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La rabbia, l’amore e le nuvole senza tempo
AA.VV

La rabbia, l’amore e le nuvole senza tempo Prezzo del libro 14,00
La rabbia, l’amore e le nuvole senza tempo Oppure scaricalo da

Racconti ispirati alle canzoni di Fabrizio De André
Mettete su un CD di Fabrizio, lasciatevi andare alle musiche e alle parole... e immaginate, immaginate una storia... una piccola storia, dove l’emozione della canzone si fonda con le vostre parole...Da questa provocazione è nato il libro. 28 racconti che a proprio modo interpretano le canzoni di Faber

Primo capitolo

DORMIVAMO SENZA PAURA
Giorgia Montanari

 
– Si son presi il nostro cuore sotto a una coperta scura.
La voce di Davide mi fece sollevare di colpo la testa dalla relazione che stavo finendo di leggere. Era arrivato in leggero anticipo, ma sul momento non ci feci caso, sollevato com’ero dalle sue parole.
Dovevo essere sicuro, però. – Cosa, scusa?
Non mi rispose subito. Niente di strano, non lo faceva mai.
Invece, cominciò a togliersi la sciarpa e, solo quando ebbe finito di arrotolarla con attenzione, per poi infilarla nella tasca della giacca - così che sporgeva fuori come un salame multicolore - aprì di nuovo bocca: – Sotto una luna morta piccola.
Evvai! Finalmente aveva cambiato. Non ne potevo più dell’ultima, erano ormai dieci giorni che le uniche parole che sentivo c’entravano con Via del Campo, fino ad arrivare al top della vergogna quando, davanti alla dirigente scolastica in visita, Davide se n’era uscito con un chiarissimo, e perfettamente udibile: – C’è una puttana. – L’ideale per la mia credibilità, insomma.
 Quando l’avevo incontrato per la prima volta, non avevo la minima idea di cosa aspettarmi. Mi avevano convocato in fretta e furia per sostituire una collega che aveva avvertito in ritardo della sua malattia, e tutto quello che sapevo di Davide era che era autistico.
La maestra me l’aveva indicato: un ragazzino pallido e magro, con una massa ispida di capelli ricci che accentuavano la forma appuntita del viso. Un brutto sfogo rossastro, o un’irritazione, non so, gli circondava le labbra, ricordando un clown triste.
Avevo evitato di toccarlo, perché sapevo che non sempre questi bambini accettano il contatto fisico, e mi ero limitato a sorridergli, spiegandogli chi ero, e che avremmo passato qualche ora insieme, fuori dalla classe.
Quel primo giorno non aveva aperto bocca, ed era uscito dalla sua immobilità silenziosa solo quando gli avevo messo sotto alle mani un foglio, allungandogli anche dei pennarelli. Aveva disegnato un treno, in fretta e molto bene.
Il secondo giorno sentii per la prima volta la sua voce, poco prima che lo riaccompagnassi in classe: – Non si trattava di un missionario. – Cosa? Pensava forse che fossi una specie di volontario? Lo guardai stupito, pensando di aver capito male, ma lui aveva gli occhi rivolti altrove, l’espressione serena e impenetrabile.
Il terzo giorno fui informato che la malattia della collega si era tramutata in una gravidanza a rischio, e che con Davide sarei rimasto io, fino al suo rientro. Nell’attesa di parlarle, ero riuscito invece a prendere appuntamento con la mamma del bambino, quello stesso pomeriggio alla fine della scuola.
Non so di preciso cosa mi aspettassi, certo è che non fui stupito della donna minuta, con l’aria stanca, che varcò la soglia. Avevo già lavorato con qualche ragazzo problematico, e il suo sguardo era uguale a quello che avevo letto negli occhi di molti genitori: l’amore rassegnato di chi ha avuto qualcosa di molto diverso da quello che si sarebbe aspettato.
– Davide le ha già parlato? – aveva esordito, dopo le presentazioni.
– Solo poche parole. Ha detto: “Non si trattava di un missionario”.
La donna aveva sorriso: – Bocca di rosa. È quella del momento.
Subito non capii, ma poi mi colse un lampo di consapevolezza:
– Tutti si accorsero con uno sguardo che non si trattava di un missionario – cantai.
– Lei è stonatissimo – aveva osservato la donna, ma senza sorridere: una semplice constatazione. – Davide ha la fissazione delle canzoni di De André – aveva spiegato poi, iniziando a stropicciarsi le mani, come se fossero sporche e se le stesse lavando. – Sono anni che non dice una parola che non sia tratta da una delle sue canzoni. Era suo padre che aveva la passione: Dio solo sa quante volte gliele ha fatte ascoltare, mentre lo scarrozzava in giro per medici. – Non ebbi nemmeno bisogno di fare la domanda. – Se n’è andato, sono anni che non vede Davide.
Da quell’incontro non seppi molto di più, anche se ora almeno avevo una chiave di lettura.
Canzoni di De André? Bene, era meglio di niente.
Mi munii di un canzoniere completo, e iniziai a provare a decifrare quel bambino.
Quando Davide sceglieva una canzone - e le cambiava dopo alcuni giorni, una settimana, fino a ora quella che era durata di più era stata proprio Bocca di rosa, rimasta in voga per due settimane abbondanti, e abbandonata di colpo dopo un ferale “L’ira sdegnosa delle cagnette” - la sua era una full immersion. Parlava con quella canzone, ne scriveva i versi, ne disegnava delle scene.
Era strano sentirlo declamare, a spizzichi e bocconi, parole che ero abituato a sentir cantare; fra l’altro, tolte dal loro contesto, a volte assumevano un senso diverso, e quello che magari fino a quel momento avevo considerato il più poetico dei versi assumeva foschi significati.
Non mi era chiaro se effettivamente esistesse un senso alle parole che diceva, ovvero, se le canzoni fossero o no un canale di comunicazione. Sua madre sosteneva di no, che non se n’era mai accorta: anzi, semmai era vero il contrario ovvero capitava che Davide in qualche modo applicasse anche nella realtà le parole che declamava. “Una volta, quella di Maria nella bottega del falegname, l’ho fermato mentre cercava di fare non so cosa col martello”, aveva raccontato in uno dei nostri incontri. Di volta in volta, la vedevo triste, rassegnata, anche arrabbiata, angosciata dal futuro di suo figlio, che non riusciva a immaginare.
A me invece sembrava di scorgere un legame fra qualcosa che era successo e le parole del testo scelto da Davide… per esempio, quando fu il turno di Via del Campo, era appena arrivata in classe una nuova bambina, molto graziosa, e avevo pensato che potesse essere lei “la bambina con le labbra color rugiada”, ma poi lui si era incagliato sulla frase “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori”, e ci avevo ripensato.
Un’altra volta, era stato dall’oculista il giorno precedente, e si era presentato con addosso un paio di occhiali di plastica nera, stranamente antiquati per un bambino della sua età. Ci avevo provato:
– Non più ottico, ma spacciatore di lenti, per improvvisare occhi contenti – avevo canterellato. Mi rifiutavo di recitare semplicemente quelle frasi, perché pensavo che anche la melodia avesse un suo significato.
Non so se era stato per la mia penosa intonazione, o se per una volta ero riuscito a stabilire un legame, ma mi era parso che un debole sorriso incurvasse appena le labbra di Davide. Ma potevo anche essermi sbagliato, ovviamente, anche perché lui non adottò la mia canzone, ma andò avanti per la sua strada.
 
