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L’orecchio del diavolo
Lorena Lusetti

L’orecchio del diavolo Prezzo del libro 14,00
L’orecchio del diavolo Oppure scaricalo da

Questa è la quarta avventura per l’investigatrice Stella Spada, apparsa sulla scena con l’Ombra della Stella, ritrovata poi in Terra alla Terra e nel più recente Grigio come il Sangue. Stella chiude alcuni casi sul territorio Bolognese e per la prima volta esce dalla sua città. Non va molto lontano ma per lei è come emigrare. Si reca a Duemondi, un paese dell’entroterra Comacchiese, dove il sindaco Elisa Onofri la ingaggia per cercare il figlio che a otto anni, mentre stava giocando a nascondino con alcuni amici nei pressi di un rudere, è sparito senza lasciare traccia. Sono passati due anni da allora e la Polizia sta ancora indagando, il Sindaco però spera che Stella abbia qualche intuizione in più rispetto quelle degli inquirenti. E Stella come sempre finirà per avere l’intuizione giusta, investigando con il suo sistema così personale. Nel romanzo ritroviamo personaggi vecchi e nuovi, tutti però contribuiscono a creare l’atmosfera, sempre un po’ surreale e grottesca, in cui si muove Stella Spada.

Primo capitolo

I


L’inverno a Bologna è terribile. La nebbia avvolge ogni cosa con il suo pesante manto umido, il freddo si insinua in ogni pertugio, in ogni fessura, persino tra le cuciture dei vestiti. Il colore predominante è il grigio, dal cielo al volto dei passanti, ci sono giorni che alzando gli occhi non si vede nemmeno la basilica di San Luca, come se l’avessero asportata in blocco per punire la città dei suoi molti peccati. D’inverno i colori spariscono: il rosso dei tetti, il giallo ocra dei muri, il verde scuro dei pini, tutto cambia in un grigio dalle varie tonalità, dal perlato al piombo. Il cielo azzurro è nascosto da una spessa lastra di ghisa. E più ci si allontana dalla collina più il mondo sparisce, sembra quasi di sprofondare in una specie di latte denso e sporco, che aumenta di consistenza mano a mano che ci si inoltra nella bassa pianura Padana. L’unica cosa che ci salva dal grigio sono i saldi. Ogni anno cominciano prima, ormai ci sono negozi che iniziano a ribassare, per i clienti più affezionati, prima ancora dell’Epifania. Cominciano con messaggini telefonici, come cospiratori che ti avvisano di riunioni clandestine, solo per te, esclusivamente per pochi selezionati. Poi arrivano le e-mail, più dettagliate e corredate di foto. Impossibile resistere, anche la persona più convinta dell’inutilità di un acquisto non può esimersi dal recarsi “a dare un’occhiata”. Tutti aspettano i saldi, anche coloro che lo negano, anche quelli che non comperano niente, e questo per un solo motivo: sottrarsi al grigio dell’inverno. Le vetrine si ricoprono con enormi cartelli coloratissimi che esibiscono la percentuale del ribasso. Gli scaffali pieni di vestiti multicolori gettati alla rinfusa sono quanto di più simile ad un prato fiorito ci si possa aspettare d’incontrare in questa stagione. La luce ed il calore dei negozi danno un’illusione di primavera, non trascuriamo l’importanza di avere una opportunità per uscire di casa e passeggiare alla faccia della grigia e fredda nebbia. È questo in realtà il segreto del successo dei grandi centri commerciali, lì dentro le stagioni non hanno più senso, c’è solo una eterna primavera, un microcosmo colorato perennemente gradevole ed accogliente. Insomma, tornando ai saldi, l’ho già detto che sono irresistibili? E chi sono io per oppormi a cotanto richiamo? Non posso certo farmi legare ad un palo come Ulisse, il melodioso canto delle sirene non è nulla al confronto di un bel 50% esibito a lettere cubitali sopra quelle scarpe che volevi comperarti per Natale ma non lo hai fatto perché costavano troppo. Senza contare che è l’unico modo che ho per sottrarmi alla nebbia Bolognese senza dovere partire per i Caraibi, rimane insomma la cosa più conveniente per risollevare il morale e non farsi sopraffare dalla depressione invernale. È per questo motivo che amo girare oziosamente per negozi nel periodo in questione, meglio se con un’amica, meglio ancora se il tempo è pessimo e ci obbliga a passare da un negozio all’altro con brevi soste al bar davanti a qualcosa di caldo.
«Senti Silvia, quando hai finito di bere quel tè, che ne dici di ripassare dal negozio di borse in fondo a Via Rizzoli? Credo sia meglio prenderlo quel portafoglio per mio figlio. Lo so che non gli serve, però sono certa che prima o poi gli tornerà utile.»
