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LA TORRE TRA I DUE MARI
Salvatore Orso

LA TORRE TRA I DUE MARI
LA TORRE TRA I DUE MARI Oppure scaricalo da

In uscita

Primo capitolo

 

1

 

Chi non conosce la mia città non può comprendere l’amore che noi Trapanesi nutriamo per questa torre tra i due mari, sorta sulla punta di una lingua di terra rocciosa che, come la prua di una barca, taglia le onde del mare e ci rende per sempre marinai della vita.

 

 

 

Era un tardo pomeriggio d’inizio estate e, come spesso mi capitava a quell’ora della giornata, mi trovavo seduto su di un muretto vicino al mare nei pressi della Torre di Ligny, in attesa di ammirare il tramonto.

 

In quei giorni mi sentivo ansioso e non ne comprendevo bene il motivo. Complice anche il caldo eccessivo, nutrivo uno strisciante malessere interiore.

 

Desideravo tanto rilassarmi e i tiepidi raggi del sole mi aiutarono ad allentare l’ansia. Tutto intorno si udivano solo i versi dei gabbiani e una leggerissima brezza marina iniziava a rinfrescare l’aria. Inspirai profondamente l’odore del mare e mi sentii subito meglio.

 

A pochi passi da me c’era una donna. Sicuramente una turista, pensai, una delle tante che, spesso, in estate popolano la mia città. I nostri sguardi si sfiorarono per un attimo, di sfuggita, giusto il tempo di un sorriso.

 

Mancava ormai poco al momento più emozionate: il tramonto, quando il sole sembra

 

immergersi nel mare. Infinite volte in precedenza ho assistito a quest’incanto e quando lo spettacolo finisce, spesso rimango immobile a pensare, o meglio a non pensare, come avvolto in uno stato di trance. Era esattamente ciò che provavo in quel momento. Il cielo si era colorato di un rosso tenue e le isole Egadi davanti a me sembravano galleggiare su quella tavola blu che era il mare. Ero inebriato da quello spettacolo e finalmente un velo di serenità placò i miei fremiti interiori.

 

Nel riemergere dal rapimento procurato in me dallo spettacolo naturale, la mia attenzione fu catturata nuovamente da quella donna. Notai che era seduta cavalcioni sul muretto e il suo sguardo si perdeva oltre l’orizzonte. La osservai furtivamente. Indossava una maglia rossa e un paio di blu jeans tagliati sul ginocchio. I suoi capelli biondi un po’ arruffati per colpa della brezza le coprivano parzialmente il viso ma riuscii comunque a scorgere i suoi luminosi occhi verdi. Aveva un taccuino tra le mani, dove annotava o forse disegnava qualcosa.

 

Prima di andare via mi fissò per un attimo e mi sorrise nuovamente. Ricambiai il sorriso ma non ebbi il tempo di fare altro che già lei non c’era più.

 

Rimasi ancora un po’ a guardare il mare e ad ascoltare il verso dei gabbiani. Poi prima di andarmene mi accorsi che nel punto esatto, dove prima si trovava quella donna, a terra c’era un foglio di carta, probabilmente, pensai, caduto dal suo taccuino.

 

Incuriosito, lo raccolsi e con mia grande sorpresa scoprii che riportava un disegno: la torre di Ligny e sullo sfondo la figura di un uomo. Dapprima rimasi colpito da quell’immagine, perché sembrava che l’uomo mi somigliasse parecchio. Poi non ebbi più alcun dubbio; mi aveva ritratto assieme alla torre. Mille domande cominciarono ad affollare la mia mente: perché quello strano disegno? Perché proprio me, fra tanti? L’esigenza impellente di chiederglielo mi tormentava. Ma lei ormai era andata via e probabilmente non l’avrei mai più incontrata. Decisi comunque di conservare il foglio.

 

Tornato a casa, durante tutta la serata, tornai spesso col pensiero a quello strano episodio. La notte afosa e umida trascorse lenta e non riposai bene. Al mattino, pur nello stordimento per il mancato riposo, il primo pensiero fu comunque per quel disegno e per quella donna che probabilmente era ancora in città e forse con un po’ di fortuna l’avrei potuta ancora incontrare. Mi balenò così l’idea di ritornare per l’ora del tramonto alla torre.

 

Così feci e tornato li, mi sedetti esattamente nello stesso punto.

