: “Vieni!”. E subito vidi apparire un cavallo verdastro, e colui che vi stava sopra aveva nome la Morte e l’Inferno lo seguiva. E subito dal cavallo nacque un asino, sopra il quale c’era un quinto cavaliere, piccolo e tozzo, dalla grande testa e il suo nome era Ignoranza e gli fu dato il potere di togliere la saggezza dalla terra e di far sì che gli uomini non si capissero più fra di loro in modo che non avessero più bisogno di usare i propri sensi e pensare con la propria testa. E a lui fu data autorità su tutto quanto rimaneva della terra, per governare dove la carestia, la peste, la spada e la morte non avevano ancora colpito. E gli uomini soggiacquero al suo giogo. E questo cavaliere ebbe sedici figli. I loro nomi erano Ottusità, Prepotenza, Arroganza, Presunzione, Vanagloria, Ostentazione, Tracotanza, Superbia, Fatuità, Arrivismo, Qualunquismo, Cinismo, Indifferenza, Egoismo, Edonismo e Potere. E di nuovo si spartirono quanto rimaneva della terra."

Stefano rimane vittima suo malgrado della follia di un uomo disperato a cui aveva chiesto un passaggio. A distanza di anni è ancora perseguitato da incubi che non gli permettono di vivere normalmente e lentamente la disgrega insieme a alle vite di chi gli sta vicino.
Il commissario Magiari, che aveva seguito il suo caso, mettendosi sulle sue tracce leggendone il diario, si imbatte in una serie di bizzarri e tragici personaggi e in un misterioso uomo vestito di nero che condiziona le loro vite e li spinge a realizzare i più reconditi e torbidi desideri.

Primo capitolo

CAPITOLO I

 
DELITTO AL PARCO
 
Misterioso delitto davanti ai giardini pubblici. Giovane cameriera accoltellata  trovata da un guardiano. L’arma del delitto rinvenuta in un cassonetto. Un testimone oculare afferma di aver visto un uomo allontanarsi in fretta. Le indagini sembrano circoscritte al locale dove lavorava la donna. Si batte la pista del delitto passionale.
Dal nostro inviato nella cronaca cittadina.
 
Appena entrato, il commissario Magiari cercò di allontanare da sé il gelo della serata. Sentiva ancora addosso lo sguardo inquisitorio della donna assassinata, sguardo che pareva rievocare la domanda che da sempre lo assillava: perché? Ogni morte violenta, e tante ne aveva viste, lo portava a dubitare, lui, credente devoto, dell’esistenza di Dio. Era stato un guardiano a trovare il cadavere e a scorgere l’uomo che si allontanava di corsa prendendo un autobus. La donna non aveva documenti, ma il guardiano l’aveva riconosciuta come Ivana Grossi, cameriera nella birreria di Anselmo. Il locale si trovava a poche centinaia di metri da lì e il commissario decise di andarci personalmente.
“Vorrei parlare con il signor Anselmo, per favore” disse ad un corpulento barista, mostrandogli il distintivo. “Si tratta di Ivana Grossi. Lavora qui, mi è stato detto”.
“Che cosa ha combinato stavolta? Doveva iniziare un’ora fa!”.
Spruzzi alcolici partirono dalla bocca dell’uomo e il suo viso si fece vermiglio. Magiari sospirò.
“Vorrei fare alcune domande direttamente al signor Anselmo, se non le dispiace”.
“Sono io il signor Anselmo. Quella è una puttana; se i clienti le sbavano dietro e lei li incoraggia, io non c’entro: è un locale serio, questo. L’ho assunta solo per rispetto al vecchio Boschi. È suo nonno e viene qui tutte le sere. Guardi, è là, nell’ultimo tavolo in fondo”.
Magiari si girò e vide un uomo robusto, immobile, intento a fissare un enorme boccale di birra. Ciò che lo colpì furono i capelli, così folti e candidi da formare una sorta di aureola. Asciugatosi la fronte con un fazzoletto, il commissario si diresse verso Boschi, allontanandosi dalle sgradevole eruzioni di Anselmo.
Il vecchio Carlo Boschi osservò avvicinarsi l’ingombrante mole di Magiari, riflessa nel vetro del bicchiere. Il suo boccale di birra era come una sfera magica: in esso vedeva tutto, passato, presente e futuro.
“Signor Boschi, sono il commissario Magiari della Polizia di Stato. Si tratta di sua nipote”.
L’uomo non si mosse.
“Signor Boschi, mi ha sentito?”.
Gli occhi infossati continuavano a fissare il liquido chiaro, sovrastato da una sottile striscia di schiuma. Osservava le minuscole bolle dissolversi, una a una, come attimi di vita che se ne andavano per non tornare più.
“Senta…” riprese stringendo gli occhi “Non vorrei…”.
“Lo lasci perdere, è rimbambito. Ma che cosa è successo a Ivana?”.
“Lei chi sarebbe?” domandò Magiari, irritato per l’intrusione.
“Sono Marilisa, una collega di Ivana” rispose una procace ragazzona dalle labbra sporgenti, pesantemente truccata. “Ivana è orfana sa? Vive con il vecchio. Non dia ascolto a quel maiale di Anselmo, lei è solo un po’… Inquieta, ecco. Ha avuto molti uomini, questo è vero, ma per lei tutti importanti. Loro però si stancano presto e la lasciano. Non è una puttana, è solo bisogno di affetto il suo. Pensi che vorrebbe tanto un bambino. Tiene un album…”
“Un album con foto e ritagli di riviste?”.
“Sì. Tutte foto di bambini, di famiglie felici; me lo fa sempre vedere, è il suo sogno proibito. Spesso va al Parco a fotografarli e una volta quasi la arrestavano. Ma come fa a sapere dell’album? L’avete arrestata?”.
“No, l’abbiamo trovato…” Magiari si morse le labbra. Il flusso di parole di Marilisa lo aveva confuso. Cercò di riprendere in mano la situazione. “Ivana frequentava qualcuno in particolare, ultimamente?”.
“Purtroppo sì. Prima l’aveva blandita con poesie sdolcinate, con belle parole. Adesso viene qua a giocare a videopoker e non la considera. È uno studente, si chiama Stefano”.
Il vecchio Boschi si ricordava di Stefano. Ieri sera li aveva visti discutere, lui e Ivana. Ivana… Riflessa nel boccale si confondeva con le altre Ivana della sua vita, sua moglie e sua figlia. Il passato si confondeva con il presente. Ieri, dopo la discussione, Ivana si era messa a piangere e Anselmo aveva urlato.
“È più giovane di lei. Uno stronzetto di vent’anni pieno di soldi. Purtroppo non so molto di lui. Ma che cosa è successo? Se quello ha fatto del male a Ivana, io…”
La voce stridula di Marilisa fece vibrare la schiuma della birra. Non era come quella armoniosa di Ivana.
Nonno, ho conosciuto un ragazzo, scrive delle poesie stupende, è istruito, ascolta musica classica. Ha un debole per Mozart, dice che è il più grande. È diverso dagli altri, sono così felice.
Sono stata a casa di Stefano, è una così bella casa. Sua madre mi fissava, mi sono sentita a disagio.
La madre di Stefano mi disprezza, ne sono sicura. Lui ascolta sempre sua madre. Ieri mi ha detto che non mi avrebbe portata all’Opera perché non avevo i vestiti adatti.
Stefano non mi ascolta più. Forse se avessimo un bambino…
“D’accordo” la voce rassegnata di Magiari interruppe il flusso dei ricordi. “Siamo sicuri che non ci siano altri parenti? Signor Boschi, ora glielo devo dire: sua nipote è stata accoltellata. È morta. E lei deve venire con me all’obitorio, per il riconoscimento. So che non è una cosa piacevole, ma è necessaria…”
“Conosco l’indirizzo di Stefano.” proruppe improvvisamente Boschi senza alzare lo sguardo, facendo sobbalzare il commissario. “Lo troverete sicuramente là, tra le gonne della madre. E verrò per il riconoscimento”.
 