Gli occhi verdi di Silvia mi osservano sorridenti attraverso il vapore della tazza. Niente rughe, niente occhiaie, i suoi capelli ricadono in morbidi riccioli scuri incorniciandole il volto perfetto. La sua pelle olivastra e uniforme sembra risplendere sotto i faretti del locale.
«Ero certa che l’avresti preso Stella, mi stavo domandando quanto ci avresti messo a ripensarci. Ti ho visto come lo riappoggiavi a malincuore.» Mi conosce meglio di me stessa Silvia, mi specchio nella vetrina del bar: i miei capelli flosci escono disordinatamente dalla cuffia di lana, i miei occhi lacrimosi sono incorniciati da zampe di gallina ed evidenti segni scuri dovuti al sonno arretrato, il velo di fondotinta che ho steso stamattina sul viso se ne è ormai andato, mostrando impietosamente il colore della pelle. Silvia mi guarda e sorride, le restituisco il sorriso automaticamente.
«Allora facciamo così: finiamo di bere e torniamo nel negozio di borse, poi ci facciamo tutto il Pavaglione, così possiamo fermarci da Zanarini a mangiare una pasta prima di affrontare Via D’Azeglio con i suoi splendidi negozi. Che ne dici Silvia del programma?»  Silvia si protende verso di me attraverso il tavolo, il suo profumo così famigliare mi riempie le narici, lo respiro a pieni polmoni.
«Io dico che è perfetto. Lo sai Stella, dal modo in cui ti vesti non si direbbe affatto che in fondo hai degli ottimi gusti in fatto di vestiti. Bisognerebbe anche che li indossassi ogni tanto, non staresti poi così male vestita da donna.» Ci mettiamo a ridere, lo so che ha ragione lei, il mio lavoro però mi induce a dover passare assolutamente inosservata, e non lo potrei fare con vestiti attillati e tacco dodici. Faccio l’investigatrice privata, ho uno studio in via dell’Inferno, nel pieno centro di Bologna. Non è mio, sono solo in affitto, penso spesso di trasferirmi in uno spazio più moderno, più consono e meno costoso, ma non mi decido mai a farlo. Troppe cose mi legano a quell’antico palazzo medievale, per esempio la mia amica Alda che abita al piano di sotto assieme al suo cane Filippo, non ultima la continua presenza di Silvia, la precedente proprietaria dell’agenzia, uccisa qualche anno fa incidentalmente per mano mia. Anche se quella sospetto che mi seguirebbe ovunque, però potrebbe essere legata a quei vecchi muri, non posso pensare di lavorare senza i suoi inutili consigli e la sua ingombrante presenza al mio fianco nei momenti meno opportuni. La tachicardia che mi fa venire quando mi appare all’improvviso è uno stimolo per non abbassare mai la guardia.
«Bene, allora finisci di sorseggiare quel tè, intanto io vado a pagare.» Ripartiamo riposate, riscaldate, ridacchianti, sotto braccio come le due vecchie amiche che siamo, direzione: negozio di borse. Finisco per comperare il portafoglio per Simone, una borsa per me e un graziosissimo zainetto per le camminate sportive che non faccio mai ma che mi propongo continuamente di cominciare a fare. Magari possedere lo zainetto può fungere da stimolo per iniziare. Proseguiamo il nostro tour cariche di sportine e sacchetti, ogni tanto scoppiamo in fragorose risate per qualcosa che ci raccontiamo o che ci capita intorno, o per niente di speciale. Altra tappa da Zanarini per scaldarci la punta del naso e le dita dei piedi.
«Basta Silvia, non so dove trovi tutta questa energia, io non ce la faccio davvero più, sono stanchissima.»
«Ma non dobbiamo ancora esplorare Via D’Azeglio? Eddai, un ultimo sforzo, lì c’è un negozio dove ho visto un vestitino che ti starebbe benissimo.»
«Vestitino? E quando mai me lo dovrei mettere?»
«Non so, magari in un pedinamento. Così, tanto per non farti notare.» Ride Silvia, trascinando anche me nella battuta poco spiritosa, ma quando ride lei non riesco a resistere, è come una malattia contagiosa. Finisco per comperare anche il vestitino, anzi ne prendo due diversi, uno più leggero con le spalline tipo sottoveste, e uno più pesante con corte maniche di pizzo, entrambi arrivano a metà coscia: non li metterò mai. Ma non importa, grazie al pomeriggio di acquisti il morale si è talmente alzato che arrivo a casa sorridente, cosa che spaventa il mio vicino di casa: il suo cane mi ringhia. Lo so, non sono abituata a sorridere, dovrei fare un po’ di allenamento. Io e Silvia ci guardiamo e ridiamo di lui, ci basta una occhiata per capirci, non c’è bisogno di parole. Nonostante il male ai piedi, la montagna di sacchetti che reggo come una equilibrista, le ossa impregnate di nebbia fino al midollo, salgo le scale quasi correndo, impaziente di mostrare a mio figlio i miei acquisti.

Anno pubblicazione

2015

Pagine

280

Formato

14x20

ISBN

9788868102869

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