 

C’era più gente rispetto la sera prima e ciò mi creò un po’ di ansia. Avrei desiderato una condizione un po’ diversa, nell’eventualità che fosse ritornata.

 

Il sole tramontò, ma di Lei nessuna traccia. Deluso, m’incamminai sul viale che collega la torre al resto della città. Tenevo gli occhi bassi. I miei pensieri in quei pochi passi erano carichi di sconforto. Giunto però all’altezza della scalinata che conduce giù alla chiesa di S. Liberale, ebbi l’impressione che una sagoma femminile spuntasse proprio dagli scalini. Guardai meglio ed ebbi un sussulto. La sagoma era la sua, la donna del disegno.

 

Proseguiva spedita verso la torre, sicuramente non voleva perdere l’ultimo raggio di

 

luce proiettato sul mare. Decisi di seguirla. Si sedette sui gradoni che dal lato sud della torre scendono verso gli scogli sul mare. Feci anch’io la stessa cosa e dopo qualche istante presi coraggio:

 

«Ciao, ieri prima di andare via ti è scivolato questo foglio.»

 

E lei sorridendo:

 

«Ciao, non mi è scivolato l’ho lasciato cadere.»

 

Seguì un istante d’imbarazzo, ma poi una risata liberatoria diede il via al nostro incontro. Provai piacevolezza nel parlare con lei e avvertii che anche a Lei non dispiaceva. Così ci raccontammo un po’… Io Alberto siciliano, geometra con il pallino per il mare, sognatore un po’ sfigato immobile nella mia città. Lei Eva, Svizzera di Zurigo, esperta d’arte con il pallino per i viaggi culturali, in giro per la Sicilia alla ricerca della bellezza.

 

Parlava bene l’italiano pur essendo svizzera, confidenza raggiunta nelle tante estati passate in riviera romagnola durante la sua fanciullezza.

 

Stava per fare buio e così, pur continuando a chiacchierare, ci avviammo a piedi lungo il viale che unisce torre di Ligny con il vicino quartiere “delle baracche”.

 

È un quartiere che ha conservato nel tempo le sue pittoresche caratteristiche. Pur essendo in centro città, si respira un’atmosfera simile a quella di un borgo marinaro.

 

Devo dire che Trapani è una città ponte tra il mare e il cielo, dove il tempo e le stagioni sono scanditi dal colore e dai profumi del suo mare. Qui la gente porta nelle sembianze i segni di una storia ultra millenaria che si perde nella notte dei tempi. Lo testimonia il nostro modo di essere un po’ antico, un po’ lento.

 

Più ci avvicinavamo al quartiere delle baracche, più gli odori si moltiplicavano. Provenivano dalle vicine case dei pescatori, erano odori di cucinato. La sera, dopo una giornata di dura fatica in mare, i pescatori non rinunciano a una cena generosa, frutto del loro pescato, reso ancor più prezioso dell’antica maestria delle loro donne.

 

 

 

Si era fatta ormai l’ora di cena, ma nessuno dei due sembrava avesse voglia di congedarsi. Così presi l’iniziativa e proposi di mangiare insieme. In un primo momento tentennò, ma alla fine accettò il mio invito. Optai per un ristorantino con vista sul mare.

 

 

 

Ci sedemmo e per prima cosa brindammo al nostro stravagante incontro con due calici di vino, un “Grillo”. Poi su mio suggerimento, ci portarono gli “spaghetti con le uova di pesce San Pietro”.

 

Durante la cena Eva mi raccontò del suo viaggio in Sicilia; così appresi che aveva già

 

visitato Siracusa e Agrigento, che il suo viaggio si sarebbe concluso a Palermo, da dove avrebbe preso l’aereo per tornare a casa. Pertanto sarebbe rimasta nella mia città altri due soli giorni che avrebbe impiegato per visitare pure San Vito lo Capo ed Erice.

 

Durante la cena mi parlò anche della sua professione; del fatto che era una critica d’arte e collaborava con il museo d’arte “Kunsthaus” di Zurigo. Viaggiava molto per lavoro, ma era per la prima volta in Sicilia.

 

Mi confessò di essere rimasta impressionata positivamente da tutte le nostre bellezze artistiche e naturali, oltre ovviamente che dal meraviglioso clima:

 

«Alberto se potessi mi trasferirei senz’altro in Sicilia, qui è tutto pieno di luce, colori, ospitalità. Io in questo momento della mia vita sento di aver bisogno di tutto ciò!»