“Prego, entri”.
La donna fece entrare il commissario Magiari nel grande salone. Era alta e secca, indossava un abito scuro, lungo e stretto, portava un paio di vistosi occhiali a forma di farfalla e numerosi gioielli: due collane, appariscenti orecchini e diversi bracciali e pendagli. Non certo bigiotteria, commentò tra sé Magiari. Ricordava un po’ Olivia, la fidanzata di Braccio di Ferro. Anche nella voce, acuta e sgraziata. Si sedette tenendo il mento altezzosamente proteso in avanti. Si muoveva a scatti, rigida e inespressiva. Il salone era enorme, illuminato da un lampadario di cristallo. I mobili, sicuramente pezzi d’antiquariato, gli fornivano però un aspetto triste e polveroso. Decadente. Davanti al divano su cui Magiari si era seduto, stava una vetrina piena di bambole di porcellana. Lui le fissò per qualche secondo.
“Erano di mia madre. E prima di lei di mia nonna. Sono del settecento, originali”.
La voce penetrante della padrona di casa lo destò dal senso di malinconia che l’aveva assalito entrando in quella casa.
“Come scusi?”.
“Ho detto che erano di mia madre. Le bambole, intendo. Ho visto che le stava osservando con interesse. Si interessa di antiquariato?”.
Magiari la fissò. Lei non distolse lo sguardo, fisso e penetrante, velato da una punta di astio, quasi lui stesse violando un santuario.
“Tutti i mobili, e anche l’appartamento, erano di proprietà dei miei genitori. Sono l’unica cosa che mi hanno lasciato”.
“Lei è la signora Giovanna Astolfi, giusto?”.
“Sì, questo è il mio nome da ragazza, prima che mi sposassi. Se ha notato la targa fuori, questa si chiama Villa Astolfi”
Lui ignorò la battuta.
“Con lei vive suo figlio, Stefano. Anche questo è giusto? Il suo nome non è scritto sulla targa”.
La bocca di Giovanna si inclinò in una smorfia di disapprovazione e si limitò ad annuire con la testa.
“Mio figlio Stefano non porta il mio cognome, porta quello del padre, purtroppo. Fai”.
“Come, scusi?”.
“Fai. È il cognome che porta mio figlio”.
Nelle mente di Magiari qualcosa si accese. Fai, Stefano Fai... Questo nome gli ricordava qualcosa, ma non riusciva a metterla a fuoco. Tornò a rivolgersi a Giovanna.
“Bene, signora Astolfi, immagino lei saprà il motivo della mia visita. Sono stato incaricato delle indagini sulla morte di Ivana Grossi che, a quanto risulta, frequentava suo figlio, il quale è irreperibile da ieri sera. Le devo ricordare che suo figlio è il maggior sospettato dell’omicidio della signorina Grossi. C’è un testimone e inoltre abbiamo trovato l’arma del delitto con le sue impronte”.
“Mio figlio non è in casa, in verità non so dove sia. È da ieri sera che non lo vedo”.
“Questo, come le ho appena detto, lo sa già”.
Magiari iniziò a spazientirsi. Il divano era stretto, rigido e molto scomodo. Si mosse a disagio, aggiustandosi la cravatta, che mal sopportava. Purtroppo sembrava che i poliziotti in servizio, soprattutto quelli di alto grado come lui, dovessero per forza portarla. Decoro, dicevano.
“Lei la conosceva bene? Ivana Grossi intendo”.
Giovanna fece un’altra smorfia e incrociò le braccia.
“Intende dire se ho qualche idea di chi possa averla ammazzata? Probabilmente si è trattato di una rapina. Mio figlio ha commesso molti errori in vita sua, tra cui quello di frequentare quella ragazza; è un debole, un ingenuo, un pavido e uno stolto, nonostante le sue arie da intellettuale; ma non sarebbe in grado di fare del male a nessuno, proprio non ne ha le capacità”.
“Veramente non siamo ancora sicuri di come si siano svolti i fatti, le indagini si svolgono per questo. E le indagini le svolgo io”.
Magiari fece una pausa e spostò con impazienza la sua ingombrante mole sullo scomodo divano. Una smorfia di sarcasmo apparve sulle sue labbra.
“Sì, certo” disse Giovanna seccamente.
“D’accordo. Ora le ripeto la domanda: lei conosceva bene la Grossi?”
Giovanna abbozzò uno stentato sorriso.
“Non molto. Stefano non la portava volentieri. Abbiamo parlato in poche occasioni. Convenevoli, per lo più.”
Magiari piegò verso l’alto gli angoli della bocca. Alzò la testa osservando le macchie di muffa che infestavano un angolo del soffitto.
“Eppure mi risulta che frequentasse suo figlio da parecchio tempo” disse con noncuranza.
Giovanna Astolfi si tolse gli occhiali e lo fissò con ostilità, protendendo ancora di più il magro collo. I suoi occhi erano piccoli e scuri, quasi due fori neri ai lati del lungo e sottile naso, resi ancora più cupi da un pesante trucco.
“Io e mio figlio non abbiamo più buoni rapporti da un po’ di tempo. Lui se ne sta nel suo appartamento e non viene quasi mai. Le uniche volte che ci parliamo finiamo per litigare. Non fa nulla per compiacermi, ma fa molto per darmi dispiaceri. Compreso quello di frequentare quell’Ivana, una... Cameriera di pub.”
Giovanna si rimise gli occhiali, imbronciata, e si accese una sigaretta. Ne fumava di lunghe e sottili, aspirando veloce e nervosa, buttando immediatamente fuori il fumo in piccoli sbuffi. Accavallò le gambe, mettendo in mostra curiosi stivaletti anni venti. Magiari sorrise: adesso più che a Olivia, assomigliava a Morticia Addams.
“Si diverte a frequentare persone sbagliate, sembra le cerchi apposta, per farmi dispetto. Come quando tre anni fa fece amicizia con quel pazzo, quello della strage in autogrill. Ma lei dovrebbe saperlo, no? Di quel fatto, intendo”.
Magiari sussultò. Si aggiustò i pantaloni scivolati in basso e si toccò il largo ventre, emettendo un lungo sospiro: Stefano Fai, adesso ricordava. La strage nell’autogrill. Il pazzo che aveva sfondato la vetrina con l’auto. Quel ragazzo impaurito sotto la pioggia. Le indagini le aveva condotte lui e avevano escluso ogni responsabilità di Stefano. E adesso il suo nome tornava fuori, dopo tanto tempo.
“Mi scusi, non avrebbe un digestivo? Ho qualche problema allo stomaco: mangio troppo. E male. Il lavoro mi costringe a orari impossibili” disse mentre si massaggiava lo stomaco.
Giovanna lo fissò per qualche istante, immobile, poi si alzò di scatto, spense la sigaretta in un posacenere su di un tavolino e uscì impettita dalla stanza. Magiari sospirò osservando la cicca spenta. Era abbondantemente ricoperta di uno strato di scuro rossetto. L’odore di tabacco gli penetrò le narici e gli fece ricordare che erano ormai cinque anni che aveva smesso di fumare. E che aveva iniziato a mangiare merendine e caramelle. I polmoni gioivano, ma lo stomaco ne soffriva. Purtroppo, in questa vita, di qualcosa bisognava soffrire, pensò tristemente. Si toccò nuovamente la pancia. Pochi dopo Giovanna rientrò con un bicchiere in mano. Lo porse a Magiari che ne trangugiò il contenuto.
“Che roba è?” disse guardando il bicchiere con una smorfia.
“Bicarbonato.”
Magiari posò il bicchiere imprecando sottovoce.
“Parliamo ancora di Stefano, signora” disse Magiari aprendo un foglio che teneva in mano fin da quando era entrato. “E della telefonata che le ha fatto stamattina.”
La sera seguente Magiari tornò alla birreria.
“Buonasera signor Boschi” iniziò senza aspettarsi risposta “Stefano Fai è sparito. Poche ore fa abbiamo intercettato una sua telefonata con la madre dove si proclama innocente. Dice che Ivana era già morta quando l’ha trovata e che il coltello l’ha preso in mano e poi gettato per paura. In effetti sul coltello ci sono tre tipi di impronte: quelle di Stefano, di Ivana e un terzo di tipo sconosciuto. Questo caso rischia di diventare famoso, sua madre ha assoldato i migliori avvocati della città. Ah, signor Boschi, l’autopsia ha rivelato che Ivana era incinta, lei ne sapeva nulla?”
Nonno sono incinta! Stefano non sa ancora niente, ma glielo dirò stasera. Prima del lavoro lo incontrerò davanti al Parco e poi festeggeremo!
Nonno, perché sei qui? Ti raggiungo dopo, vai. Nonno, che cosa fai, non piangere, vedrai che Stefano sarà contento, mi sposerà, saremo felici… Nonno? Nonno, fermo, che cosa fai!Nonnoooo!
“Sì” disse Boschi allontanando il boccale e le parole che ne uscivano “lo sapevo.”
E per la prima volta, guardò in faccia Magiari.
 
