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LE AVVENTURE DI UNA KITTY ADDICTED
Eliselle

LE AVVENTURE DI UNA KITTY ADDICTED
Prezzo del libro 2,99
LE AVVENTURE DI UNA KITTY ADDICTED Oppure scaricalo da

Il passaggio dai ventinove ai trent'anni può essere traumatico, soprattutto se si hanno alle spalle un padre che scappa di casa per motivi misteriosi, una madre che va matta per la chirurgia plastica, una sorella emo diciassettenne e un fidanzato decennale che all'improvviso, senza una ragione apparente, preme per convolare a giuste nozze. E tutto questo proprio quando Viola, la protagonista di questa avventura, sta per coronare il sogno di diventare una PR letteraria dopo anni di gavetta alle dipendenze di una sorta di strega travestita da Mata Hari, che odia gli stessi scrittori per i quali organizza i party e i lanci editoriali. Viola si ritrova addosso un'irrefrenabile voglia di spensieratezza, il cui simbolo è la Hello Kitty di peluche della sua infanzia, provocando lo sconcerto di tutti; incurante delle critiche delle amiche, ogni giorno si lancia in incursioni nei negozi della città, alla ricerca di ogni genere di oggetto su cui è stampata l'allegra faccia della gattina giapponese; finché l'incontro inatteso con uno scrittore speciale assesterà il colpo di grazia alle sue presunte certezze e darà una svolta imprevista alla sua vita...

Primo capitolo

Settembre

Mezzogiorno e mezzo di fuoco

«Tanti auguri a te, tanti auguri a te, tanti auguri cara Violaaa, tanti auguri a teee!»
La scena si apre davanti ai miei occhi così, all’improvviso.
Vengo accolta da un applauso scrosciante, accompagnato da facce incartapecorite, risate sguaiate e dentiere brillanti. Mi serve qualche istante per riprendermi dalla sorpresa, infine realizzo che nel quadretto è presente persino una torta che a una prima occhiata sembra un catamarano di panna e cioccolato.
Mi sembra o ci sono ventinove piccole fiammelle accese che ondeggiano su altrettanti cilindretti di cera rosa?
Guardo meglio. Impreco tra me e me.
La prima impressione era quella giusta.
Lo sguardo fiero e orgoglioso di mia madre che mi porge il catamarano tutta pimpante e soddisfatta non è rassicurante. Sul serio, quella sua aria così orgogliosa non è per nulla rassicurante.
Fate mente locale e prendete nota: ecco tutto ciò che non si desidera il giorno del proprio compleanno.
Forse non mi trovo veramente qui. Ditemi che sto sognando.
Ditemi che in realtà sono ancora sotto le coperte, nella piccola stanzetta dell’appartamento in cui vivo al riparo dalle follie della mia famiglia, e sto vivendo un incubo da cui prima o poi mi risveglierò e ogni cosa tornerà al suo posto. Forse non è zia Betty la megera che mi fissa con sguardo feroce da dietro la spalla sinistra di mamma.
Ditemi che mi risveglierò... adesso!
«Ti stavamo aspettando, festeggiata!»
«Benvenuta!»
«Finalmente!»
«Auguri!»
Mi pizzico la faccia. Un’altra volta. Di nuovo.
Niente da fare.
Come un Buster Keaton in gonnella, senza spiccicare parola, con la borsa che mi scivola dal braccio e il piede alzato a mezz’aria, realizzo che no, non è un incubo: è proprio tutto vero. Mi guardo attorno allibita, conto veloce le persone che affollano il salone, scruto le facce che mi scrutano a loro volta e mi accorgo con terrore che dei presenti non conosco praticamente nessuno. O forse no, probabilmente qualcuno che conosco c’è, ma l’ultima volta che l’ho visto ero così piccola che non mi ricordo nemmeno chi sia.
È la cugina di nonna quella con le palpebre a mezz’asta che sonnecchia seduta sulla poltrona?
