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La sciarpa gialla
AA.VV

La sciarpa gialla Prezzo del libro 14,00
La sciarpa gialla Oppure scaricalo da

Diciotto autori si sfidano a vicenda con altrettanti racconti. Vicende piene di tensione, ambientate nei luoghi più disparati, con soluzioni inaspettate e ben congegnate.


Una vendetta consumata dopo 40 anni, un intrigo in un night club, un paesino di montagna
sconvolto, la sparizione improvvisa di una collega di lavoro, una somiglianza imbarazzante,
una brutta storia dall’Albania degli anni ‘40, un omicidio nella nebbia modenese,
un tifoso del Verona calcio coinvolto, un commissario alle prese con l’omicidio del fratello,
un altro nella sua ultima missione prima di andare in pensione, un ragazzo bene e il suo amico barbone, una regata a Trieste, un regalo tragico, un ricco signore dalla doppia vita, una donna bellissima e glaciale, un uomo che incastra il suo miglior amico, la piccola Milù di cui nessuno conosce nulla, una squadra femminile molto complicata da gestire...

Tante storie... unite dall’unico indizio.

Primo capitolo

UN CAFFÈ AL GRAND HOTEL di Laura Bassutti

L’americana si presentó puntuale. Avvolta nella pelliccia di martora sontuosa e lunga, che si tolse non appena entrata e che lasció negligente sulla sedia.
“La sciarpa la tengo, ho qualche problema di cervicale e con questo umido...” disse, drappeggiandosi al collo una sciarpa di cachemire gialla.
Lieve e pregiata, come quella che lui possedeva un tempo e le aveva regalato un pomeriggio di un’estate lontana. Un pensiero, un ricordo attraversarono rapidi la mente dell’uomo. Un’immagine venuta dal passato e che si fece piú netta, definita, mentre una paura sottile si impadroniva di lui. Adesso che iniziava a comprendere.
Lo sparo, dritto al cuore, pose fine per sempre ai suoi pensieri.
Dora lasció scivolare la sciarpa che andó a posarsi leggera accanto a quel corpo senza vita e che lei non degnó di uno sguardo.
Indossó nuovamente la pelliccia e si allontanó, silenziosa e sicura com’era venuta.
 
