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Le guardiane
Isa Thid

Amanda, capelli rossi e un baule pieno di spezie, libri e tarocchi comprati qui e là, nelle bancarelle dell’usato. Ha appena finito di arredare il suo nuovo appartamento nel centro di Torino ed è pronta a crollare sul divano, ma si accorge di una strana presenza: una creatura fatata sta bisticciando col suo gatto Nero.
Visto che è una ragazza pratica, Amanda lascia perdere le formule magiche e decide di affrontare la minaccia con un coltello da filetto. Miro, però, non ha intenzioni ostili. E’ solo un giovane elfo che si nasconde per sfuggire ai suoi nemici e ha nostalgia di casa, a cui non può tornare. Così Amanda e la sua amica Ersilia decidono di aiutarlo, senza sapere in che guaio si stiano cacciando. Si ritrovano a seguire Foghara Selene, l’ultima strega Guardiana, che risveglierà in loro il potere degli elementi.
Nel loro viaggio inaspettato Amanda ed Ersilia, Miro e Foghara si battono per la salvezza del popolo fatato, tra rituali pagani e folklore zingaresco.

Primo capitolo

Capitolo 1 - La casa

Amanda adorava quando iniziava a piovere. A volte si svegliava e stava piovendo, a volte usciva di casa e stava piovendo, ma c’erano alcune volte in cui assisteva all’inizio della pioggia. Quelli erano momenti magici, forse perché lei stessa era come la pioggia. A volte restava quieta per mesi, a volte irrompeva come un acquazzone di primavera, a volte continuava persistente per giorni e giorni, a volte appena si faceva sentire. Era strano che tutti i momenti importanti della sua vita fossero fioriti sotto la pioggia. Aveva festeggiato i suoi diciotto anni sotto la pioggia, il suo primo bacio era stato sotto la pioggia. Se ci ripensava, sorrideva ricordando la faccia di lui quando il cielo si era rannuvolato ed era scoppiato un temporale.
 
Entrò nell'appartamento con una sensazione d’aspettativa che le formicolava sottopelle. Sentiva che quella sarebbe stata la volta buona. Quella poteva davvero essere la casa perfetta. Ne aveva viste decine ma erano troppo care, o troppo piccole, o troppo buie.
Quella invece le trasmetteva un’energia diversa e fuori c’era un acquazzone, cosa abbastanza insolita per una mattina d’inizio luglio, quindi sperava che le portasse fortuna.
Entrò seguendo la padrona di casa, che aveva contattato personalmente perché non c'erano intermediari. Niente agenzie.
Amanda si era da poco laureata in economia, era graziosa e intelligente, indipendente ma legata alla famiglia. Il gioiello dei suoi genitori, non fosse stato per un filo d’inquietudine che si frapponeva tra loro da sempre. Era come se non la capissero, ma in un senso difficile da spiegare.
Si passò una mano tra i capelli più crespi del solito e mosse i primi passi nell'ingresso. Era luminoso e direttamente collegato a un piccolo salotto sulla destra, con angolo cottura in fondo. La camera da letto era spaziosa e il bagno comunicava sia con la camera sia con il salotto. In tutto, l'appartamento non contava più di 40 metri quadrati, ma erano distribuiti alla perfezione. 350 euro al mese, semi arredata. Era perfetta. Tanto che si chiedeva perché costasse così poco.
– La prendo – disse felice all'anziana signora che l'accompagnava. – Quando posso entrarci?
La donna sorrise, compiaciuta.
– Anche subito, signorina, possiamo firmare adesso il contratto, così le lascio le chiavi.
– Va benissimo! – esclamò Amanda raggiante.
Diede un'occhiata alle pareti bianche sulle quali si proiettava l’acqua che scivolava sui vetri e aggiunse:
– Amerò moltissimo questa casa, è perfetta per me.
– Sono felice di sentirglielo dire – commentò la signora con un sorriso un po' storto.
 