 

Il mistero continuava e speravo che mi raccontasse qualcos’altro della sua vita. Purtroppo notai che il suo viso si era, nel frattempo, rattristato. Cercai allora di distrarla e colsi l’occasione per raccontarle un po’ della mia vita e del fatto che anch’io amavo l’arte e nel mio piccolo dipingevo. Lo feci in modo autoironico. Il mio obiettivo era tornare a farla sorridere.

 

Eva mi ascoltò con interesse e fissandomi con i suoi occhi verdi, finalmente sorrise. Provavo un certo imbarazzo per come mi guardava; avevo come l’impressione che stesse cercando di scrutarmi dentro, che cercasse di leggere ben oltre le mie parole.

 

Finimmo di cenare e ci avviammo verso la passeggiata sopra le mura di tramontana.

 

Ad oriente, da dietro monte Erice, la luna piena luccicante si levava, riflettendosi con

 

pienezza sul tratto di mare che bagna le Mura. La sua luce illuminava le barche ormeggiate di fronte il piccolo molo di “Porta Ossuna”, ingresso antico della città che guarda verso Tramontana.

 

Si intravvedeva la spiaggia sotto le mura. Da sotto giungevano le voci di alcuni ragazzi che socializzavano in spiaggia.

 

«Alberto sei fortunato. Questa città è molto pittoresca.»

 

Giungemmo nella piazza del vecchio mercato (detta in dialetto a chiazza) e notammo le bancarelle di un mercatino dell’usato un po’ improvvisato.

 

Curiosando, fummo attratti da una vecchia giara:

 

«Ho letto Pirandello... mi piace tantissimo ed è anche grazie a Lui che sono venuta in Sicilia.»

 

Restò qualche istante a fissare quell’oggetto e poi disse ancora:

 

«C’è molto da imparare da voi siciliani!»

 

Rimasi ancora una volta sorpreso dalle sue parole, dalla sua voce calda, piacevolmente coinvolgente. Compresi in quell’istante che quella donna suscitava in me nuove emozioni.

 

Passeggiammo ancora un po’ e superata la piazza, giungemmo in via Torrearsa, affollata di gente, quindi, giunti all’altezza della Torre dell’Orologio, Eva si fermò:

 

«Se non ricordo male bisogna passare proprio dall’arco, sotto l’orologio, per andare verso il mio residence. Se non Ti dispiace vorrei rientrare, mi sento un po’ stanca.»

 

«Ti accompagno ben volentieri!» risposi.

 

In realtà, saremmo dovuti passare attraverso “Porta Oscura” (passaggio volgarmente chiamato dai trapanesi “coppa Loggia”), per poi attraversare tutta la parte medioevale della città, percorrere la via della Cuba, salendo oltre via Crociferi e quindi scendere per via Orfani, per giungere in ultimo in via XXX Gennaio. Qui, in un palazzo signorile, si trova una casa vacanze, gestita da una donna simpaticissima, conosciuta in città con l’appellativo “La locandiera”.

 

Davanti al portone, Eva mi salutò stringendomi la mano

 

«Alberto ti ringrazio di tutto, sei un uomo gentile!»

 

La guardai negli occhi e gli risposi:

 

«Mi farebbe piacere rivederti.»

 

Nel pronunciare queste parole le porsi il mio biglietto da visita. Lei prese il biglietto, lo guardò per qualche istante e poi mi rispose sorridendo

 

«Ci sentiamo domani. Ti chiamo» e sparì all’interno dell’edificio, chiudendosi il portone alle sue spalle.

 

Restai immobile, lo sguardo fisso su quel portone appena chiuso, ancora inebriato dalla sua presenza, poi, ripresomi decisi di tornarmene a casa.

 

 

 

Quella sera, nel mio letto, ripercorsi con la mente tutti i momenti del nostro incontro e riuscii ad addormentarmi con grande fatica. Ero rimasto incantato da quella strana donna così misteriosa. Mi sentivo stordito ed euforico allo stesso tempo come sotto l’effetto di una potente alchimia. Eva stava pian piano facendo nascere in me una dolce attesa che mi rendeva aperto alla possibilità, alla speranza. Mi sentivo, come sollevato dalle faccende terrene e portato in un mondo di emozioni, come ormai non mi accadeva da tempo.

 

 

 

Anno pubblicazione

2019

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