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La chitarra blu
AA.VV

La chitarra blu Prezzo del libro 14,00
La chitarra blu Oppure scaricalo da

Quindici autori si sfidano a vicenda con altrettanti racconti.
Vicende piene di tensione, ambientate nei luoghi più disparati, con soluzioni inaspettate e ben congegnate.
Un agente FBI in missione in un futuro prossimo che assomiglia molto alle scene apocalittiche di Blade Runner, un omicidio quasi perfetto sul palco dell’ultimo concerto, un maestro di chitarra che cela i suoi segreti in una stanza nascosta, una chitarra maledetta che crea e distrugge geni musicali, un assassino alla ricerca del delitto perfetto, una band e una chitarra di troppo, un macabro omicidio con una chitarra inserita nel corpo di uomo, una Alice sadica e impietosa…
Tante storie... unite dall’unico indizio.

Primo capitolo

HAVE YOU SEEN THE STARS TONIGHT? di Piergiorgio Annicchiarico
 

 
 
 
“La melodia è spazio. La chitarra
diviene il luogo della cosa come fu,
un comporre i sensi della chitarra blu.”
 
L’uomo con la chitarra blu - Wallace Stevens
 
 
 
La chitarra blu
Qualcuno, all’Agenzia, si era ricordato del suo lavoro in quegli anni, schiodandolo dalle consolle dei tre radiotelescopi interferometrici di Monte Wilson.
L’avevano chiamato perché lui, in onore dei bei vecchi tempi, entrasse per primo e facesse una rapida valutazione della situazione, da vero esperto.
Erano scomparse non meno di quindici persone, come se si fossero volatilizzate. A San Francisco ne sparivano ogni giorno. Per un po’ venivano svolte ricerche per appurare che non giacessero coi piedi zavorrati in fondo a qualche canale, o che non facessero la loro bella figura appese in un camion frigorifero del porto. Poi la TV non se ne occupava più, e alla fine non c’era nulla da cercare.
 
Niente di straordinario, dunque. Se non per il fatto che erano spariti alcuni dei membri di una rock-band degli anni ’70.
– Si chiamano, fammi vedere... Ah sì, Jefferson Airplane, o Starship. Ma tu, sai chi sono?
Phil sapeva che non era una qualunque rock-band, di quelle che passavano come meteore nel cielo delle stelline canore di un’America votata al mantenimento dell’ordine ricostituitosi dopo il Lunedì Nero. Come quelle insulse delle Bangles, che piacevano tanto agli yuppies sopravvissuti al Grande Crollo.
Ma era inutile spiegarlo all’interlocutore che lo aveva chiamato.
– Le ultime tracce conducono ad una casa di Sausalito, nella collina affacciata sulla Baia. Poi… più nulla!
– Più nulla?
– Spariti, volatilizzati.
 
Non gli ci volle molto a riconoscere la casa. Da allora non era cambiata granché.
Scese dalla macchina con la sua giacca nera un po’ lisa, il cravattino tirato allo stremo sulla camicia bianca che gli arrotondava il profilo, segno di qualche birra di troppo, rayban appesi al naso per proteggersi gli occhi dalla luce tagliente di quel freddo mattino di dicembre.
Ad attenderlo c’era l’FBI e l’intero CSI di San Francisco, attrezzato di tutto punto. Per non dire degli agenti della CIA, suoi vecchi conoscenti, e quelli di altre agenzie federali, al gran completo.
“Un gran bel raduno di vecchie glorie”, pensò.
 
Si tolse i rayban, entrò e subito la vide. Una Gibson blu-notte spiccava appoggiata al muro dipinto di spirali arancioni che si innalzavano come fiamme, sino al soffitto.
Si guardò intorno: amplificatori, microfoni, altoparlanti, spartiti e registratori, coperti di polvere.
Sul divano al centro della sala era disteso un lenzuolo bianco che lambiva il parquet, come una sorta di Pietà su un passato che lui sapeva non sarebbe tornato.
Ci aveva trascorso notti intere su quel divano, a discutere con Paul e Grace, ad ascoltarli provare nuove canzoni.
Per terra, sparsi alla rinfusa, decine di nastri srotolati luccicavano al sole, agitati dalla brezza che penetrava dalla vetrata. L’avevano aperta quelli dell’FBI tagliando un tortino di vetro con perizia da veri ladri, quanto bastava per arrivare alla maniglia. Dopo aver disabilitato l’impianto di sicurezza era tornato il silenzio che durava da almeno un anno, a giudicare dalla polvere che copriva ogni cosa.
 