Aveva preso una settimana di ferie per rendere suo quel piccolo appartamento. In sette giorni sarebbe diventata la sua tana, il suo rifugio sicuro.
Armata di rullo e tempera dipinse il piccolo ingresso di terra di Siena bruciata, il salotto e la camera di un colore arancione spento che avrebbe amplificato la luce del sole. Il bagno era piastrellato d'azzurro da terra fino a un metro d'altezza, mentre la parte superiore delle pareti e il soffitto si ritrovarono colorate di giallo ocra.
Quando ebbe finito, Amanda si fermò a contemplare la sua opera. L'impressione che dava era quella di calore misto a tranquillità. Non vedeva l'ora di aggiungere i mobili e tutti i suoi oggetti, collezionati sin da quando era piccola.
Per quello però bisognava aspettare. L'indomani avrebbe dovuto dare un'altra mano di tempera su tutti i muri.

Con l’aiuto di Ersilia, la sua “più che amica”, aveva riempito la vecchia Panda di scatoloni, attrezzi e mensole.
Le pareti si erano asciugate in fretta, nella rovente aria estiva, lasciando campo libero ai mobili.
Passarono la giornata a montarli, cercando di districarsi tra le istruzioni vagamente ostrogote. Se fossero state scritte in gaelico Amanda le avrebbe capite meglio. Impiegarono l'intera mattinata ad assemblare il letto, una piazza e mezzo in legno chiaro, scartavetrato e incerato. In poco tempo l'odore di mobilio nuovo si sparse per la casa, rendendola viva, fremente d'attesa. Man mano che passavano le ore acquisivano sempre più manualità, tanto che a sera avevano finito la camera da letto e il bagno.
Ersilia si era fermata a dormire da lei, sul letto nuovo, così l'indomani si svegliarono presto e si misero al lavoro nel salotto e nell'ingresso.
La quarta sera da quando Amanda era entrata nell'appartamento i mobili erano tutti al loro posto. Tutte le pareti libere erano tappezzate di mensole, che già immaginava stracolme di libri. C'erano anche un mobiletto basso per il pc, un paio di tavolini da sommergere di oggetti casuali, una vecchia cassapanca ereditata dalla prozia Silvia e un mobile basso con vetrinetta che sarebbe servito da bar. Si sentiva parecchio soddisfatta del loro lavoro. Ma le restavano solo tre giorni per trasportare e sistemare tutte le sue cose, e il suo morbidissimo gatto Nero.
Ersilia aveva lezione all’università, perciò avrebbe dovuto cavarsela da sola.
Iniziò con l'essenziale: biancheria per la casa, vestiti e il necessario per cucinare. Quando ebbe finito di riporre tutto in un ordine molto approssimativo era già metà pomeriggio. Tempo di comprare divano e attaccapanni.
Il giorno successivo fu il turno dei libri e degli oggetti personali. Dovette fare due viaggi in macchina, ma a fine giornata le mensole erano piene e i tavolini anche, il computer era al suo posto, pronto per essere usato comodamente dal divano rosso, e in ogni buco libero c'erano i suoi oggetti. Candele profumate, bruciatori d'incenso, rune e tarocchi di ogni forma e colore, piccoli ricordi collezionati negli anni, astucci di legno intarsiato con pennini e inchiostro, tanti cuscini da non poterli contare, posacenere e un narghilé di vetro blu.
L'ultimo giorno lo dedicò ai ritocchi, quadri boschivi sulle zone ancora libere delle pareti, qualche pianta in vaso e le sue preziose spezie.
Tutto l'armamentario esoterico in parte ereditato dalla zia Silvia e in parte raccolto negli anni finì nella cassapanca, dove era giusto che stesse.
Amanda si fermò a contemplare il suo lavoro. Ecco, ora era la sua casa.
Corse fuori per saccheggiare un supermercato ancora aperto e tornò carica di borse da smistare tra frigorifero e credenza.
Fece una doccia, indossò rapidamente una gonna larga e una canotta e si gettò sul divano, iniziando senza fretta a caricare la sua lunga pipa di legno bianco con tabacco aromatizzato da frammenti di scorza d’arancia essiccata e una spolverata di chiodi di garofano. Era un’operazione da svolgere con calma, godendosi il rituale del tabacco che passava dall’astuccio alla sua mano e alla pipa, che doveva essere pressato con cura perché bruciasse bene, e infine portare la pipa alle labbra, accendere un fiammifero e tirare due sbuffi, poi la prima, lunga, soddisfatta boccata.
Si sentiva a meraviglia.
Afferrò dalla mensola sopra la sua testa l’ultimo romanzo di Anita Blake, cacciatrice di vampiri, e iniziò a divorare un capitolo dietro l’altro.
 