 
Fuggire…Voglio fuggire lontano, lontano da qui, da questo maledetto posto. La paura… Mi prende alla gola, allo stomaco, mi tremano le gambe. Come allora, la stessa pioggia, lo stesso freddo. E il buio. E quella cosa che mi afferra i pensieri e li avvolge su se stessi. Il terrore. Che cosa faccio qui? Tornare a casa? Forse è tardi per tornare. Come allora, adesso è tardi. Quelle telefonate mute… Quando ho visto il numero di Ivana sono quasi impazzito dal terrore. Ma lei è morta. Era suo nonno, ne sono sicuro, sentivo il suo sguardo inquisitorio addosso in quel silenzio. Mi sta cercando, mi vuole fare impazzire… E Cristina? Sembra sparita anche lei, proprio adesso che ho più bisogno di lei. Tutti mi hanno abbandonato, tutti.
La città è un luogo di amore e di rancore, un luogo di felicità e di sofferenza, un luogo di piacere e di dolore, un luogo di moltitudini eppure di solitudine. La città ingoia i suoi figli, costruisce le loro vite, sviluppa le loro trame nelle sue profonde viscere dove, come formiche, i suoi abitanti percorrono i loro destini.
Stefano stava percorrendo da ore dedali urbani, cloni l’uno dell’altro senza soluzione di continuità come in un bizzarro videogioco, il tempo immobile in un limbo di strade e lampioni. Cercava di stordirsi fissando le luci che lo circondavano, ma la paura non si dissolveva: ogni luce, ogni auto, ogni palazzo che incrociava, diventavano orrendi mostri pronti a ghermirlo. Si mise affannosamente alla ricerca di un parcheggio, un temporaneo rifugio, un  riparo dal serpente di auto che lo circondava. Odiava guidare. Dopo quella sera di tre anni fa, i viaggi lo inquietavano. Era immerso in un mare di auto, che lo sommergeva come una lenta e fredda marea. Gli pareva di essere immobile, sospeso; il frastuono di motori e clacson non lo sfioravano, nell’aria non si propagava più nessun suono. Forse era l’effetto delle anfetamine che aveva preso. Ma non poteva dormire, non più. Osservava ansioso il parabrezza della sua auto, nel terrore che l’incubo delle sue notti si materializzasse nuovamente. Quel maledetto artiglio che, in quella notte di tre anni fa, gli si era conficcato nel cervello e non se ne voleva andare.
L’indicazione di un parcheggio gli comparve davanti, piccola boa di salvezza nella tempesta. Entrò fiducioso e iniziò a cercare l’agognato ricovero. Nemmeno un posto. Percorse più volte il mare di auto in sosta. Un pertugio gli si aprì davanti e si precipitò, fiducioso, senza accorgersi che una feroce belva era già lì, pronta a ghermirlo, a rubargli il posto, ruggendogli contro.
Stefano uscì. Gli mancava l’aria, le auto lo circondavano, non gli permettevano di muoversi, lo soffocavano. Al loro interno scorgeva ombre minacciose, demoni sogghignanti. Il suo viso era coperto di sudore. Gli edifici lo sovrastavano, distorti e ricurvi su se stessi.  La pietra e il cemento sembravano vivi, il vetro e il metallo si contorcevano, come tentacoli, per intrappolarlo. Il suo grido si perse nel frastuono collettivo. Aiutatemi, sto male, aiutatemi, voglio uscire. Devo andare. Rischiava di diventare anche lui una cellula dei lunghi vermi metallici che strisciavano sulle strade, avanzavano lenti nelle viscere del mostro; la città, che divorava i suoi figli. Non voleva morire così. Aveva passato gli ultimi tre anni a fuggire da tutto ciò, a fuggire dalla morte. La morte che pareva seguirlo ovunque andasse. Non avrebbe voluto fare del male a Ivana, ma non poteva fare a meno di pensare che tutto ciò era accaduto anche e soprattutto per colpa sua, a causa della sua viltà. E ora era il principale sospettato. Scappò. Si liberò dell’abbraccio mortale di quelle auto e si diresse verso la periferia. Percorse strade su strade, poi, esausto, si fermò. Abbandonò l’auto dove si trovava, incurante delle urla del mostro alle sue spalle, in lontananza. Un edificio, un brutto centro commerciale di periferia, gli si stagliò davanti, buio e silenzioso.
Devo entrare, qui fuori è freddo. Questi brividi che sento scorrere lungo la schiena:  è la paura. Paura, tutta la mia vita è stata segnata dalla paura: paura di mio padre, di mia madre, di essere inadeguato, impacciato, di essere deriso, paura di mostrarmi, dei rapporti con gli altri, di essere abbandonato. Tutte queste paure hanno fatto vivere quel mostro che mi tormenta da tre anni. Ricordo ancora le parole che mi disse prima di morire ‘Stefano, è l’artiglio la chiave di tutto! Continuava ad apparirmi davanti, qualcosa doveva pur significare. E anche tu, anche tu l’hai visto. L’artiglio mi ha preso, si è impadronito di me, per sempre! Anche prima ero suo schiavo, ma non lo sapevo. La vita stessa mi stava soffocando, mi teneva tra le sue grinfie. Ho compiuto troppi errori e ora ne pago le conseguenze. Sono sicuro... Sono sicuro di aver visto altri preda dell’artiglio, della loro vita schifosa... Stefano non farti acchiappare anche tu. Tu hai visto, hai avuto la rivelazione, la rivelazione...’ Ivana non lo aveva capito, era troppo ingenua, troppo solare, troppo innamorata della vita. Non potevo avere legami, non con lei, non così. Sono arrivato ora, è questo il posto. Non posso più evitare questo viaggio, non voglio rimandarlo. Sono stanco, la morte non può aspettare. Ma andrò io da lei, stavolta.
Notte. Una sottile pioggia avvolgeva la nera figura, tanto sottile che la sfiorava e quasi non la bagnava. Un rivolo d’acqua scorreva lungo la tesa del suo cappello e si infrangeva in una pozzanghera ai suoi piedi. I lampioni lungo la strada parevano pallidi fantasmi avvolti nella nebbia; la pioggia annullava ogni cosa, si udivano solo pochi rumori lontani. La notte era l’unico momento di conforto della sua giornata, l’unica cosa che gli faceva sopportare quell’orribile posto. A volte il  precipitare in un tale squallore e degrado gli faceva venire voglia di abbandonare la sua missione; ma poi si convinceva che era quello il suo scopo, che l’esistenza di questo luogo rendeva importante ciò che faceva. Improvvisamente il silenzio fu rotto da urla concitate. Una rapina? Uno stupro? Un omicidio? Si precipitò in direzione di un drappello di persone che guardavano verso il tetto di un alto edificio. Alzò lo sguardo e intravide un’ombra indistinta sul cornicione, confusa tra le lettere di un’enorme insegna luminosa.