Il commissario Tancredi osservò ancora una volta il corpo di Giuseppe Taschi, il foro del proiettile che spiccava sulla camicia bianca di buon taglio ma dalla stoffa un poco lisa.
Con precauzione, indossati dei guanti, raccolse la sciarpa che qualcuno, l’assassino chissà, aveva lasciato accanto al cadavere. Una dimenticanza tanto irreale e assurda da apparirgli impossibile, piú una beffa che una confessione.
L’etichetta riportava il nome di un negozio di New York.
La sua mente andó immediatamente all’americana che alloggiava al Grand Hotel con seguito di cameriera e autista.
Era venuta perché interessata a comprare Villa Taschi: le piacevano il posto e il lago, che aveva visitato anni prima con il marito. Cosí aveva raccontato lo stesso Taschi, che forse lei aveva ucciso... Per divergenze d’affari, il prezzo richiesto forse troppo elevato… Tancredi scosse il capo. Non si ammazza per questo.
Quelli che avevano scambiato qualche parola con lei, dicevano che parlava un ottimo italiano, appena venato dall’accento straniero. Sembrava che fosse nata a Milano e che i suoi fossero emigrati in America quando era bambina.
Gli impiegati del Grand Hotel, discreti e gelosi dell’intimitá dei loro clienti, non avevano né confermato né negato e l’americana aveva continuato a passeggiare per le strade del paese ormai vuote, unico mistero e attrazione di quella stagione morta e tediosa.
Tancredi diede qualche disposizione all’agente che lo accompagnava e si allontanó in direzione del Grand Hotel.
Tante domande incessanti a tormentarlo mentre avanzava rapido nella nebbia che iniziava a sorgere dal lago.
Salutó il portiere gallonato all’ingresso dell’albergo e oltrepassó la porta girevole. Lo accolse la grande hall con i suoi marmi e velluti, le morbide poltrone e i tavoli intagliati, le vetrate che davano sul lago, le statue e i mazzi di fiori rinnovati ogni giorno, anche ora che i clienti erano cosí pochi.
Si diresse al banco, dove il segretario, una volta udita la sua richiesta, rimase un momento in silenzio quindi disse:
“Mi permetta, commissario”.
Non aggiunse altro se non un inchino impeccabile e silenzioso, si volse per allontanarsi verso l’ufficio dal quale fece ritorno, dopo un istante, in compagnia di un uomo piú anziano che Tancredi riconobbe come il direttore dell’albergo.
Cortese e impassibile come sempre, pronto a proteggere l’albergo e i suoi clienti. Almeno sino a dove avrebbe potuto.
Il commissario si limitó a dire che aveva necessità di parlare con un ospite. Una questione urgente. Il suo tono dovette scoraggiare ogni replica che il direttore si fosse preparato:
“Vedo se la signora è in hotel” si limitó a dire, mentre sollevava il ricevitore del telefono e componeva frettoloso un numero.
Un breve scambio di parole in inglese e quindi si rivolse nuovamente a Tancredi:
“La signora la attende, dottore. La faccio accompagnare”.
Fece appena un cenno a un giovane in livrea che stazionava accanto al bureau e che, ossequioso, guidó Tancredi fino all’ascensore; il ragazzo del lift aprí le porte e all’ordine dell’altro premette un tasto.
La cabina inizió a salire silenziosa.
Il giovane della reception uscí per primo e quindi disse al commissario:
“Faccio strada. Prego”.
Percorsero un ampio corridoio. Alle pareti appliques elaborate e quadri pregiati che spezzavano la successione delle pesanti porte di legno. Regnava un grande silenzio.
Si fermarono davanti a una porta più ampia delle altre.
“La signora occupa la suite Azzurra” lo informó il ragazzo con un tono che non nascondeva una grande ammirazione. Per il lusso della suite o per i soldi della cliente che la occupava... non poté evitare di domandarsi Tancredi.
Probabilmente per entrambe le cose, si rispose.
Il giovane premette il pulsante dorato accanto alla porta che si aprí dopo un momento.
L’americana stava in piedi davanti a loro. Il ragazzo si congedó e scomparve, rapido come un soffio di vento.
“Passi commissario, prego. La stavo aspettando”.
La seguí fino a un salone, i cui ampi balconi guardavano sul lago grigio e immobile. Il caminetto era acceso.
Gli fece cenno di accomodarsi indicando una morbida poltrona dinanzi al fuoco.
“Prende qualcosa? Un caffè, un liquore...”.
Accettó un caffè che quella serví da una caffettiera argentata che si trovava su un tavolino basso accanto al sofá.
Lei si versó una tazza di tè, prese posto sul divano vicino e quindi osservò:
“Sembrerebbe una conversazione fra amici che si rifugiano davanti al fuoco per farsi confidenze o chiacchierare del piú e del meno”.
Tancredi non disse nulla, in attesa.
La guardó attentamente. Non poteva definirne esattamente l’etá, forse sulla quarantina. Bella ed elegante, con quella padronanza di sé che solo il denaro, moltissimo denaro, puó concedere.