 Bene, allora tocca al Fiume Sand Creek, dissi a me stesso.
– Che ne dici di disegnare qualcosa? – proposi, siccome il disegno era una delle poche cose che effettivamente riuscissimo a fargli fare. A dirla tutta, ci era portato.
Davide non se lo fece ripetere: allungò la mano verso la risma di fogli, poi prese la scatola di colori a matita e si chinò sul banco, paziente. Il marrone: un tronco uscì dai suoi tratti precisi. Il grigio: non me lo aspettavo, ma tratteggiò con quello la chioma. L’azzurro divenne delle gocce tutto intorno. Per ultimo prese il rosso, e fu a quel punto che capii: – Le lacrime più piccole, le lacrime più grosse, quando l’albero della neve fiorì di stelle rosse – cantai. Non sapevo se l’albero della neve fosse una roba del genere, anzi, non credo proprio, certo è che quei piccoli segni scarlatti sulla chioma mi misero una grande tristezza.
 
 Il giorno successivo stavo per varcare la soglia della scuola quando mi sentii chiamare: era la mamma di Davide, che se lo trascinava dietro, camminando come una furia.
– Guardi, guardi cos’ha combinato! – mi apostrofò, sconvolta.
Il mio sguardo passò istantaneamente sul bambino, e notai il suo naso, gonfio e violaceo, con segni di sangue coagulato.
– Sognai talmente forte che mi uscì il sangue dal naso – dissi, più a me stesso che a lei.
– Certo… certo! Un sogno, vero Davide? – lo scosse per il braccio. Lui guardava davanti a sé, impassibile. – Col cavolo! Stanotte ne ha combinata una delle sue! Non so neanche come abbia fatto a conciarsi così! – sbraitò.
– Se non la pianti, finisci in istituto! – concluse, prima di mollarlo e di allontanarsi. Non avevo fatto in tempo ad aprire bocca.
– Fu un generale di vent’anni, occhi turchini e giacca uguale –  mormorò Davide.
– Vieni – ribattei, conducendolo verso l’aula.
 Quel pomeriggio decisi di rimanere a scuola, anche se Davide era rientrato in classe e io in teoria avrei potuto tornare a casa: volevo vedere sua mamma quando lo sarebbe venuta a prendere, speravo che si fosse un po’ calmata.
Devo ammettere che alla mattina non l’avevo nemmeno guardata, quindi fu con stupore che alle quattro me la trovai davanti coi capelli tinti di fresco e un cappottino rosso che non le avevo mai visto.
– Mi scusi per stamattina, credo di aver perso il controllo –  dichiarò immediatamente. – Il fatto è che ho sempre temuto che potesse farsi del male trasformando in realtà una delle sue canzoni – ammise.
– A scuola non ha mai fatto niente del genere – tentai di rassicurarla, anche se la capivo benissimo.
Si ravviò i capelli e notai, al suo dito, un anello con una pietra brillante. – Però ho sbagliato a reagire così, credo di averlo spaventato e basta.
In realtà ero quello che pensavo anch’io, ma mi venne istintivo tranquillizzarla: – Oggi si è comportato come al solito.
La vidi sorridere: – C’è un bel sole. Pensavo di portarlo a fare una passeggiata.
– Al fiume Sand Creek? – scherzai. Mi piaceva, in questa versione più giovane e carina.
Sentimmo suonare la campanella, e i passi disordinati dei bambini che uscivano. In pochi minuti ci raggiunse Davide, l’unico a non correre.
– La mamma ti porta a spasso – gli dissi con un sorriso.
Lui non reagì ma, quando la madre lo prese per mano, non la ritrasse, come faceva altre volte. Lei mi salutò e cominciò ad allontanarsi, Davide però dopo pochi passi si girò e disse, in un soffio: – Si son presi il nostro cuore sotto a una coperta scura.
 