“È lassù!”.
“Lo sto vedendo!”.
“Ma chi è?”.
“È matto!”.
“Ma che si butti!”.
“Ogni giorno uno nuovo!”.
Incurante delle grida isteriche della gente, concentrò la sua attenzione su quell’immagine. Riusciva a carpire solo qualche parola.
“... Via! Lasciatemi solo!”.
Una voce cercava di emergere dalla cacofonia isterica della folla. Un prete.
“Figliolo, ascoltami. Scendi da lì. O almeno lascia che salga io a parlarti. Ricordati che il suicidio è un peccato mortale”.
La risposta si perse nel frastuono irritante della gente. Il prete cercò nuovamente di far sentire la sua voce, ma non lo lasciarono parlare.
“Hanno perso di vista tutti i valori!”.
“Vogliono sempre di più!”.
“Ai miei tempi bastavano due schiaffoni!”.
“Lasci che bruci all’inferno, Don Antonio!”.
“Silenzio!” la voce del prete risuonò decisa. “Che cosa vi ha insegnato il Signore? È una pecorella che ha smarrito la strada, bisogna aiutarla”.
Un uomo magro, dai folti capelli ricci, avvolto in un elegante soprabito, sorrise sarcastico, scuotendo la testa.
 “Già. Siamo tutti una bella massa di pecore, e quello… Che pena!”.
Una anziana signora pregava in ginocchio, con le mani sul volto; bisbigliava parole incomprensibili e ogni tanto rivolgeva lo sguardo verso l’alto.
“… Deciso!… Fare più niente!”
Le parole giungevano dall’alto indistinte, ma chiare nel loro drammatico significato.
“Come vede, Don Antonio, non è questo il modo migliore per dissuaderlo” ringhiò sprezzante l’uomo magro, girando la testa di lato.
Il prete rivolse verso l’alto un crocifisso, mormorando una preghiera.
“Anche se non lo meriteresti, è mio dovere farlo”.
“Oh Dio mio, ma chi è quel povero ragazzo? Qualcuno di voi lo conosce?” strillò una tozza signora, stringendo al petto la borsetta. “Per l’amor del cielo, Don Antonio, bisogna fare qualcosa. Lo convinca, la prego! Elvide, lei sa chi è quel ragazzo? Ma come si chiama?”.
L’anziana signora inginocchiata alzò le mani.
“Mi sembra… Sì, è lui… È il figlio di Carodi, quell’ubriacone… Si chiama… Silvano, mi pare…”.
“Silvano, ascolta! Perché vuoi farlo?” urlò la tozza signora.
“Fare cosa?” disse un ragazzo alle sue spalle.
“Mi sembrava che non fosse lui. Ma allora?”.
“Andate via e lasciatemi in pace! Voglio morire!”.
L’ultima frase risuonò limpida nella scura notte.
“Delia, lasci stare” disse Don Antonio rivolto alla signora  “preghi per la sua anima piuttosto.”
“Sì, buona idea. Siamo soli al mondo. Che ognuno se la sbrighi da sé” sibilò l’uomo magro dietro di loro. “Prega, prega. Che bel quadretto commovente: siamo proprio una massa di pecore”.
“Proprio così, signor Lodovico, proprio così. E Dio è il nostro pastore” gli rispose stizzito il prete, girandosi verso di lui. Lodovico lo guardò torvo.
La nera figura era rimasta in disparte durante tutta la sterile e isterica discussione. Era disgustato da quello che aveva appena ascoltato: doveva fare qualcosa. Lasciò la folla urlante e si precipitò sul retro del palazzo. Trovata una porta, si infilò. Fu fortunato: conduceva direttamente ad una rampa di scale. In pochi minuti fu sul tetto, a qualche metro dal cornicione. Ora sentiva distintamente le urla.
“Cosa avete da guardare, sciacalli? Voglio solo essere lasciato in pace!”.
La folla di sotto rumoreggiava, si sentivano urla e imprecazioni, lontano una sirena lanciava il suo lamento. Stefano si sentiva stranamente euforico. Per la prima volta dopo anni sembrava avere il controllo sulle sue paure. Gli uomini visti da lassù sembravano formiche e lui si sentiva Dio.
“Non m’importa, ormai ho deciso! Devo vincere le mie paure. Voi non mi spaventate più. Un uomo deve avere il diritto di…”.
Stefano si accorse della strana presenza dietro di lui. Sconvolto, gli lanciò uno sguardo allucinato e dopo alcuni secondi riuscì a balbettare qualcosa.
“Ch-chi sei? Co-come sei arrivato fin quassù? Vattene, non mi serve il tuo aiuto, voglio solo morire in pace. Non sarai certo tu a fermarmi, non ho più paura ormai”.
“Nessuno vuole aiutarti” gli rispose la nera figura ormai accanto a lui. “Siamo soli al mondo e ognuno se la deve sbrigare da sé. Guarda la folla là in basso, non vedono l’ora di assistere al tuo volo. Non sei mai stato nessuno, ma domani tutti parleranno di te”.
Stefano guardò l’uomo, poi la folla in basso. Si sentiva forte da lassù, importante. Aveva un pubblico che lo stava ad ascoltare, per la prima volta in vita sua. Chiuse gli occhi e cercò di assaporare quel momento. Il suo corpo si rilassò. Forse quell’ombra che gli parlava era la morte stessa, che lo chiamava.
“Già… Finalmente qualcuno mi noterà. Forse… Forse riuscirò finalmente a riposare, dopo tutto questo tempo”.
“Puoi avere il tuo attimo di gloria, l’occasione che aspetti da una vita…”.
Non riuscì a finire la frase. Si sentirono delle urla, poi un tonfo sordo. Poi ancora urla, sirene spiegate, passi concitati e il prete che recitava una supplica. La nera figura sorrise: troppo tardi, pensò. Un’altra anima dannata che brucerà all’inferno. Il tempo del giudizio si avvicinava. Il mondo stava andando in cancrena e lui non faceva altro che amputarne le parti infette. Il lavoro era tanto ma in fondo procurava parecchie anime al suo Oscuro Signore. Quegli sciocchi che pontificavano della lotta tra il bene e il male non erano consapevoli di quello di cui parlavano. Il bene e il male non esistevano, erano solo due facce della stessa medaglia.
Di sotto, un crocchio di persone se ne stava chino sul corpo di Stefano. Il prete si fece il segno della croce.
“Lo dico sempre io: tutti così finiscono, se non si ravvedono in tempo”.
La nera figura tornò in strada e li guardò passando loro accanto, mentre un sorriso gli illuminò l’ombroso volto. Si fermò di fianco all’uomo magro avvolto nell’elegante cappotto, che lo fissò senza dire nulla. Lui ricambiò lo sguardo e l’altro si ritrasse spaventato. Altre anime dannate, pensò, e saranno presto mie.
 