Quando tornò nel mondo reale e guardò l’ora si avvide che erano le nove, aveva letto per due ore filate. Stava per rituffarsi nel romanzo con una scrollata di spalle quando sentì un rumore sordo in camera da letto, seguito dall’infrangersi di un oggetto sul pavimento. Gettò il libro di lato e strinse il viso in una smorfia gridando: – Nero! Cos’hai fatto! Ti faccio dormire fuori stanotte, sai?
Si avviò precipitosamente alla camera da letto, raggiungendola in pochi passi, e si trovò davanti a una scena paralizzante.
Sentì i battiti del proprio cuore aumentare a dismisura e la mente farsi confusa per il terrore, ma in poche frazioni di secondo l’adrenalina ebbe la meglio e la vista le si schiarì. Davanti a lei, nella stanza in penombra, vedeva il vaso di Murano infranto sul pavimento, Nero col pelo dritto che soffiava rabbiosamente e di fronte a lui un essere antropomorfo dalla pelle bronzea, completamente glabro e vestito solo di un paio di pantaloni neri. Era scalzo e i muscoli del torace risaltavano nella posizione di guardia. Non sembrava affatto umano e stava fissando con odio il suo gatto.
Fuori iniziò improvvisamente a piovere e un tuono possente squassò il cielo.
Se fosse stata una ragazza più ingenua Amanda avrebbe cercato di blaterare qualche formula appresa nei libri di magia raccolti tra le bancarelle dell’usato, invece fece un passo indietro senza perdere di vista la cosa non identificata, lentamente. Poi corse fino alla cucina, afferrò un coltello da filetto e tornò indietro, ma nella camera era rimasto solo il povero Nero, terrorizzato.
Solo nel momento in cui il pericolo sembrava passato Amanda iniziò a gridare convulsamente, senza produrre alcuna parola di senso compiuto. Erano solo strilli, primordiali come i vagiti di un bambino.
 