Non tradiva nessuna emozione dietro i gesti sapienti di ospite impeccabile. Il volto rimaneva cortese, quasi inespressivo.
Tancredi sentí il dubbio affiorare, le domande, le ipotesi e le supposizioni affollargli la mente… Certo aveva trovato una sciarpa accanto al cadavere, e quasi sicuramente apparteneva a quella donna… Ma questo, solo questo, che valore poteva avere? La trasformava forse in assassina? Non poteva essere che inavvertitamente, sbadatamente, avesse perduto quella sciarpa e che il vero omicida si fosse ben guardato dal toccarla, consapevole e sicuro che la polizia l’avrebbe ritenuta un indizio sul quale indagare e indugiare facendogli cosí guadagnare del tempo prezioso…
“La attendevo, commissario” ripeté la signora Van Aarlen, appoggiando su un tavolo la sua tazza di porcellana.
“È stato commesso un omicidio. Stamani abbiamo ritrovato il cadavere di Giuseppe Taschi. Ci ha avvertiti la donna che una volta ogni due settimane va alla villa a fare le pulizie. Accanto al corpo c’era un oggetto che forse le appartiene”. Tancredi parlava con la piena consapevolezza di dirle cose che lei giá sapeva.
L’americana non abbassó lo sguardo. Rimase un istante, che gli parve eterno, in silenzio e quindi commentó:
“Una volta ogni quindici giorni. Come cambiano i tempi, dottore”.
La guardó perplesso, ma prima che potesse dire nulla, lei, che continuava a sorridere, aggiunse:
“Una volta a Villa Taschi durante l’inverno rimanevano la governante, il giardiniere, il custode e una domestica. E la cuoca. D’estate i signori, quando venivano a passare il mese di agosto, portavano con sé altra servitú dalla cittá”.
Tancredi fece un gesto, la sua ospite gli pose la mano leggera e sottile sul braccio:
“Non si spazientisca, commissario. Non voglio annoiarla con dettagli che non la interessano. Con abitudini passate che non la riguardano. Apparentemente almeno. Mi permetta solo di dirle una cosa. Io ero fra quelli che d’estate dalla cittá venivano al lago”.
Il commissario sollevó lo sguardo, stupito e quasi irritato dalle sue parole che gli davano la sensazione che avrebbe assistito a una sorta di danza, che lei avrebbe condotto e alla quale avrebbe imposto un ritmo fin troppo pacato e lento, tanto da estenuarlo.
“Si spieghi meglio signora Van Aarlen”. La sua voce assunse ora il tono secco del comando.
Gli sorrise ironica:
“Preferirebbe forse interrogarmi lei?” replicó freddamente.
Lui fece un gesto.
“Un uomo è stato ucciso. Vorrei sapere la veritá” replicó non trovando di meglio che frasi che gli parvero solamente retoriche. Dora Van Aarlen si accese una sigaretta.
“Andiamo con ordine. Chissà lo preferisca. Non so se ancora ne è venuto a conoscenza, ma da ragazza il mio nome era Maria Linzi. Nulla a che vedere con Dora, vero? Apparentemente, almeno. Dora è il mio secondo nome, il mio talismano per una nuova opportunitá. Si serva dell’altro caffè, dottore”.
Obbedí quasi meccanicamente, lei attese che terminasse e quindi proseguí:
“Mia madre lavorava dai Taschi. Aveva poco piú di vent’anni, era giá vedova e aveva due figlie. Vivevamo in una stanza minuscola dell’ala della servitú del palazzo di Milano. Una stanza stretta e buia. Mia madre lavorava fino a sfiancarsi, commissario. Lavava, lucidava i pavimenti, sbatteva i tappeti, faceva le pulizie… Mia sorella Ada e io quasi non andavamo a scuola, non avevamo nient’altro se non da mangiare e da vestire. Un posto dove stare a quei tempi era abbastanza”.
Fece una pausa, si alzó e si diresse verso la grande vetrata che dava sul lago, che rimase a osservare attenta e in un silenzio che lui non interruppe.
Si volse appena verso di lui, rimanendo in piedi vicino alla finestra, confusa e quasi protetta dal grigiore che penetrava nella stanza. E riprese a parlare.
“La vita era semplice, una successione precisa di stagioni e di fatti: l’inverno in cittá, l’estate qui. D’inverno mia sorella e io cominciavamo a imparare a far qualcosa. L’estate era quasi vacanza. Per questo credo che ci piacesse tanto venire qui. Si poteva correre, godere del sole, degli spazi aperti. Il parco, l’imbarcadero, la spiaggetta… sempre senza farsi notare, senza svelare la nostra presenza ai signori e ai loro tanti ospiti. Mia sorella Ada aveva tre anni meno di me. Era una bambina timida, in cittá sembrava cosí fragile e infelice. Qui si trasformava. Diventava allegra, vivace. Cantava, correva in giro, permetteva ai figli degli altri domestici di avvicinarla, trovava addirittura il coraggio di scambiare con loro qualche parola. Iniziava ad attendere da mesi di venire qui, alla villa sul lago che disegnava precisa durante l’inverno. Disegni bellissimi che mi pento di non aver conservato. Pieni di sole, di vigore… Fino all’estate quando Ada aveva appena compiuto dieci anni. Un’estate brutta, con tanta angoscia anche se noi non lo potevamo comprendere. Si avvicinava la