E quello che si infila le dita nelle orecchie e poi nel naso laggiù in fondo pulendosele sulla giacca, è per caso lo zio di mamma? Quello che non si è mai sposato, e ora più che mai sono in grado di intuire perché?
È difficile ripescare nella memoria la fisionomia di gente che rivedi dopo anni, soprattutto se provvista di optional da non sottovalutare quali pelle cadente, parrucchino o permanente stuccata sulla testa. Ho come la sensazione di essere stata catapultata nel reparto di geriatria senza un valido motivo.
«Ma mamma, ma io, tu... non dovevi» è l’unica frase impacciata che riesco a balbettare.
Una tragedia.
Il rito del compleanno si sta compiendo, puntuale, anche quest’anno. E anche quest’anno si è presentato “a sorpresa” come da prevedibile copione. Gli indizi si sono susseguiti per l’intera settimana e ora mi tornano alla mente come tanti piccoli vividi flash. Come ho potuto essere così ingenua?
È iniziata lunedì scorso con un invito materno, quel daivieniapranzodanoidomenicaètantochenonvieni che puzzava di bruciato lontano un miglio. Ma io chissà a cosa pensavo, e non ci ho dato alcun peso.
È continuata martedì e mercoledì con due telefonate sospette di mia sorella per chiedermi lelsasagnevannobeneopreferisciglispaghetti e avere conferma che nonèchecidaibucaperchémammafaquellochetipiace, proprio lei che non mi chiama mai se non quando ha bisogno. Ma c’era l’evento letterario a cui presenziare a metà settimana, e avevo altro per la testa.
È proseguita giovedì con la chiamata di papà per sapere se per caso avevo avuto notizie di impegni straordinari il week end perché poituamadresipreoccupachelavoritroppo, col piglio di chi non crede minimamente a quello che sta dicendo. Ma ero rimasta da sola in ufficio con tre ditte di catering ancora da contattare, ed ero troppo distratta per farci caso.
Venerdì nulla.
Sabato, un’ultima telefonata veloce di mia madre per sapere se ci fossero stati imprevisti o contrattempi, chiusa col classico citengotantochetucisiadomani, come se fosse questione di vita o di morte.
Come diavolo ho fatto a non capire?!
Dovevo proprio essere in un’altra dimensione mentale per dimenticarmi del giorno in cui sono nata e per non annusare la trappola dietro a tutta questa macchinazione diabolica.
Non è certamente così che immaginavo la mia domenica: incastrata in mezzo a una festa che pare più il raduno dei centenari che un modo carino per “celebrare” la sottoscritta. Come se affrontare mia madre non fosse già abbastanza dura. Età media della sala: a occhio e croce, settant’anni.
Che allegria. Vorrei uccidermi.
«Ma vieni, che fai lì impalata sulla porta?! Entra!»
Mia sorella si fionda sulla mia borsa e me la strappa di mano fingendosi gentile.
Non sa ancora che dentro non ci troverà niente.
Ho accuratamente fatto sparire soldi, palmari, agenda, rubrica telefonica e inviti esclusivi per i prossimi eventi. Sono rimasti solo fazzoletti di carta e documenti. Cose innocue. Ormai conosco troppo bene l’esuberante curiosità dei suoi diciassette anni: Alice è una ficcanaso rompipalle e non le permetto più di approfittare del mio lavoro per fare la ganza con le amichette e vantarsi dei pochi privilegi che offre l’occuparsi di pubbliche relazioni. Fine della compassione da brava sorella maggiore, la sorgente si è estinta.
Mio padre mi prende sotto braccio dolcemente e mi fa avanzare di un passo, schiodandomi dalla mia posizione, poi chiude la porta e mi toglie la giacca per scomparire come un fulmine in camera da letto. Lo so che lo fa per schivarsi il rito dei baci e degli abbracci, lo odia con tutto se stesso. Come immagino benissimo che avrebbe preferito un pranzo tradizionale tra noi, in famiglia, e non la baraonda che ha organizzato mia madre. Quei due sono come il giorno e la notte.