Sul grande tavolo all’angolo della sala era sistemata una pila di LP. In cima, l’inconfondibile luminosa figura del Principe e del Pavone risaltava sul nero della copertina, con le sue tonalità di verde e arancione.
Estrasse il libretto che accompagnava il disco e, sfogliandolo, provò un brivido. I disegni firmati God Tunes sembravano frutto di una allucinazione lisergica.
 
Su un’altra parte del tavolo giacevano libri di Asimov, Clarke, Bradbury e altri. Sicuramente appartenuti a Paul. Tra i tanti, lo attrasse un saggio di Herman Oberth. Stava in bella mostra in mezzo ai libri di fantascienza, ed aveva un titolo semplice come una dichiarazione programmatica: “Man into Space”.
Dopo aver soffiato la polvere dalla copertina fece scorrere le pagine. Si soffermò su una frase sottolineata con una riga tirata dritta, senza tentennamenti:
“To make available for life every place where life is possible. To make inhabitable all worlds as yet uninhabitable, and all life purposeful”{1}.
Sul lato della pagina c’era un appunto vergato con la calligrafia nervosa di Paul. Si riusciva a stento a leggere la parola “starship”. Tutto il resto era indecifrabile, come sempre.
 
Sul tavolo, anche un mazzo di fotografie, la maggior parte a colori, alcune in bianco e nero. I colori erano stinti, sfioriti dal tempo. Le sfogliò soffermandosi a guardare i dettagli, con lo stomaco stretto dall’emozione.
Paul e David che suonano, uno di fronte all’altro. Wooden Ships, probabilmente.
Paul con la sua Gibson blu. Grace e Marty che cantano sul palco di Woodstock, avvolto nella luce rosata dell’alba della domenica.
Jerry e Jorma che si fronteggiano, occhi persi sulle chitarre. Senza dubbio uno dei loro interminabili viaggi sonori a base di acido.
Una lo colpì, era una polaroid scolorita. Paul stava seduto sul divano, al suo fianco sedeva Grace, sorridente. Tutto sembrava essere esattamente come intorno a lui, in quel momento.
A parte la Gibson blu.
Paul la impugnava come se si accingesse a suonarla. Con quei suoi occhiali perennemente storti sul naso guardava dritto verso l’obiettivo e ammiccava. Dietro, con la inconfondibile grafia di Grace, era scritto:
“Phil, Have you seen the stars tonight?”{2}
Capì che avevano sempre saputo, e si chiese cosa si aspettassero da lui. Mise in tasca la foto, e poggiò le altre sul tavolo.
 
Sollevò lo sguardo verso la Gibson blu poggiata al muro arancione. Stava dritta, sull’attenti, come se lo stesse aspettando. Superò il timore che lo scricchiolare dei passi sul legno infrangesse il silenzio. Si avvicinò e la prese con cautela, sollevandola e abbracciandola, incurante della polvere che gli sporcava la giacca. Ne ricordò il suono: lacerante, talvolta dolce, sempre incalzante, specie quando accompagnava il piano di Grace.
L’osservò meglio, e si accorse che una tenue linea giallo-verde, quasi fosforescente, partiva dallo stoptail bridge, e proseguiva dietro la cassa armonica.
Sul retro era costellata di migliaia di punti fosforescenti, alcuni quasi impercettibili, altri più grandi. Al centro, un ammasso di piccoli segni formavano un’indistinta nebulosa fluorescente. La linea invece roteava in una spirale che, costeggiando il bordo più esterno, convergeva al centro della nebulosa.
 
Tornò sui suoi passi con la chitarra in mano e poggiò il manico al bordo del tavolo. Riprese la foto di Woodstock, avvicinandola agli occhi per scrutarne meglio i dettagli.
Ricordava bene: non aveva mai visto quei segni, a Woodstock la chitarra non li aveva mai avuti. Gli tornarono in mente le parole vergate sulla polaroid, e si sorprese a canticchiare le altre strofe della canzone:
“Do you know
We could go
We are free
Any place you could think of
We could be.” {3}
Estrasse la polaroid dalla tasca e guardò meglio anche quella. Sì, gli sembrava che tra il blu si intravedesse un leggero scintillare di giallo.
Prese con sé la Gibson, e si diresse verso la porta d’ingresso. Prima di uscire si voltò a guardare la grande sala, ed ebbe netta la sensazione che si fossero radunati un’ultima volta, come i reduci di una rivoluzione fallita.
All’uscita indossò gli occhiali, e a chi lo aspettava disse:
– Ora potete entrare, io non ho trovato granché, a parte questa chitarra.
 