guerra, dottore. Mia madre era piú seria e quieta del solito, la gente sussurrava domande che io non capivo. Continuavo a scorrazzare felice come solo i bambini sanno e possono essere. Ada no. Si era fatta cupa, malinconica e stranita. Di nuovo muta con noi e con quei ragazzetti che tanto le piacevano, che durante l’inverno ricordava e rimpiangeva. Mia madre non dette molto peso, pensó che il cambio d’aria quell’anno non le aveva giovato, le somministró qualcuno di quei rimedi che i poveracci di allora erano soliti dare con poca speranza nell’effetto e si affidó soprattutto alle preghiere alla Madonna che essendo Madre doveva sapere e capire... Fino a un pomeriggio di fine agosto, quando mia madre livida e pallida come non l’avevo mai vista e come non la vidi piú, mi disse con una voce terribile che saremmo tornate in cittá. Molto prima del consueto. Non rientrammo a Palazzo Taschi, ma finimmo in una pensione triste e povera, piú misera di noi. Ada non stava bene, iniziava a mangiar poco, sempre meno, di quel poco che c’era. Non duró a lungo, commissario. Alcuni mesi, prima che il male la prendesse e che la morte se la portasse via”.
La sua voce era divenuta fredda, meccanica. Come se raccontasse ora fatti accaduti ad altri o vicende che conosceva fin troppo bene e che fin troppo la facevano soffrire, dalle quali doveva in qualche modo prendere le distanze.
“Mia madre aveva una lontana parente emigrata in America. Si mise in contatto con lei, racimoló i soldi per il viaggio e ce ne andammo. Questa cugina lavorava come domestica a Boston, il padrone era il figlio di un emigrante olandese che aveva fatto fortuna. Un industriale dell’acciaio, dottor Tancredi. La nuova aristocrazia. Il figlio era deciso e spregiudicato quanto il padre, piú del padre. Non aveva paura di niente, tantomeno dello scandalo enorme che gli cadde addosso quando decise di sposare la giovane figlia di una sguattera. Un’italiana senza né arte né parte, senza null’altro che la sua bellezza. Quel matrimonio trasformó la mia vita, commissario. Ma non creda solo nella favola a lieto fine. Perché portavo con me una veritá terribile, un’ombra sottile, che non mi avrebbe mai abbandonato, che si sarebbe sempre proiettata su di me, su ogni istante della mia vita. Mia madre, commissario, mi aveva raccontato tutto. Anni prima, quando ero stata in grado di capire e quando lei non poteva piú sopportare, sola, il peso di quanto sapeva.
Ada durante quell’estate maledetta e strana aveva subito violenza, dottor Tancredi. Piú volte. In quella villa sul lago che aveva amato e rimpianto. Attirata in una soffitta polverosa e nascosta con il miraggio del dono di una sciarpa gialla che tanto ammirava e che Giuseppe Taschi portava nelle sere umide e fresche. Di cachemire, comprata a Londra, diceva la governante con aria di importanza. Carissima, piú di quanto potevamo immaginare di possedere mai. E che mia sorella guardava con occhi pieni di sogni e desiderio quando la cameriera la riponeva. Che Giuseppe indossava un pomeriggio estivo ma fresco, quando aveva incontrato Ada giú all’imbarcadero. L’aveva fermata e interpellata con gentilezza, vincendo la sua timidezza e la sua paura. Promettendole di insegnarle i tesori della villa che nessun altro conosceva e facendole giurare di mantenere il segreto, suggellando quel patto infernale con un dono che cancelló tutte le paure e risveglió tutti i sogni di una bambina povera. La sciarpa gialla di cachemire, quell’oggetto da regina venuto da lontano… Ada subí e soffrí il peggiore dei mali, sopportó, sola, la paura e la vergogna che sentiva di dover provare senza davvero poterne capire la ragione reale. Fino a che mia madre non venne a sapere qualcosa. Insinuazioni, chiacchiere di domestici… una storia passata da qualche anno e poco chiara, Giuseppe accusato di molestare la figlia di un impiegato del padre, le cose messe a tacere, l’impiegato allontanato... e altre voci ancora. Un sospetto orrendo che per mia madre divenne una certezza ancora piú terribile che la sua stessa figlia le diede. Una notte nel delirio di una febbre misteriosa e improvvisa Ada parlava di una sciarpa gialla che mia madre ritrovó dove lei l’aveva nascosta. E poi le parole sommesse di una bambina che appena capiva il male che le era stato fatto ma che pure lo soffriva tutto. L’impotenza, che poteva fare mia madre? Una sguattera accusare il figlio di Taschi per la fantasia malata di una bambina che avrebbero detto precoce e giá smaliziata… Non poteva difenderci in altro modo se non scappando come fece. Carica di vergogna e di odio. Di un odio che non si è mai spento e che mi ha trasmesso. Forte e intenso, perentorio, come un dovere da compiere, un ordine da eseguire. Dora Van Aarlen poteva fare quello che Maria Linzi non avrebbe nemmeno osato pensare. Ho iniziato a