«Ma come sei cresciuta!»
«Come hai fatto a diventare così alta?!»
«Che belle guanciotte!»
«Ce l’hai il ragazzo?»
«Allora, quando ti sposi?»
Le solite frasi, le solite domande.
Possibile che siano le stesse che mi facevano quindici anni fa?
Possibile che non sia cambiato proprio niente?
E poi... guanciotte a chi?!
Le vecchie abitudini sono dure a morire: stanno tutti lì fila con le protesi dentarie in primo piano per palparmi la faccia, per mettermi sotto pressione con la loro morbosa invadenza, senza un minimo di tatto e nemmeno la decenza di farsi riconoscere. Con quale diritto?!
Sento l’insana urgenza di picchiare mia madre.

«Era una così bella occasione per riunire e rivedere la nostra grande famiglia, che non ho saputo resistere alla proposta di zia Betty» si giustifica mamma, rintanata dietro al tavolo della cucina, stranamente ansiosa davanti al mio sguardo assassino.
Certo, come no.
Zia Betty.
L’unica donna in grado di farmi sentire come uno yogurt che da un giorno all’altro sta per scadere e che nessuno sembra avere fretta di mangiare. Nemmeno il suo consumatore abituale, nel caso specifico Alan, il mio ragazzo ormai da sei anni.
«Mater, che combini? Io di quella gente di là in salotto non so praticamente nulla.»
«Ma che c’è da sapere, tu sorridi e basta, no?»
Trasformarmi in una hostess il giorno del mio compleanno. Ottima soluzione, come ho fatto a non pensarci?
«Si presume che il compleanno lo si debba trascorrere con persone che ti vogliono bene...»
«Ma noi ti vogliamo bene, cara.»
«...o che almeno si ricordano come ti chiami!»
«Ti prego, non usare il tuo solito sarcasmo.»
«E tu non atteggiarti a Mater Dolorosa. Come cavolo ti è venuto in mente di...»
«Ecco la nostra dolcissima Viola! Ma che fai, ti nascondi? Fatti vedere dalla zia!»
Zia Betty irrompe in cucina e si affretta a prendermi per i fianchi e a girarmi per guardarmi da capo a piedi, senza togliersi il suo ghigno malefico dalla faccia. Non capisco perché debba parlarmi con quell’odiosa intonazione, come se indossassi ancora il pannolino. È da un po’ che sono passata agli assorbenti interni, non se n’è accorta?
«Oh oh, ti vedo un po’ sciupata, mia cara. Lo sai che stressarsi non fa bene alla pelle, alla tua età devi averne più cura.»
«Alla mia età?» replico io, confusa.
«Ma sì, lo sai che a un passo dai trent’anni i segni sul viso diventano indelebili. Si chiamano rughe, amore!» e si lascia andare a una risatina divertita.
Grazie per la lezione illuminante sul decadimento fisico. Ne farò tesoro.
«Ti ricordi Stella, la figlia di quella che abitava qui sotto? Quella con cui giocavi da piccola e che si è trasferita vicino casa mia qualche anno fa?»
La guardo senza capire il nesso con le rughe di cui parlava un attimo fa, ma cerco di ripescare il nome da qualche parte nella memoria. Proprio non mi viene in mente ma decido di dire sì lo stesso, per farla contenta.
«Lo sai? Si è sposata il mese scorso! E con che bel ragazzo, poi! Davvero un buon partito, lavora in banca, ha due appartamenti in città e una casetta al mare, sai suo padre è un notaio...»
«Aaahhhh» faccio io, poco convinta. «Sono contenta per lei.»
«E tua cugina di terzo grado? Hai saputo che matrimonio da favola ha organizzato, vero?!»