Resistenza
Aveva quasi settantasei anni e aveva visto cambiare tutto troppo rapidamente.
La Terra - e il suo clima impazzito - si era comportata come una pallina alla ricerca di un equilibrio su una superficie concava; aveva alla fine trovato l’ombelico parabolico, il tunnel infinito della Teoria delle Catastrofi, e ci era finita dentro a gran velocità.
Aveva visto nascere la Rivoluzione delle Rose: i militari del Movimento-Eco, nato sui campi di battaglia dell’Iran, avevano conquistato il potere in tutto l’Occidente.
Una minoranza della popolazione, tra cui la Casta degli Scienziati, aveva sostenuto le Dittature Ecologiste nate dalla Rivoluzione.
La maggior parte della gente aveva forzosamente adottato uno stile di vita eco-compatibile. Gli irriducibili, invece, erano stati deportati nelle aree di produzione di energie alternative o nei campi agricoli adibiti alla coltivazione di prodotti biologici.
Tuttavia, a nulla sembrava essere servita l’instaurazione del Nuovo Ordine Eco-Compatibile Mondiale; né, d’altra parte, erano state risolutive le guerre per la conquista ed il controllo delle aree strategiche necessarie alla riduzione delle emissioni inquinanti.
Il processo di innalzamento della temperatura del Pianeta sembrava aver raggiunto un punto di non reversibilità.
Dopo le guerre, i paesi sconfitti erano stati costretti a ridurre rapidamente le emissioni di gas-serra. Ma il blocco improvviso delle produzioni dell’industria pesante aveva provocato rivolte di massa e massacri di centinaia di migliaia di persone, in Cina e India.
La povertà, improvvisamente diffusasi in tutto l’Estremo Oriente, aveva incrementato la produzione di CO2: la popolazione bruciava legname per scaldarsi e cucinare il cibo, che nel frattempo aveva cominciato a scarseggiare.
Una pesante calotta di nubi avvolgeva perennemente l’orizzonte, una pioggia acida e calda cadeva incessante, a ogni latitudine. I ghiacciai si erano sciolti, gli oceani si erano innalzati di metri, intere aree del Pianeta erano scomparse, sommerse dal mare.
Le società umane erano depresse, isolate, confinate lontano dalle megalopoli e dalle città, in larga parte abbandonate, o rigidamente controllate dai militari.
La limitazione della libertà e l’insuccesso delle politiche eco-compatibili avevano creato le prime crepe nel Movimento-Eco, favorendo l’opposizione al Nuovo Ordine.
Si erano organizzati i primi nuclei di resistenza. Phil vi aveva aderito, offrendo tutta la sua esperienza da astrofisico che aveva fatto parte della Casta degli Scienziati, e che conosceva bene la logica del potere dei militari del Movimento.
 
Camminava sotto la pioggia, incurante della maglietta bagnata. Suo nipote Jimi lo precedeva lasciando sull’asfalto fumante, dietro le lacere nike, impronte schiumose. Poteva vedere il formarsi delle bolle a ogni passo, quasi a costellarne il percorso. Le bolle scoppiavano a contatto con l’aria.
Si chiese quale pioggia gli avrebbe mai lavato anima e polmoni da quel denso grumo di tosse e sconforto che lo attanagliava da anni.
Pensò a quando la pioggia portava buoni odori di terra bagnata, e di fieno umido e grasso. Ora portava solo fetidi acidi a corrosione lenta. Non sarebbe mai finita, questo era certo.
Jimi si fermò, e si fece raggiungere. Era come se lo zaino non gli pesasse, benché contenesse viveri e acqua per una settimana, oltre al necessario per sopravvivere al freddo e all’umido della notte.
Dalle tasche gli spuntavano due fili che ondeggiavano mentre caracollava, e gli finivano dentro le orecchie. Camminava ascoltando musica.
In un megastore abbandonato Phil aveva trovato un vecchio i-Pod nano. Ingegnandosi era riuscito a collegarci un alimentatore a micro-batteria solare. Non era facile ricaricarla con la pallida luce diurna che filtrava tra il grigio perenne degli strato-cumuli, ma con un po’ di fortuna si poteva contare su uno sprazzo di sole, grazie a una rara folata di vento. Era quanto bastava per almeno mezz’ora di ascolto.
Aveva trovato anche un vecchio DVD con una raccolta di musica degli anni ’70 del ‘900, una rarità assoluta. Aveva trasferito i files sulla memoria dell’i-Pod usando un lettore scalcinato, alimentato con una batteria collegata alla piccola pala eolica montata sul tetto del loro rifugio segreto.
C’erano anche gli album dei Jefferson Airplane, tra cui “Blows Against the Empire”. Lo aveva riascoltato dopo tanto tempo, e i brividi gli erano corsi lungo la schiena, come la prima volta.
Jimi se n’era accorto.
– Phil, cosa c’è? Qualcosa non và?
– Niente, niente. Non ti preoccupare, sto bene. Sai, è questa musica, mi ricorda…
– Cosa ti ricorda, zio?
– Mi ricorda… Ti racconterò un giorno. Prendi tu l’i-Pod, ascoltala tu. Mi dirai se ti piace.
 