Non passò molto tempo che sentì bussare alla porta. Le urla erano diventate singhiozzi isterici, per poi risolversi in un respiro affannoso.
Quando aprì la porta era quasi tornata padrona di sé. Si trovò di fronte un’anziana signora che la guardava con fare rassicurante. La vicina di casa.
– Tutto bene, cara? Ho sentito delle grida – si informò con voce bassa e un po’ rauca.
Amanda fece un lungo respiro.
– Sì, grazie, mi sono solo spaventata – rispose.
– Ah, l’hai visto?
Improvvisamente la vecchietta aveva attirato tutta la sua attenzione.
– Visto cosa? – chiese, mettendo a fuoco la ricrescita bianca sui capelli tinti di rosso.
– Il fantasma! – esclamò la donna, aggiungendo sottovoce: – Questa casa è infestata.
Perfetto, pensò Amanda con fastidio.
La sua espressione doveva essere parecchio leggibile, perciò la vecchietta rincarò ad alta voce, senza più alcuna premura: – Non lo sapeva? Perché credeva che fosse rimasta sfitta così a lungo?
Amanda sospirò.
– Non sapevo che fosse rimasta sfitta a lungo, a dire il vero, no.
– Ah, povera cara, e te la sei già tutta sistemata! Ho sentito che facevi i lavori, sai.
Amanda provò un moto di fastidio.
– Già, mi dispiace se l’ho disturbata. Adesso torno al mio libro, grazie di essere passata – disse arretrando, sorridendo e chiudendosi la porta alle spalle.
– Di nulla, cara – rispose perplessa la donna.
Tornò a sedersi sul divano e notò che le tremavano le mani. Sbuffando iniziò a processare logicamente quello che aveva visto poco prima. Ci pensò e ci ripensò, ma in alcun modo riusciva a credere che quello che aveva visto nella sua camera da letto fosse un fantasma.
Per scrupolo decise comunque di prendere qualche precauzione, nel caso il piccolo Nero si fosse di nuovo trovato ad affrontare lo strano essere antropomorfo.
Estrasse dalla mensola sopra la televisione un libro di magia domestica e iniziò a sfogliarlo cercando qualcosa che facesse al caso suo.
Quando ebbe trovato la ricetta giusta posò il libro aperto sul tavolino e si mise a rovistare nella cassapanca della zia, dalla quale estrasse un quadrato di stoffa rossa, del filo, una candela marrone, un bastoncino d’incenso di sandalo e uno di mirra, una boccetta di aloe vera (molto più facilmente reperibile dell’olio di loto consigliato dal libro), una boccetta di erba gatta, un sacchetto di petali di rosa e uno di foglie di alloro. Dalla sua preziosa collezione di spezie prese pepe nero, verbena e aglio. Corse in camera da letto a prendere un foglio di simil pergamena con pennino e inchiostro e ovviamente il suo turibolo. Si trattava di un’antica pentola di peltro che la sua famiglia si tramandava da generazioni, finché la zia non l’aveva lasciato a lei. L’ultimo ingrediente necessario all’incantesimo doveva appartenere a Nero.
Con un sorriso furbo sulle labbra lo chiamò e iniziò a coccolarlo. Rovistandogli tra il pelo fitto gliene staccò un pizzico suscitando lo sdegno dell’animale che si allontanò e rimase a osservarla a distanza di sicurezza, comodamente acciambellato su un cuscino.
Amanda tornò a sedersi sul divano e seguendo passo passo le istruzioni disegnò sulla pergamena un cerchio approssimativo e lo ritagliò col suo Athamè, il coltello consacrato. Disegnò su un lato uno scarabeo e sull’altro un pentacolo con un occhio al centro (un’antica protezione contro il malocchio) circondato dall’Ouroboros (il serpente circolare che si morde la coda). Unse il disco di pergamena con l’aloe vera e lo lasciò da parte ad asciugare.
Nero andò incuriosito ad annusarlo ma si allontanò in fretta. Sapeva che non doveva mettere il muso nei pastrocchi magici di Amanda, pena la privazione delle coccole per una serata.
Senza lasciarsi distrarre dal gatto che cercava in tutti i modi di attirare la sua attenzione, la ragazza incise sulla candela marrone la sua combinazione preferita di rune di protezione: Geofu, la casa; Eoh, la preghiera; Yr, la difesa; Is, l’attuazione.
Miscelò l’incenso di sandalo e di mirra col pepe nero, unse la candela con aloe e la spolverò col preparato al pepe ponendola poi nel basso candeliere di bronzo.
Piegò la stoffa rossa e ne cucì due lati in modo da formare un piccolo sacchetto rettangolare, che riempì con le erbe e il testimone dell’animale, la manciatina di pelo di Nero.
Tutto era pronto. Inginocchiandosi sul tappeto rosso accese la candela e recitò: – Sacro Scarabeo, sacro Serpente, custodite, proteggete e sorvegliate il mio amato gatto Nero da ogni pericolo e ogni male. Vegliate su di lui giorno dopo giorno, notte dopo notte, quando è con me e quando non è con me. Così deve essere. E così sarà!
Mentre finiva di pronunciare la formula bruciò il disco di pergamena nel turibolo. Quando la fiamma si spense raccolse la cenere e l’aggiunse al sacchetto rosso. Lo chiuse cucendo l’ultimo lato rimasto aperto e se lo portò alle labbra per imprimervi tutta la sua volontà, poi si alzò e lo depositò con cura nella cuccia di Nero.
Non sapeva se avrebbe funzionato o meno, ma andò a dormire più tranquilla.
 