 Mentre guidavo verso casa sentivo una strana sensazione in fondo alla pancia: un fastidio, come il ronzio di una cimice che non riesce a uscire dalla finestra. Come quando mi ero dimenticato qualcosa, ma non sapevo cosa.
Cercai di distrarmi fantasticando su quel che poteva essere successo alla mamma di Davide: l’avevo vista più carina, elegante, anche rilassata, per quanto possibile. E poi, quell’anello… Non potei trattenermi dal pensare che avesse trovato un uomo. – Un generale di vent’anni – scherzai, parlando da solo.
Ben lungi dal farmi sorridere, quelle parole, pronunciate nel silenzio dell’abitacolo, ebbero il potere di farmi gelare il sangue.
Davide l’aveva detto. Un generale di vent’anni, occhi turchini e giacca uguale. Il naso sanguinante… Sognai talmente forte.
– Datti una calmata – mi dissi da solo, il cuore che galoppava.
Ma non potevo: sembrava che quella frase avesse sbloccato qualcosa e che, come una calamita, richiamasse a sé tanti pezzi separati. Pezzi disordinati: ricordi, parole, musica. L’anello della madre: dai diamanti non nasce niente. L’albero della neve fiorito di stelle rosse. Indietro nel tempo, quello sfogo - ma era uno sfogo? - la Bocca di rosa, e l’ira sdegnosa. Le lacrime più piccole, le lacrime più grosse.
Si sono presi il nostro cuore sotto a  una coperta scura.
Bruscamente, invertii il senso di marcia, diretto verso la casa di Davide.
 Mi attaccai al campanello. La parte razionale di me mi esortava a pensare almeno a una scusa per quell’irruzione immotivata. Ma il cuore pompava a manetta, il cervello soffocato - quella musica distante diventò sempre più forte.
– Non ci sono, la smetta di suonare – sbraitò una voce a un certo punto.
– Non sa dove sono andati?
– Ma per chi mi ha preso? Mi faccio i fatti miei, io.
Correndo, tornai alla macchina - i nostri guerrieri troppo lontani, sulla pista del bisonte.
Dove andare? A volte i pesci cantano, sul fondo del Sand Creek.
 
 
Vidi la gente già dal parcheggio sull’argine: un crocchio di persone strette in cerchio, attorno a qualcosa che non riuscivo a scorgere. Un uomo si fece largo, rivelando una figura stesa a terra, con un tipo fradicio accanto, accucciato. Un ragazzo - di vent’anni, occhi turchini e giacca uguale.
L’uomo si chinò sulla figura, su Davide, mi obbligai a realizzare. Febbrilmente, avvicinò la sua bocca alle labbra del bambino, una, due, tre, quattro volte - tirai una freccia in cielo, per farlo respirare.
Nulla.
Mi avvicinai ancora: ecco una macchia rossa. La mamma di Davide, china sul figlio e sul tizio che cercava di rianimarlo, stretta al ragazzo bagnato. Lo sguardo preoccupato, le labbra strette, la pelle pallida.
Mano a mano che la respirazione continuava, la vidi tirarsi sempre più su, sempre più indietro. Qualcuno le batté una mano sulla spalla. Ormai potevo sentire le parole: – Deve essere caduto.
– Il ragazzo ce l’ha messa tutta… la corrente… il freddo…
– Si faccia forza, signora.
La donna alzò gli occhi per rispondere all’incoraggiamento, mentre il soccorritore si sedeva sulle ginocchia, vinto.
Gli occhi di lei incrociarono i miei.
Ora i bambini dormono, sul fondo del Sand Creek.

Anno pubblicazione

2010

Pagine

240

Formato

14x20 cm

ISBN

978-88-95412-23-8

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