Quello che mi sono schivata grazie al tour di presentazioni che ho dovuto coordinare per lo scrittore americano?
Mi sono comprata tutti i suoi libri per ringraziarlo del favore che mi aveva fatto a sua insaputa.
«Sì sì» annuisco liberandomi dalla sua stretta. «Peccato che me lo sono perso.»
Per tutto il tempo la zia non fa che ciacolare dei matrimoni delle figlie delle sue amiche, rigorosamente iscritte al club “fidanzate perfette & spose gaudiose”, tutte eccitate all’idea di infilarsi un anello al dito, meglio se di platino e con un bel solitario incastonato sopra. Le conosce solo lei, queste ninfomani delle nozze, o magari chissà, esistono solo nelle sue fantasie malate. Non voglio certo indagare. Spero solo che non inizi con i suoi tentativi di convincimento. Sono cinque anni che va avanti con questa storia.
«Ma parliamo di te. Allora, quand’è che ti sposi?»
Te pareva.
«Non lo so, zia, tutto a suo tempo.»
«Come sarebbe tutto a suo tempo? Che aspetti? Il tempo vola! Lavori troppo, tesoro mio, dovresti rallentare e pensare di più al tuo futuro.»
Ci siamo.
Eccoci giunti al momento cruciale. Il Prima che sia troppo tardi Show.
So perfettamente dove vuole sintonizzarsi, quindi vediamo di rimediare e cambiare subito canale.
«Non ti preoccupare per la mia salute, zia, me la cavo abbastanza bene.»
«È proprio quell’abbastanza che mi preoccupa, tesoro! Un bravo marito potrebbe prendersi cura di te, ed è proprio quello che ti ci vorrebbe.»
Chissà perché me lo aspettavo.
Benvenuti all’angolo de “Il lavaggio del cervello di zia Betty”.
Non ho intenzione di sorbirmi l’ennesima paternale sulla sua visione illuminata della vita, sull’impossibile binomio famiglia-carriera, sul ruolo femminile nella società e sulla riscoperta dei costumi ottocenteschi: capisco che la zia sia una all’antica e le donne per lei abbiano un unico ruolo, quello delle brave casalinghe devote, sposate con un milionario e desiderose di tanti figli attorno alla sottana, però questa storia ha decisamente rotto le palle. Non è proprio giornata.
Lancio un’occhiata a mia madre che sta a significare toglimela di torno, ma lei si gira imbarazzata e si mette a scartare un nuovo cabaret di pasticcini. Ma che fa, la codarda? Abbassa le orecchie, infila la coda tra le gambe e mi lascia con la patata bollente tra le mani?! Che razza di genitrice mi ritrovo? Dovrò improvvisare qualcosa per chiudere velocemente l’argomento e andarmene di qui.
«In questo periodo va alla grande anche senza marito, zia, non mi posso lamentare, grazie. Mater, dai un cabaret anche a me che lo porto di là?»
«La carriera non è adatta a quelle come te, dovresti pensare a una soluzione alternativa» fa lei, cambiando inaspettatamente tono. La giovialità ha lasciato il posto all’acidità. Dunque, la sua vera natura è finalmente uscita allo scoperto. Credevo ci avrebbe messo di più.
«Quelle come me?» mi volto a guardarla con aria di sfida. «Esattamente, zia, cosa intendi per quelle come me
Impettita, mi restituisce lo sguardo e sfodera un sorriso di ceramica, finto e tirato, cercando di mostrarsi di nuovo accomodante.
«Ma è ovvio, mia cara, sei una ragazza che proviene da una famiglia unita e dunque sei più portata a mandare avanti i sani principi tradizionali, quelli veri, di una volta. Quando le cose funzionavano ancora.»
Ah davvero? Funzionavano?
Pensa un po’.
Sono nata nell’epoca sbagliata, allora. Che sfiga.
Cerco di riorganizzare le idee per chiudere il discorso senza mandarla per forza a cagare. Non sarebbe carino, ma devo ammettere che è piuttosto dura non cedere alla tentazione.