Phil non era più riuscito a dimenticare le canzoni che erano riemerse prepotenti dal suo passato. Gli tornavano in mente sempre le stesse parole di quella canzone:
 
“Have you seen the stars tonight?
Have you looked at all the family of stars?” {4}
 
Cercò la polaroid che teneva sempre con sé, in una tasca interna dello zaino. Era tutta stropicciata, ma si distinguevano ancora bene i dettagli: Paul e Grace gli sorridevano, seduti sul divano coperto dal lenzuolo bianco.
Prima o poi avrebbe raccontato tutto a Jimi.
 
Madre Terra
C’era la guerra in Vietnam, e molti dei miei amici erano dovuti partire quando avevano ricevuto la cartolina di reclutamento obbligatorio. Altri erano già scappati in Canada e poi in Europa, per evitare una lunga trasferta di sola possibile andata. Di alcuni non ebbi più notizie.
La protesta contro la guerra cresceva in tutte le università del Paese. Io venivo da una famiglia dei sobborghi di Los Angeles, ed ero un tipo a posto. Guardavo con simpatia al movimento pacifista, ma in fin dei conti mi preoccupavo solo di studiare fisica e astronomia, in quel caos montante. Soprattutto non volevo finire a combattere in Vietnam. Avrei fatto qualunque cosa per evitarlo, e non ne facevo mistero con nessuno.
 
Una volta fui avvicinato da una ragazza in un bar del campus. Teneva i libri di medicina stretti al petto, come per difendersi da qualcosa. Aveva uno sguardo fiero, e labbra irriverenti. Si chiamava Jenny. Istintivamente mi piacque, e facemmo subito amicizia.
Dopo un intero pomeriggio trascorso a parlare, a ridere e a bere, al tramonto eravamo a casa mia, stretti l’uno all’altra. Jenny mi fece provare l’LSD, e per me cominciò un volo interminabile in un mondo plasticamente puro. La mia percezione si dilatò senza fine, e fu come esplodere in un nuovo universo. Il fuoco mi prese, ed era dentro me.
Mi innamorai teneramente di Jenny, fino a pensare di amarla. Lei era invece scostante, diffidente, incapace di sopportare la mia gelosia per le sue frequentazioni maschili.
 
Durante una cena in cui Jenny sembrava più allegra del solito, mi raccontò di essere stata ingaggiata dalla CIA per l’Operazione Merrimac-CA. L’azione clandestina di controspionaggio aveva l’obiettivo di documentare l’estensione di influenze straniere nelle manifestazioni di protesta contro la guerra nel Vietnam.
Mi propose di farne parte, spiegandomi alcuni dettagli.
– Merrimac-CA è l’equivalente di un’operazione condotta a Washington. Occorre infiltrarsi nelle “comuni” che ruotano attorno alle rock-band californiane, descriverne i comportamenti in note riservate, che consegnerai ai contatti che ti verranno indicati.
Io l’ascoltavo, incredulo. Non mi ero mai immaginato che potesse essere una spia.
– Potrai disporre di risorse adeguate, e di droghe da regalare e vendere a piene mani. Se vorrai, potrai anche farne uso.
– E se mi dovesse fermare la polizia?
– Non ci saranno problemi: agirai sotto copertura. Soprattutto, non ti accadrà mai di aprire la buca delle lettere e di trovarci “quella” cartolina. Di questo puoi star certo.
Mi scrutò mentre sorrideva, e subito aggiunse,
– Ti dovrai trasferire a San Francisco. Ma di questo non ti devi preoccupare, l’Agenzia penserà a tutto. E ogni tanto ci potremo anche rivedere, da te o da me.
Feci finta di pensarci per un po’ su, poi - guardandola direttamente negli occhi -  le dissi,
– Sì, accetto!
 
Mi stabilii a San Francisco, in un appartamento non lontano dal Fillmore West. Grazie alla grande disponibilità delle droghe di cui venivo rifornito riuscii a entrare in contatto con un sound-engineer della tribù dei Greateful Dead. Ben presto partecipai agli “acid test” in qualità di ospite di riguardo: dalle mie tasche dispensavo pillole di ogni colore, dagli effetti più strani.
 