Magiari distolse lo sguardo. Gli occhi vacui di Stefano lo stavano fissando, quasi ad accusarlo della sua attuale condizione. Si ripeteva la stessa scena di tre anni prima, lo stesso destino di morte anche per questo ragazzo.  Nessuno però, quella sera, aspettava a casa Magiari. Sua figlia era andata via, viveva con un carabiniere adesso: non riusciva proprio a stare lontana dalle forze dell’ordine. Sorrise amaro alla battuta. La madre di Stefano stava seduta su una sedia fuori dall’obitorio, la testa alta, lo sguardo che non tradiva emozioni.
“Signora Astolfi, condoglianze. So che il momento non è dei migliori, ma ho urgente bisogno di parlarle.”
Giovanna Astolfi non si mosse, ignorando completamente Magiari.
“Signora Astolfi, Giovanna, la prego. Boschi è irreperibile e temo sia coinvolto nella morte di sua nipote Ivana, il coltello era di sua proprietà. Penso inoltre che stesse inseguendo Stefano. Il cellulare di Ivana, che non riuscivamo a rintracciare, improvvisamente si è messo in funzione per alcune ore e sono state effettuate diverse chiamate all’indirizzo di suo figlio. Credo che fosse in possesso di Boschi. E credo anche che stia perseguendo una sua malata vendetta. E anche lei potrebbe esserne parte”.
Giovanna girò lentamente il viso, scoprendo due grosse lacrime che le rigavano le guance.
“Mio figlio non è più stato lo stesso dopo quella notte all’autogrill, tre anni fa.”
“Conosco i fatti, ero presente. Sono stato il primo incaricato delle indagini, ma poi il caso è passato a un altro.”
Giovanna abbassò la testa e socchiuse gli occhi.
“Non era cattivo, solo confuso, immaturo, spaventato” sussurrò quasi in preghiera, congiungendo le mani. “Ivana era una ragazza così vitale. Le volevo bene, a modo mio. Speravo che il suo ottimismo potesse contagiare Stefano, farlo uscire dalla sua depressione. Invece lui continuava ad andare da quella.”
Magiari si sedette a due sedie di distanza.
“Quella? Stefano frequentava un’altra?”
Giovanna girò la testa di scatto, gli occhi sbarrati a trafiggere Magiari.
“Lei era presente quella sera?”
Aveva elaborato le parole del commissario, c’ero anch’io, solo ora e come un eco le stavano rimbombando in testa.
“Lei era presente quella sera?” ripeté. “Quella sera, quando Stefano venne rapito da quel maniaco?”
“Beh, in realtà non fu realmente rapito…”
 “Stia zitto! Non avete già fatto abbastanza? È anche per colpa di quelli come lei che è morto. Era solo un ragazzo fragile, come suo padre.”
Giovanna si coprì il volto con le mani e iniziò a singhiozzare. Magiari distolse lo sguardo fissando il pulsante rosso dell’emergenza incendio. Rosso. Un colore che aveva visto parecchio in vita sua. Frugò nella tasca dell’impermeabile, il suo instancabile compagno di avventure. Anche a primavera inoltrata non ci avrebbe rinunciato, la sua vera pelle, liscia, indistruttibile. Non quella flaccida e rugosa che circondava il suo sgraziato corpo. Sua figlia diceva che stava diventando un feticista, che avrebbe finito di andare al parco a fare il maniaco. Lo diceva per ferirlo, ma a volte l’idea che potesse veramente succedere, lo inquietava. Estrasse un mozzicone di sigaro e iniziò a masticarlo, pensoso. Poi parlò.
“Signora Astolfi, Giovanna, ha il diritto di essere addolorata, ma deve aiutarmi prima che ci scappi un altro morto. Devo trovare Boschi. Temo non ci sia più tanto con la testa. Potrebbe anche essere coinvolto con il… “ Scelse con cura le parole. “Fatto di Stefano. Chi è quella, signora Astolfi?” Le domando nuovamente: “Stefano frequentava un’altra?”
Giovanna Astolfi si alzò, fece qualche passo e si fermò di fronte a Magiari. Poi estrasse un taccuino e glielo gettò.
“Qui c’è scritto tutto, signor commissario. Ne faccia quello che vuole, io voglio solo dimenticare. Non mi interessa se Stefano si è suicidato o è stato assassinato. Non più. La mia vita è finita da tempo, ormai.”
Magiari prese il taccuino. Maledisse la sera che fu chiamato in quell’autogrill.
“Le manderò qualcuno. Stia attenta signora Astolfi, Boschi potrebbe prendersela anche con lei. Esca il meno possibile finché questa storia non sarà finita.”
 