***

Miro si materializzò in salotto. La casa era buia e tranquilla, immersa nel silenzio della notte. Avvertiva soltanto, regolare e quieto, il respiro dell’umana che dormiva nella stanza vicina. L’animale gatto non si vedeva da nessuna parte, per fortuna. Quasi levitando sul tappeto rosso si avvicinò al turibolo ancora posato sul tavolo e l’annusò. Sapeva di metallo antico e fuoco giovane, era decisamente un buon odore. Quando si avvicinò al moccolo della candela al pepe, invece, dovette stringersi il naso per non starnutire. Quello era un odore cattivo e repellente, assolutamente non adatto a un olfatto sviluppato come il suo. Si spostò con circospezione per la stanza a esaminare tutti i libri posati sulle mensole, finché ne trovò uno che l’interessò moltissimo, Le leggende del popolo fatato. Sedette sul divano raccogliendo i piedi scalzi sotto le gambe e iniziò a leggere. Si accorse ben presto che quelle che venivano chiamate leggende in realtà non erano altro che fiabe umane con pochi fondamenti di realtà, ma gli piacevano le figure di fate e folletti, quindi continuò a leggere, completamente assorto.
Non si accorse del sorgere del sole, perché le imposte chiuse e le tende scure non lasciavano entrare la luce. Si riscosse solo quando sentì dei passi che si avvicinavano. Come la sera prima i suoi sensi non l’avevano avvertito di una presenza umana desta, come invece avrebbero dovuto fare, così si trovò a fissare a occhi sgranati la ragazza dai capelli di fuoco che si era bloccata a metà di uno sbadiglio e lo guardava terrorizzata. Senza pensarci un attimo, tenendo ancora il libro tra le mani, Miro iniziò a dissolversi in una nebbiolina che si disperse rapidamente senza lasciare traccia.
 
La sua coscienza era rimasta sveglia e vigile, ma i suoi sensi normali erano svaniti assieme al suo corpo primario. La sensazione di dissoluzione era tremendamente piacevole, come se fosse immerso in un’accogliente melassa primordiale, pulita e limpida, con un leggero sentore di spezie. Era molto infastidito, tuttavia, dal fatto di non poter vedere cosa stesse succedendo nella casa. Come stava reagendo l’umana? E l’animale gatto? Gli stavano dando la caccia? Non aveva modo di saperlo. Riusciva a percepire il loro respiro e le rapide variazioni nell’aria intorno a lui, che di certo non erano tranquille. Continuava a pensare che fosse molto strano che per ben due volte non si fosse accorto della ragazza. Certo, era da molto tempo che si nascondeva e ultimamente aveva abbassato la guardia, ma questo avrebbe potuto farlo cogliere di sorpresa da un elfo del suo popolo, non certo da lei. Gli umani infatti si muovevano producendo delle disarmonie nelle correnti d’aria, quasi delle crepe, che non avrebbero potuto passare inosservate. Per la nuova inquilina della casa invece era diverso. Anche in quel momento stentava a determinare con precisione i suoi movimenti.
Nel tempo che dovette aspettare in forma dissolta si rimproverò un milione di volte, con altrettante argomentazioni, di non essere stato più prudente, più attento, più veloce. Si era fatto scoprire per la seconda volta nell’arco di poche ore, a causa di un libro di fiabe! Non era degno di lui. Anche se in effetti, pensandoci, non era proprio il primo errore che avesse commesso nell’ultimo periodo, tanto che aveva fatto strillare di paura anche la vecchietta che viveva in quella casa prima di Amanda, a causa di una statuetta con cui gli piaceva giocare e che dimenticava sempre di rimettere al suo posto.
Non sapeva esattamente quanto fosse passato da quando si era nascosto nell’aria, ma quando avvertì una terza tonalità di respiro decise di fare un tentativo per sbirciare cosa stesse accadendo. Si ricompose in forma materiale in camera da letto, acquattandosi in un angolo quasi completamente buio. Con molta cautela si spinse fino allo stipite della porta e gettò un’occhiata fuori.
Poteva vedere una sezione del salotto che includeva mezzo divano rosso, sul quale l’umana padrona di casa era accoccolata con la testa appoggiata sulle ginocchia di un’altra umana che l’accarezzava dolcemente, nell’evidente tentativo di tranquillizzarla.
Miro rimase incantato a guardarle. La nuova arrivata aveva dei capelli neri molto corti e degli occhi grandi e scuri nei quali ardeva una determinazione che poteva derivare solo da un istinto animale, giudicò.
Infastidita dai capelli che le erano scivolati sul viso, l’umana con l’animale gatto si voltò per un attimo nella sua direzione e i loro occhi s’incontrarono. Prima che avesse il tempo di dissolversi di nuovo l’umana era scattata in piedi e indicandolo col braccio teso si era messa a gridare: – Eccolo! È lì! L’hai visto? Silia, guarda! – e anche l’altra umana, allarmata, era scattata in piedi.
Miro lanciò loro un’ultima occhiata prima di scomparire. Maledizione, non poteva permettersi di essere così curioso, però quell’umana era diversa da tutti quelli che aveva visto fino ad allora, con i suoi strani oggetti e le sue magie.
Non gli sembrava pericolosa e da quando era arrivata nella casa aveva quasi avuto voglia di parlarle. Probabilmente era solo l’effetto della prolungata solitudine a cui si era costretto, eppure una sensazione persistente gli impediva di rimanere nascosto nell’aria come aveva fatto negli ultimi tempi. Nonostante il rischio voleva mostrarsi e parlarle, sì. In fondo non era forse vero che i Caithlin consideravano seriamente la possibilità di ricongiungersi agli umani? E Miro apparteneva, o forse avrebbe dovuto dire di essere appartenuto in passato, alla loro fazione, anche se non si era mai interessato molto di politica. La prova della sua appartenenza a quel gruppo era la Croce di Caithlin che aveva tatuata sulla schiena, all’altezza delle scapole. I quattro lati uguali rappresentavano i quattro punti cardinali e la protezione che si poteva ottenere da essi, il cerchio invece rappresentava la continuità. Provò una fitta di nostalgia ripensando alla propria gente, ma la scacciò pensando che doveva concentrarsi sul presente.
 