«Ti ricordo, zia, che quelle come me hanno un cervello che funziona, una laurea, un master e un paio di stage alle spalle, e si sono conquistate il diritto ad avere delle aspirazioni. Quelle come me hanno il dovere di scegliersi una carriera decidendo per se stesse, senza che nessuno debba farlo per loro, e di sposarsi se e quando ne avranno voglia, senza che nessuno debba per forza giudicarle strane. E ora, se mi vuoi scusare, porto di là questa roba.»
Non le lascio il tempo di replicare e la lascio lì a bocca aperta, notando con disappunto che mia madre evita accuratamente di guardarmi mentre mi passa il cabaret pieno zeppo di cannoli alla panna.
Sono davvero una figlia così degenere da non avere nemmeno l’appoggio di chi mi ha messo al mondo?
Roba da matti.

Il salotto è stato adibito a grande buffet, distribuito su tre tavoli da cui pescare a piene mani senza la possibilità di schivare commenti fuori luogo e domande inopportune. Faccio lo slalom tra sconosciuti che mi sorridono cercando un buco libero dove piazzare il cabaret mentre mi chiedo se non sia il caso di riportarlo in cucina e scongiurare un omicidio di massa: in questa stanza la glicemia alta galoppa, mi sa.
Papà, il grande assente dalle conversazioni, se ne sta rintanato in un angolo, in allerta. Mi ricorda una volpe circondata da una muta di cani da caccia. Ogni tanto si perde nei suoi tre cellulari, a cui a volte risponde contemporaneamente per non mancare chissà quale affare. Se si parla di transazioni economiche, non si dà tregua nemmeno di domenica. Non stacca mai. In questo aspetto ho preso decisamente da lui.
«Tesoro mio, possibile che ogni qualvolta il tema si fa serio, tu sparisci e te ne vai?»
La voce di zia Betty mi rincorre. Di nuovo.
Oggi ha deciso proprio di non darmi tregua.
Tutti si girano a guardarla, me compresa: due titani che si fronteggiano al centro della stanza, io col cabaret ancora tra le mani, lei col suo piglio da nazidirettrice di un qualsiasi istituto di igiene mentale. Mi domando gli altri cosa stiano pensando adesso.
«Ci sono ospiti zia, è una festa, rimanderemo a un altro momento i temi seri.»
Chissà se coglierà l’ironia.
«Ma non sono cose che puoi rimandare, queste!» insiste lei arrancando verso di me.
Possibile che non molli mai?
Possibile che debba sempre tormentarmi?
Mi prende un improvviso attacco di panico e cerco di non darlo a vedere. Se mi mostro debole, questa mi azzanna alla gola e per me è finita.
«Il tempo passa e non torna più indietro, non lo sai forse?» incalza la zia.
Domanda retorica, visto il contesto in cui viene pronunciata. L’età media qui dentro rimane pur sempre alta e l’impatto di questa grande verità sulle coscienze dei presenti è piuttosto forte. Infatti, all’unisono, tutti abbandonano le proprie chiacchiere e il brusio si spegne, lasciando spazio a un silenzio di tomba che fa accapponare la pelle.
Io mi sento molto poco Hulk e tanto Bruce Banner, adesso. E vorrei scomparire.
«Certe cose bisogna farle quand’è il momento giusto!» se ne esce lei con tono dittatoriale.
E poi:
«A un certo punto bisogna tirare i remi in barca e prendere delle decisioni!»
E ancora:
«Vuoi perdere la tua occasione? Aspettare che sia troppo tardi?»
E insiste:
«Vuoi attendere che i trenta bussino alla porta e ti sorprendano col loro carico di cellulite, ovaie pigre e solitudine?»
Ogni affermazione è una bastonata sulle ginocchia. Ogni domanda una martellata sulla testa.