“Forza Giulia, sei pronta? Il ciccione vuole iniziare a girare e sta sbraitando come un ossesso”.
“Arrivo, arrivo. Dammi solo dieci minuti”.
“Va bene, ma non di più, altrimenti se la prende con me”.
La mano di Giulia scivolò immediatamente verso la bottiglia e la strinse talmente forte con l’unico risultato di farsi male. Con rassegnazione allentò la presa e con la mano dolorante si vuotò l’ennesimo bicchiere, adagiandosi stancamente sulla sedia. Guardò il liquido rosso scuro ed emise un lungo sospiro: come era caduta in basso. Si stava ubriacando con una bottiglia di Alchermes. Cristina era uscita e non rispondeva al cellulare, aveva finito l’ultima scorta e l’unica cosa che aveva in casa era quella bottiglia mezza vuota. Non ricordava nemmeno più quando l’aveva usata; forse in un altro tempo, quando ancora cucinava e possedeva una parvenza di vita. Il camerino in cui si trovava, se tale poteva chiamarsi, era grande poco più di uno sgabuzzino. I muri scrostati, una sedia e uno specchio rotto ne costituivano l’arredamento. L’immagine impietosa riflessa nello specchio, mostrava il volto scavato di una donna distrutta, che il pesante trucco non riusciva a dissimulare. Giuly Lady diceva un vecchio manifesto strappato, sbilenco sopra lo specchio. La signora del porno. Il film aveva avuto un discreto successo che le aveva regalato esibizioni alle fiere erotiche e alcune serate nei locali. Poi più nulla, solo filmetti genere amatori, visto che, ridotta com’era, poteva solo apparire come casalinga frustrata. Non certo come bomba sexy. Cristina le forniva il conforto di cui aveva bisogno in cambio di vitto e alloggio. Anfetamine, cocaina e tanta altra roba, ormai non poteva vivere senza. Si erano trovate, due animali randagi che cercavano di vivere giorno dopo giorno. Cristina poteva essere la figlia che non aveva mai avuto. Cercò di scacciare i pensieri ingoiando il contenuto del bicchiere. Chiuse gli occhi un istante, ma quando li riaprì nulla era cambiato. Avrebbe voluto fare come Dorian Grey e lasciare quella orrenda visione a marcire sulla parete. Un fremito la percorse, guardò la bottiglia, poi lo specchio, di nuovo la bottiglia e infine tutto esplose in mille frammenti, come un incubo che svaniva. In un solo colpo voleva cancellare i due simboli della sua sconfitta.
“Giulia! Giulia, allora? Ma che cosa hai combinato con lo specchio, guarda che te lo facciamo pagare!”.
“Sì, sì, non rompere...”
Giulia si destò stancamente dal suo torpore. Il foro che si era formato al centro dello specchio, quando aveva lanciato il bicchiere, pareva cercare di ingoiare la sua immagine, ma senza riuscirci del tutto. Lo guardò per qualche istante ancora e infine si alzò. Uscì dal camerino e arrivata sul set si tolse la vestaglia e entrò in scena.
“Forza, forza, che siamo già in ritardo. Voglio finire il prima possibile!” sbraitò il ciccione.
“ESPLORAZIONI PROFONDE, scena prima, uno!”.
“Stop!”
“Giulia, che fai? Giulia!”.
“Facciamo pausa. E svegliate quella puttana. Va bene la passività, ma che si muova almeno. Può stare anche muta, i gemiti li mettiamo in post produzione”.
“Ci penso io, la porto in camerino. In quello grande però, quello con il divanetto, e la faccio stendere”.
 