seguire con attenzione e interesse le vicende della famiglia Taschi. Il declino, la morte del primogenito Umberto e la fine di ogni speranza. Giuseppe non sapeva far altro che alimentare le sue passioni viziate, i suoi capricci. Un detective privato, uno dei migliori che si possano trovare in America, mi informava di ogni cosa. Relazioni dettagliate, precise. Mio marito me l’aveva insegnato e gliene saró grata per tutta la vita. L’importante è la conoscenza, significa potere. E finalmente ero piú forte, molto piú forte di Taschi. E un’altra lezione mi ha dato mio marito: saper aspettare quando è necessario. Da lui, che passava per un giocatore d’azzardo, imparai ad attendere. Che l’avversario si indebolisca da solo, che non veda via d’uscita, che non abbia la possibilitá di trovare una risposta se non mettendosi nelle tue mani… Mi capisce, dottor Tancredi, vero? E io aspettai anni, fino a che mi sentii capace di vincere ogni scrupolo, ogni rimorso, ogni incertezza e ognuna di quelle paure e domande che mi avevano tormentata. E sono venuta qui, con una scusa che mi parve perversa e geniale… Potevo essere proprio io a fornire l’ultimo aiuto possibile a quell’uomo che odiavo tanto, potevo illuderlo che con i miei soldi lo avrei salvato da una rovina ormai certa. Mi accolse con la cortesia e il rispetto che un tempo i suoi tributavano ai gerarchi in divisa e agli amici che scendevano da auto eleganti, con le signore ingioiellate. Umile quasi. Non mi riconobbe, certo che no. Come poteva? Dora Van Aarlen non ricordava in nulla Maria Linzi. Mi mostrava quelle stanze che odiavo e ogni volta il mio dolore si rinnovava e mi rendeva piú forte. L’ho ucciso io, commissario. Non me ne pento”.
Rimasero in silenzio, guardandosi, misurandosi.
Rivedendo, Tancredi, quel giovane arrogante e fatuo che era stato Giuseppe Taschi. Quell’uomo inetto che era divenuto. Riudendo le storie che la famiglia aveva potuto coprire, potente e boriosa. E che nessuno aveva voluto credere mai fino in fondo anche se si sapeva essere vere. Una ragazzina che si era gettata nel lago e che si sussurrava che qualcuno avesse visto con Giuseppe Taschi, le parole disperate e mai ascoltate di una madre tanti anni fa, la rabbia impotente di un padre che si diceva il Brigadiere avesse quasi cacciato con la minaccia della denuncia per calunnia. Voci, dicerie mai del tutto dimenticate e che Giuseppe Taschi aveva sempre potuto sfidare, accantonare con un gesto altero e prepotente come seccature inopportune e senza importanza.
“Dov’è la pistola?” domandó, stupito lui stesso dal tono basso e forzato della sua voce.
“Qui, nella mia borsa”.
“Me la dia”.
Lei obbedí macchinalmente.
Era un’arma comune: “Come l’ha avuta?”.
“Me l’ha procurata un amico fidato”.
“Ufficialmente?”.
Dora scosse il capo impaziente.
“Mi preparavo ad affrontare un’accusa per omicidio, commissario, crede che mi potesse interessare il fatto di possedere illegalmente un’arma?” replicó quasi sarcastica.
Tancredi con un gesto frettoloso e stanco fece scivolare l’arma in una delle tasche del suo soprabito.
“Resterá qui fino a quando io non glielo diró. È arrivata a casa di Taschi ieri per discutere della vendita della villa. Ha trovato la porta aperta, è entrata pensando che Taschi si fosse dimenticato di chiuderla o fosse uscito un momento. Siamo in un posto dove ci si conosce tutti, certe precauzioni non sono necessarie. Ha chiamato ma nessuno le ha risposto. È andata al salottino, dove di solito lui la riceveva, aveva intravisto la luce accesa. Ha visto il corpo a terra, la ferita… Ha avuto paura, non ha pensato a nulla solo a scappare via da lí... La sciarpa gialla che portava le è caduta. La portava sulla pelliccia direttamente, le deve essere scivolata via, lei non se ne è nemmeno resa conto. Voleva solo andare via, era terrorizzata. Quando è rientrata all’albergo si è accorta di non avere la sciarpa, ha capito che poteva essere a casa di Taschi ma non se l’è sentita di tornare. Non poteva farlo, era troppo l’orrore. Del resto non sa nulla, non ha visto nulla che possa aiutarci nelle indagini”.
Aveva parlato con un tono irato. Ora tacque e la guardó, quasi sfidandola.
“Ripeterá questa versione ogni volta che le verrá chiesto di ripeterla. Se sará necessario, dovrá muovere qualcuno di quegli amici potenti che sicuramente ha. Ora puó farlo”.
Dora era rimasta a guardarlo mentre parlava, senza abbassare mai lo sguardo, il volto, impenetrabile, che non esprimeva nulla, né paura né stupore. Nulla.
Si avvicinó lieve a Tancredi, gli sorrise appena e gli tese la mano.
Che lui strinse con forza e intensità, a suggellare un segreto che avrebbero condiviso per sempre e mai tradito.

Anno pubblicazione

2009

Pagine

192

Formato

14x20 cm

ISBN

978-88-95412-07-8

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