In uno dei tanti raduni al Matrix, conobbi Jerry Garcia. Mi invitò a stare nel back-stage durante l’esibizione dei gruppi che si alternavano sul palco.
Fu allora che vidi per la prima volta i Jefferson Airplane. Li ascoltai suonare il loro rock psichedelico, rivoluzionario e trascendente. Fui estasiato dalla voce di Grace Slick, capace di accelerazioni e improvvisi cambiamenti di ritmo e di tono.
Finito il concerto, i JA scesero dal palco passandomi vicino, confabulando tra loro, inciampando sui cavi e ridendo, senza accorgersi di me. Solo Grace mi sfiorò con lo sguardo. Rimasi completamente affascinato dai suoi occhi del colore del ghiaccio fuso di un iceberg, racchiusi nel pallore del viso.
Jerry Garcia mi raggiunse e mi invitò a una festa in una villa di Montara. Non mi feci pregare. Era la villa di un produttore cinematografico, un tizio antipatico, in confidenza con le cifre a decine di zeri.
Conobbi Paul e Grace. Parlarono con me durante gran parte della notte, in un turbinio di canzoni, droga e allucinazioni. Paul aveva un atteggiamento quasi paterno: mi teneva un braccio attorno alle spalle mentre mi raccontava di rivoluzione nei cuori e nelle strade. Nonostante il cocktail di droghe, la sua mente era lucida, forse per l’effetto congiunto di chimiche opposte.
Sosteneva che Earth Mother, come lui la chiamava, si trovasse davanti a un bivio: non avrebbe potuto sopportare la crescita continua della popolazione e l’indiscriminato sfruttamento delle risorse naturali. Affermava che fosse compito dei giovani di tutto il mondo fermare la tendenza all’autodistruzione. Occorreva lottare per tornare all’armonia e all’amore.
Ogni tanto cercavo di interloquire con qualcosa di sensato, ma Paul era inarrestabile, un vero fiume di parole.
Grace ci stava ad ascoltare, seduta non lontano. Ogni tanto si metteva a ridere per le astruse teorie di Paul, e lo prendeva in giro. Sembrava quasi nutrisse per lui un sentimento contraddittorio, oscillante tra cupida venerazione e un certo fastidio per tutta la saccenteria di cui dava spettacolo. Io, nel frattempo, prendevo mentalmente nota di tutto quanto dicevano.
Arrivarono Marty e Jorma, presero Paul per un braccio e si allontanarono in direzione dell’improvvisato palco sul bordo della piscina, dove aveva iniziato a suonare Jerry Garcia, accompagnato da David Crosby.
Rimanemmo soli. Grace mi sorrise e io arrossii. Lei, intuendo il mio imbarazzo, si alzò e mi prese per mano. Mi portò fuori, fendendo la piccola folla che si era radunata per ascoltare la jam session.
Mi lasciai condurre verso la spiaggia, dove avvertii subito lo iodio puro in sospensione nell’aria. Ci sovrastava il rumore delle onde che si infrangevano sugli scogli poco lontano.
E del resto, non c’era nulla da dire. Grace mi cinse le mani attorno al collo e mi baciò. Sentivo il calore umido delle sue labbra, ma non potevo fare a meno di guardare una fetta del cielo pieno di stelle: brillavano intense, nel buio senza la luna. Sembrava che le costellazioni passassero veloci nella sfera blu della notte, e non mi restasse tempo per poter dare loro un nome.
Lei mi baciò ancora, e sentii il sapore del sale sulle sue labbra. Poi, le nostre mani invasero i corpi.
 
Accompagnai i JA a tutti i loro concerti, e venni anche accolto nella loro casa al 2400 di Fulton Street, poi in quella di Grace e Paul, a Sausalito, sulla Baia. Vi si radunavano molti musicisti per comporre, suonare e dibattere le idee che attraversavano il Movimento.
Annotavo ogni cosa potesse avere un minimo di rilevanza per l’Operazione, ma era sempre più evidente che non c’era alcuna ingerenza straniera di cui riferire.
Periodicamente rivedevo Jenny, nel mio appartamento. Dopo aver fatto l’amore, le consegnavo i rapporti, sempre più scarni. Nel contempo mi riforniva di droghe di ogni tipo.
Io l’amavo ancora. O così mi sembrava: quel suo restare fredda al momento di salutarci mi torceva lo stomaco, spremendomi tutto l’acido che avevo in corpo.
 