“Il mondo è cattivo stiamone fuori, lo ripetevo sempre a Ivana. Ma non è servito a nulla. Colpa di quelle come te”.
Il vecchio Boschi iniziò a vacillare e aprì la bocca per urlare, ma nessun suono ne uscì. Esplose invece nella sua testa. Enorme. Lacerante. Annaspò sul bordo del divanetto, intriso di un liquido caldo e vischioso, senza riuscire a sollevarsi. Poi girò la testa e osservò quel volto, quel volto insanguinato, gli occhi sbarrati. Accarezzò il viso della donna, i capelli incrostati, tinti di un bel rosso carminio.
“Sì. Almeno tu sei finalmente libera dalle tribolazioni terrene, non più prigioniera del tuo corpo. Una vittima anche tu, in fondo, come Ivana. Ma ne manca ancora una all’appello”.
Nonno, ti voglio bene. Sei l’unico che ho al mondo. Stefano… L’ho seguito, parlava con una ragazza, in un bar. Ha un’altra, nonno, si tenevano la mano. Nonno? Mi ascolti, nonno?
Due lacrime scesero lungo una profonda ruga del volto scavato di Carlo Boschi, e come un fiume in piena, si infransero sulla barriera formata dai suoi folti baffi.
 
Un’altra morte. Altro sangue. Magiari cercò di trovare dentro di sé un motivo plausibile, una ragione per cui Dio continuasse a permettere che accadessero queste cose. Forse era necessario, forse il male era necessario perché il bene esistesse. Una sorta di contrappunto. Di sangue ne aveva visto tanto, ma evidentemente non era ancora abbastanza. Forse anche lui faceva parte del disegno di Dio, doveva essere testimone di tutto questo sangue versato. Per i nostri peccati. Una sorta di notaio.
“Bazzi, per favore. Copri quel corpo. Vogliamo esporre questo schifo ancora per molto? Hanno finito i rilievi?”.
L’agente scelto Aurelio Bazzi, cognato e castigo terreno di Magiari, corse verso il commissario. Adesso che sua figlia se ne era andata, la convivenza con lui stava diventando sempre più difficile. Bazzi era un vero animale, viveva e mangiava come un animale. Magiari pagava una donna per le pulizie, ma era difficile tenersele. A parte lo sporco e il disordine, suo cognato aveva la pessima abitudine di provarci con tutte, in maniera molto rozza. Diventava sempre più difficile coprire le sue malefatte, aveva pure rischiato una denuncia per molestie. E lui aveva ripreso a dormire in ufficio.
“Hanno finito Athos, cioè commissario. Adesso la faccio coprire. Hai visto che macello? Un vero…”
“Basta così! Non è uno spettacolo questo, fai portare via il corpo”.
Magiari si voltò e cercò l’uscita. Appena fuori inspirò grandi boccate d’aria ancora umida di pioggia. Era appena terminato un temporale e spirava una leggera brezza; fredda, nonostante si fosse già a fine aprile, ma piacevole. Magiari estrasse l’immancabile sigaro di tasca e se lo mise tra le labbra, spento. Un altro gesto da feticista, direbbe mia figlia. Le mancava. Dalla tasca estrasse l’agenda che la madre di Stefano, Giovanna Astolfi, le aveva dato. Era grazie a questa che si trovava qui. Troppo tardi, però.
“Dormo male. Ho presagi di morte. Mi sveglio con forti dolori alla schiena. Non riesco più a vivere, l’ansia mi corrode. Gli ansiolitici non fanno effetto. Gli antidepressivi, gli antidolorifici. La paura, ma di cosa? Èqualcosa che non controllo, non riesco a essere razionale. Quel maledetto artiglio è nella mia testa. Devo tornare da Cristina, la roba che mi procura è l’unica risposta, l’unica soluzione. Lo so che è una spirale, ma non mi interessa, voglio vivere, vivere!”.
“Cristina viveva con questa Giulia, era lei che cercava. Una tossicodipendente insieme a un’attrice di film pornografici”.
“Proprio una bella coppia, Athos. Erano schedate, fermate per adescamento. Pare facessero un bel numero a due, un duo lesbo. Vanno molto queste cose”.
Bazzi rise alla sua battuta. Magiari si voltò verso di lui, che stava seguendo la barella diretta all’obitorio, e lo fulminò con occhiata.
“Piantala. Fai piuttosto una ricerca sulla famiglia di questa Cristina, ce l’avrà pure lei una famiglia, no?”.
 