E io divento sempre più piccola, fino a quando non mi sembra di strisciare a livello pavimento e vedere chiaramente le punte delle scarpe di zia Betty ondeggiare davanti al mio naso. Sono annichilita.
«Dopotutto manca solo un anno al traguardo, mia cara, devi affrettarti!» conclude lei trionfante.
Un anno?
Traguardo?
Affrettarmi?
C’è un countdown?
Sono time-limited?
Ho la data di scadenza tatuata sulla fronte con inchiostro simpatico?
Mi avvisano prima o i numeri saltano fuori quando meno me l’aspetto e vaffanculo?
Troppe domande.
Troppe, tutte insieme.
È a questo punto, temo, che perdo il controllo del mio cervello.
L’altra metà di me non si trattiene più ed esplode.
Bruce Banner ha deciso di abbandonare il campo e lasciare il posto al suo enorme compagno di merende di colore verde. È in questo preciso momento che Banner scompare e Hulk prende il sopravvento. Non c’è via d’uscita. Non esiste altra soluzione. Devo lasciarlo fare.
Senza rendermene conto, quasi come fossi in trance, tutto quanto scompare dal mio campo visivo. Rimane solo zia Betty, tronfia e convinta della sua superiorità. Il salotto si è trasformato in una strada impolverata e abbandonata, attorno a noi il deserto e un rotolo di fieno trascinato via dal vento del profondo West. Gli altri si sono eclissati, al riparo dalle pallottole vaganti. L’ora è arrivata, il duello inevitabile. Siamo io e lei, nel nostro personale mezzogiorno e mezzo di fuoco.
Fissando zia Betty negli occhi, afferro un cannolo dal cabaret e lo stringo nella mano destra, sfidandola.
Sotto la morsa delle dita, la panna che lo farcisce cede al centro e si gonfia ai lati, fuoriuscendo con una lentezza disarmante. Posso percepire il suo sfregamento sulle pareti di pasta frolla.
Un lampo dubbioso attraversa lo sguardo della zia. So che non crede che io possa farlo davvero.
E invece sì, zia Betty, puoi scommetterci. Sto per farlo.
Anzi, lo faccio, e con grande soddisfazione.
Con un gesto deciso e un colpo secco, le lancio il cannolo dritto in faccia, mirando al naso.
Posso vedere la scena al rallentatore e pregustarne la potenza catartica.
Il cannolo che fende l’aria.
Il cannolo che raggiunge l’obiettivo.
Il cannolo che finisce dritto nella bocca di zia Betty.
Il cannolo della vendetta, che la soffoca e la ammutolisce per sempre.
Mentre me la immagino già senza fiato, riversa a terra e agonizzante, qualcosa va storto.
Con uno scatto che mi lascia di stucco, zia Betty si scansa ed evita per un pelo il mio cannolo. Questo, però, non accenna a fermarsi: continuando il suo volo surreale e compiendo una lieve parabola va a spiattellarsi sul mento di un nonno che si è trovato al posto sbagliato nel momento sbagliato, poi scivola e cade sul pavimento nello sbigottimento generale con un ploch poco convincente.
Non ci posso credere.
L’ha schivato.
Ringhio, delusa, ma ho altri proiettili a portata di lancio. E non ho alcuna intenzione di fermarmi.
«Viola! Che... che fai?! Sei impazzita?!» balbetta lei stupita, dopo aver realizzato quello che è appena successo.
Per tutta risposta, prendo un altro cannolo: stavolta non posso sbagliare.
Scarto di lato, faccio una finta, lancio il cannolo mirando al petto della zia ma lei mi sorprende di nuovo e muove un passo veloce alla sua destra, evitando il proiettile di panna che va a schiantarsi sulla malcapitata che sonnecchia sulla poltrona. Questa spalanca subito gli occhi e inizia a battere le mani ridendo tutta eccitata, mentre il cannolo le rotola in grembo lasciandole una lunga traccia di unto sul vestito. Spero solo non le venga una sincope.