La lunga estate ebbe il suo culmine a Woodstock. Vissi tutto in presa diretta, dal palco. Grace, Paul, Marty e tutti gli altri erano in grandissima forma all’alba di quella domenica. Il loro concerto era stato spostato dal sabato alla mattina presto del giorno seguente, per via dell’acquazzone che aveva trasformato il grande prato in un anfiteatro di fango.
Paul aveva deciso di suonare con la Gibson blu che usava solo per le grandi occasioni. Jorma, chissà da dove, ne aveva tirata fuori una identica. Jack vestiva come un lappone, con quel suo tipico copricapo da cui non si separava mai. Marty sfoderava la sua voce migliore, nonostante avesse gli occhi sbarrati dalla coda lisergica della notte appena trascorsa.
Grace era bellissima. Sembrava una dea greca scesa in terra: la sua tunica bianca, sfrangiata sino al ginocchio, le lasciava le spalle e le braccia abbronzate completamente nude. Aveva il volto ispirato, baciato dalla luce dell’alba.
Urlò forte:  “Good morning, people!”, e cominciò a cantare.
Li ascoltai suonare una versione aggressiva di Volunteers. Il cuore mi pompava sangue in ogni cellula della pelle, facendomi rabbrividire.
Grace faceva da contraltare alla voce di Marty, che prendeva letteralmente il volo sulla distesa davanti ai miei occhi: centinaia di migliaia di giovani come me, convenuti per cambiare il mondo con la sola forza della musica. Volevano fermare la guerra in Vietnam, e ogni altra guerra futura. Questa era la sola rivoluzione, e non c’era nessuno a fomentarla. Solo un incontenibile desiderio di pace e di libertà in quel ribollente catino pieno di gente. Mi scese una lacrima dagli occhi, forse per la stanchezza, forse per l’emozione. Il cuore si riempì di un urlo che mi esplose in gola, per arrivare sino al cielo.
Grace lo udì, si voltò e mi sorrise.
Report
CIA – Abstract N. 11/18 - 28/69 – Op. Merrimac-CA
San Francisco, 16 settembre 1969
Altamente Confidenziale
Al Direttore Bob Helms
Dal Responsabile del Dipartimento Operazioni Interne di Controspionaggio
Oggetto: “New Left” e gruppi musicali della California
 
«I nostri agenti dislocati presso i campus universitari, infiltrati nel movimento pacifista o in organizzazioni politiche studentesche o femministe della “New Left”, nonché nei gruppi musicali californiani, riferiscono che non emergono legami con potenze straniere interessate a fomentare agitazione e disordini per porre in difficoltà l’attuale Amministrazione per la sua politica di contenimento dell’espansionismo comunista a livello mondiale.
I nostri agenti riferiscono che l’adesione alle iniziative pacifiste contro la guerra condotta dall’esercito nelle aree del Sud-Est Asiatico è generalmente spontanea e non indotta da elementi provocatori o da agenti stranieri.
L’incitamento alla “rivoluzione” e al “caos” deve essere inteso in senso non letterale, perché sempre accompagnato da riferimenti all’“amore universale” e alla “pace”.
È doveroso segnalare che alcuni agenti, specie quelli più giovani, cominciano a nutrire dubbi sulle operazioni in atto, che - a loro dire - potrebbero essere rivolte (mi si consentita una citazione testuale di un rapporto di base): “contro qualsiasi persona che gode della protezione degli Stati Uniti”. Si chiedono istruzioni a riguardo.»
 
 
Blows Against The Empire
Seguivo con apprensione le notizie sul Processo ai Sette di Chicago e le rivolte nei campus studenteschi. Il Potere, di cui facevo parte, reagiva con sempre maggiore violenza. Nella Kent State University, durante una protesta contro l’invasione della Cambogia, la Guardia Nazionale aveva sparato proiettili veri, lasciando quattro studenti stesi sui prati ancora umidi per la pioggia di maggio.
Fu allora che presi la decisione: era ora di mettere la parola fine alla buffonata dell’operazione di controspionaggio. Volevo riprendere a studiare, laurearmi in astrofisica, provare a rifarmi una vita.
Chiamai Jenny e le chiesi un appuntamento. Ci incontrammo in un drugstore. Le dissi dritto in faccia come stavano le cose. Mi stette a sentire senza batter ciglio.
– È tutto?
– Sì, che è tutto.
Stette per un po’ in silenzio, e poi,
– Ci faremo vivi, presto, e aspetta prima di considerarti “dimissionato”. In fondo, non si entra e si esce così facilmente nelle operazioni clandestine dell’Agenzia.
Ci salutammo con un bacio e un abbraccio. La guardai andar via, pensando con malinconia che non l’avrei più rivista.
 