Sono a un distributore. Come al solito, nella corsia, quello che arriva si ferma al primo e non al secondo come vorrebbe la logica, impedendo a un secondo automobilista dietro di lui di rifornire. Stupida umanità, si meritano il destino a cui andranno incontro. Mi piace occupare la corsia di sinistra ai semafori per ostacolare quelli che saltano le file. Si arrabbiano e l’ira li travolge sporcando un’anima già nera. C’è questa cerimonia. Quello stupido ragazzo che si è buttato, la sua bara, la madre troppo composta. Tutti tristi, dovrebbero essere allegri, ho liberato il mondo di un parassita. Si credono buoni, brava gente, ma dentro di loro hanno l’inferno. Io mi limito a liberarli dalle loro catene, a denudare la loro vera essenza. Lui me ne renderà merito. Ho mal di testa.  Sono esausto, senza forze. Ansia sociale, diceva quello stupido medico, sociopatia. Vedo i volti delle persone scoppiare, qualcuno accenna a un discorso, ma io sono altrove. Sudo. Mi danno fastidio le persone che si mettono in mostra, tutte queste donne agghindate, questi uomini sbruffoni. Bruceranno tutti negli inferi. Ieri sono stato al cinema. Discorsi sciocchi e vuoti. È troppo lento e poi non fa paura. Parlano durante il film. Parlate pure, esseri inutili, la morte arriverà prima che ve ne accorgiate. E allora tutta la vostra supponenza si perderà nel nulla. Non vorrei mai uscire, ma devo. Ansia nel vedere gente, nel parlare. Segno tutte le cose da fare. Poi si accumulano, sono troppe, mi paralizzano. Scrivi un diario, mi diceva lo stupido medico. Inutile. Lo rileggo ma non mi riconosco. Non sono io. Ieri, la settimana scorsa, il mese scorso è un’altra vita, non sono io. Non ora almeno. Sotto pressione reagisco male, scatti d’ira, urla, risposte irose. Ma non devo avere sensi di colpa. Gli uomini sono tutti stupidi. Ma la colpa mi attanaglia, solo Lui può capirmi. Visioni violente contro le persone che incontro. Odio l’auto, ma la devo usare, ne ho bisogno. Perdo la pazienza nel cercare le strade, i parcheggi. Non curo più il mio fisico, ma non importa. L’apocalisse si avvicina e se farò bene il mio lavoro, sarò premiato e il fisico non conterà nulla. La società dell’apparenza sarà distrutta. Troppe cose da fare. E sto perdendo troppo tempo. Tutte queste anime dannate devono bruciare all’inferno.

Anno pubblicazione

2012

Pagine

250

Formato

14x20 cm

ISBN

978-88-6810-009-4

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