La zia inizia ad arretrare terrorizzata e io la fisso, spietata e implacabile.
«Dove stai andando zietta? Se non l’hai capito, ho appena iniziato.»
Ha un anno in meno di mia madre, una taglia che definire forte è un eufemismo, eppure è sfuggita per due volte a quei dannati cannoli: qual è il suo segreto? Faccio un passo in avanti, lei cerca il bordo del tavolo e tutto intorno a noi la massa si muove lentamente assecondando i nostri movimenti, come gelatina su una torta.
«Non minacciarmi!» starnazza lei.
«Oh zia, la mia non è solo una minaccia.»
«Non ti permetto di parlarmi così!»
«Non scapperai proprio ora che il tema si fa serio!» e così dicendo le lancio addosso un altro cannolo.
Fulminea, zia Betty afferra la prima cosa che le capita a tiro e risponde al fuoco.
Il tavolo è pieno zeppo di roba dolce e salata, bottiglie, fiori, piattini, posate, bicchieri, tortine.
Proprio mentre il mio colpo va a segno e il proiettile ripieno arriva sulla camicetta di seta della zia e vorrei esultare come allo stadio, ho giusto il tempo di capire che quello che mi sta volando addosso è un bignè al cioccolato e per evitarlo mi butto istintivamente alla mia destra. Finendo addosso a mia madre, che sta sopraggiungendo dalla cucina portando l’altro cabaret di tartine al caviale.
L’onda d’urto è devastante.
Mamma viene travolta e inondata dai cannoli rimasti, urla e perde l’equilibrio. Il cabaret che ha in mano vola all’indietro senza controllo. Il contenuto finisce sulla testa di uno degli invitati ultrasettantenni, cospargendo il suo toupé e le sue spalle di una miriade di minuscole uova nere e maionese gialla e densa. Il vassoio ormai vuoto finisce diretto sul tavolo, dove colpisce un paio di bottiglie di vino. Una bottiglia ondeggia furiosamente ma rimane in piedi, l’altra invece non regge al colpo e cade sulla pila di bicchieri a fianco, tutti ordinati uno sopra l’altro a formare una piramide. Con un rovinoso effetto domino e un fracasso mondiale, la pila di bicchieri crolla, si rompe, devasta il vassoio di pizzette e colpisce il vaso di fiori che ha vicino. Il vaso finisce sulla pila di piatti che a sua volta si spacca a metà. Addio servizio della festa.
Il mio cuore si è fermato.
La folla terrorizzata trattiene il fiato.
Ma il peggio deve ancora venire.
Il vino si rovescia sul tavolo macchiando di rosso la tovaglia e cola sul pavimento fin sotto ai piedi della zia che tutta presa a strofinare la macchia sulla camicetta non si accorge dell’insidia, mette un piede in fallo e scivola. Dietro di lei c’è il catamarano di panna e cioccolato, quello che dovrebbe celebrare i miei ventinove anni. Il suo didietro ci finisce sopra con precisione millimetrica, decorando di crema bigusto la parte posteriore della gonna e affumicando quel che rimane della camicetta di seta con le candeline accese. Cadendo a braccia aperte nel disperato tentativo di evitare l’inevitabile, si trascina dietro anche le posate d’acciaio con un frastuono metallico che riempie la casa, e finisce per terra con una culata talmente forte che si squassano le pareti.
Poi, il silenzio.
L’esplosione a catena è terminata.
Giusto in tempo perché mia sorella arrivi in salotto e urli un “machecazzo!” che scandalizza la metà delle persone presenti in sala, quelle a cui l’apparecchio acustico funziona ancora.
Mio padre sbigottito col cellulare ancora appoggiato all’orecchio.
Gli invitati a bocca aperta.
Zia Betty al tappeto.
Perfetto.
Questo sì che è un compleanno da ricordare.

Anno pubblicazione

2016

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