Ogni tanto andavo a trovare Paul e Grace, nella loro casa di Sausalito.
Grace aspettava un bambino, ed era felice come può esserlo una donna che immagina per sé e per suo figlio un mondo nuovo alle porte.
Paul invece era sempre più strano, forse anche lui avvertiva che qualcosa stava cambiando.
I rapporti interni al gruppo, tra Jorma e Jack da una parte, Grace e Paul dall’altra, con Marty isolato nel bel mezzo di tutto, generavano tensioni almeno pari a quelle dell’alimentazione degli amplificatori.
Paul non faceva che divorare libri di fantascienza, litigava con Grace che gli rimproverava di voler fare troppe cose, e tutte insieme.
Io passavo lunghi pomeriggi a discutere con Paul di come ormai il Movimento avesse perso ogni illusione. Discutevamo del fatto che non ci fosse più alcuna via d’uscita per cambiare il destino dell’umanità, ormai sulla china dell’autodistruzione a causa delle guerre e dell’inquinamento.
Paul ripeteva che se avesse potuto costruire un’astronave avrebbe abbandonato la Terra per vagare nell’Universo, portando con sé i coloni, come in un’Arca, alla ricerca di un altro Pianeta dove cominciare una nuova vita. Mi disse che aveva anche intrapreso stretti contatti epistolari con un certo Hermann Oberth, un fisico, teorico dei viaggi spaziali nell’Universo.
Talvolta annuivo, ma il più delle volte lo contestavo, dicendogli che leggeva troppa science fiction. Arrivavamo spesso al punto di litigare. Grace ci seguiva con un certo distacco. Stava seduta in terrazza su una sdraio, con tutta la sua rotonda bellezza di prossima madre. Interveniva solo quando il tono della discussione saliva, per ricordare a Paul che il bambino avrebbe certamente udito la sua rabbia, e non gli avrebbe mai perdonato di aver disturbato i suoi liquidi sogni.
 
Quando uscì “Blows Against the Empire” avevo lasciato l’operazione Merrimac-CA con il consenso dell’Agenzia. A patto che restassi disponibile in qualunque altro momento si rendesse necessario, per la Sicurezza Nazionale. Erano state le condizioni che avevo accettato.
Avevo ripreso a studiare per conseguire il Phd in radioastronomia, ed erano ormai diversi mesi che non vedevo più Paul, Grace e i JA.
Così appresi solo dalle riviste specializzate del proclama contenuto nel libretto di “Blows Against the Empire”. Comprai il disco e andai subito a casa ad ascoltarlo. Aprii il cellophane con una certa impazienza, e per prima cosa lessi i testi del libretto, pieno di disegni che sembravano appena usciti da una allucinazione a base di LSD. Sul retro c’era stampato il proclama.
 
STARSHIP-STARSHIP-STARSHIP
People (people!) Needed Now
Earth Getting Too Thick
MOVE ON OUT to the COOL & THE DARK
Embarkation date: Mill 4 (App. 1989-9).
We intend to hijack the first sound interstellar or interplanetary starship built by the people of this planet
A time of 3-7 months will be needed for tantronic conversion of the machinery to make it usable for practical
travel - involving light years.
We need people on earth now to begin
preparing the necessary tools.
There will be room for 7000 or more people.
SEARCH OUT ATLANTIS IT LIVES & BREATHES
INSIDE OF YOU
JOIN US - A PLUNGE INTO REALITY
STARSHIP FOUNDATION
 
Me lo aspettavo, ma mi colpì comunque la folle visione sottesa a ciò che voleva apparire un irrealizzabile sogno psichedelico. Parole che sembravano frutto di un’allucinazione, a me apparvero una dichiarazione di intenti, una sfida per un’alternativa alla Terra, ovunque nello Spazio profondo.
Accesi l’impianto e, dopo aver messo il disco sul piatto, mi sedetti sul divano, chiudendo gli occhi.
La voce di Paul si alternò subito alle galoppate liriche della voce di Grace. Ascoltai le invettive contro l’establishment, sorrisi per la favola dei bambini che crescono sugli alberi come frutti agitati dal vento. Mi immersi nella suite al pianoforte, accompagnata dalla chitarra ritmica di Paul: apriva le porte del viaggio, preannunciando il dirottamento dell’astronave in orbita attorno alla Terra.
Immaginai la contemplazione delle costellazioni dal “ponte” dell’astronave:
 
“Do you know
We could go
We are free.
Any place you can think of
We could be.
Have you seen the stars tonight?
Have you looked at all the family of stars?”
 
Sentii vibrare i motori tantronici dell’astronave, comandati dalla pedal-steel di Jerry Garcia: li ascoltai sviluppare la loro massima potenza per lanciarli oltre l’Infinito, fino a dissolversi completamente in un altro Universo:
 
“At first
    I was iridescent
Then
    I became transparent
Finally
    I was absent.” {5}
 
Mi ci volle un po’ per riprendermi completamente dal viaggio astrale, alzarmi e fermare il piatto che continuava a girare, facendo battere ripetutamente la puntina sul bordo del fine corsa. E mi ci vollero ancora un paio d’ore prima di poter tornare alla vita di tutti i giorni, con i piedi saldamente piantati per terra.
 
Passarono circa sei mesi prima che mi chiamassero dall’Agenzia. Mi convocarono in una sede segreta per un briefing con alcuni oscuri funzionari della NASA. Volevano sapere se tutto quella roba nel disco fosse mai stato oggetto di discussione, se durante le “sessioni” si fosse parlato di sequestrare astronavi e di dirottarle.
Io non credevo alle mie orecchie. Mi misi a ridere, ma quelli non batterono ciglio, restando tremendamente seri. Negai decisamente e fui convincente. Mi lasciarono andare, non prima di avermi fatto firmare la deposizione che riposero nel fascicolo della NASA con la sigla Classified che i solerti funzionari si erano portati appresso.
Tempo dopo seppi che “Blows Against the Empire” era stato proposto per il conferimento del premio “Hugo” della World Science Fiction Society, come migliore opera di fantascienza del 1970.
Venni anche a sapere che Paul lo aveva rifiutato, dichiarando, non senza sarcasmo: “Cerco sempre di evitare i funerali, e le cerimonie di premiazione”. La notizia mi fece prima sorridere, e poi riflettere, conoscendo la passione di Paul per la science fiction. Ma in definitiva non ci prestai troppa attenzione.
 
 
 
Torneranno
Smise di seguire il filo dei ricordi, e alla fine tacque. Jimi era rimasto ad ascoltarlo per buona parte della notte, alternando il sonno alla veglia.
Phil gli aveva raccontato tutto quello che gli era capitato in quegli anni. Si era invece tenuto per sé cosa aveva scoperto. Aveva evitato di raccontargli della scomparsa dei membri dei JA, del messaggio che Paul e Grace gli avevano lasciato sul retro della foto che portava sempre con sé.
Non gli aveva detto neppure del significato dei segni sulla chitarra blu. Aveva evitato di far cenno ai sospetti sull’incidente occorso al Challenger, in concomitanza con la sparizione di parte dei JA. Lo Shuttle era andato perso in orbita con il suo intero equipaggio, durante la manovra di attracco alla Stazione Spaziale Internazionale. Ma lui aveva raccolto prove che contrastavano con la versione ufficiale dell’incidente fornita dalla NASA e dall’ESA.
 
Un tenue bagliore grigio che cominciava a diffondersi annunciava una nuova alba acidamente uggiosa su quella che un tempo era stata San Francisco.
La chitarra blu era appoggiata nell’angolo della hall dell’albergo abbandonato, diventato il loro rifugio segreto. Ogni tanto Jimi la suonava, collegandola al piccolo amplificatore portatile all’accumulatore eolico, montato sul tetto, capace di sfruttare con la massima efficienza la brezza leggera che raramente soffiava dal mare. La suonava quasi con reverenza, benché non sapesse a chi fosse appartenuta quella chitarra blu costellata di stelle.
Phil la guardò.
La luce dell’alba non l’aveva ancora raggiunta, in quell’angolo scuro dove era stata riposta. La vide scintillare nel buio, come se possedesse una propria energia.
Le costellazioni e le galassie che vi erano rappresentate brillavano come una volta accadeva nel cielo notturno, in un tempo ormai passato per sempre.
Quei punti fluorescenti rappresentavano una mappa stellare, che lui aveva prima ricostruito, e poi decifrato e riconosciuto. Le linee brillavano nel buio con una flebile luce verdognola, tracciando una rotta a spirale, che trascendeva in una zona oscura dell’Infinito, dove - tra ammassi di gas e materia primordiale - le stelle nascevano, come frutta attaccata ai rami.
La rotta riprendeva, avvolgendosi in una nuova spirale.
Completava il ciclo delle sue origini attraversando le corde della chitarra blu, per ricongiungersi al punto di partenza.
 
I suoi occhi si velarono, e una lacrima gli rigò il volto. Suo nipote, nel dormiveglia lo sentì mormorare:
– Torneranno, lo so, lo hanno promesso. Torneranno, e saremo nuovamente liberi.

Anno pubblicazione

2011

Pagine

180

Formato

14x20 cm

ISBN

978-88-95412-32-0

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