Rimase in forma dissolta per qualche giorno, pensando al da farsi. Nel suo intimo desiderava ardentemente poter parlare con qualcuno, fosse anche solo un’umana. E qualcosa gli diceva che quella particolare umana potesse essere degna di fiducia, ma rivelandosi avrebbe infranto la prima legge del mondo fatato. Mai attirare l’attenzione degli umani.
In tempi antichi, quando il mondo era uno e gli umani non erano pericolosi, i Caithlin avevano trasmesso loro le regole di prudenza che essi stessi applicavano, sotto forma di triadi. E l’undicesima recitava così: Tre sono le cose di cui tutto non è bene, fare tutto ciò che la passione desidera, credere a tutto ciò che si dice sulla terra e mostrare tutto ciò che si conosce.
La ragione gli diceva con assoluta chiarezza che avrebbe solo dovuto continuare a nascondersi finché i potenti non avessero risolto le loro controversie, ma il cuore gli diceva tutt’altro.
Le sue riflessioni erano costantemente accompagnate dal respiro lieve della ragazza e quello rapido dell’animale gatto. Il terzo respiro si faceva sentire a tratti.
Facendosi coraggio Miro pensò che in fondo non era colpa sua se doveva nascondersi, e che i Caithlin non l’avevano aiutato poi molto, non l’avevano nemmeno cercato. Forse pensavano che fosse morto. Quindi nessuno l’avrebbe scoperto se avesse violato la legge. Almeno per il momento.
Bene, la decisione era presa, si sarebbe mostrato. Beh, forse avrebbe aspettato la mattina. Sì, la mattina, ecco, avrebbe aspettato ancora qualche ora. Doveva preparare un discorso per presentarsi, e se poi l’umana l’avesse aggredito? No, non sembrava violenta, magari all’inizio si sarebbe spaventata, ma niente di più. Doveva farsi coraggio: l’indomani mattina…
Non finì di formulare il pensiero, perché sentì una forza irresistibile che lo trascinava a terra, costringendolo a riprendere forma. Annaspò per alcuni secondi tentando di aggrapparsi allo spirito dell’aria da cui attingeva il suo potere, ma inutilmente. Senza potersi opporre a quel processo forzato si materializzò, anche se più lentamente del solito, nel salotto dell’umana. Inutile dire che era molto spaventato, e quando riacquistò la vista la situazione non migliorò. Si trovava nel mezzo di un cerchio magico, tracciato col sale sul pavimento, e le due umane lo guardavano con astio e un certo stupore. Maledizione, l’avevano incatenato nella sua forma materiale con un incantesimo! Non aveva mai creduto che la magia umana potesse funzionare davvero, e adesso era nei guai, guai molto seri. Avrebbe dovuto essere molto più cauto.
 
***

Amanda lo fissava a bocca aperta. Sembrava un essere umano, ma aveva la pelle color del bronzo ed era completamente glabro, tanto che la testa sembrava una specie di grosso pomolo. Gli occhi dal taglio orientale avevano le iridi dorate, spalancate in un’espressione di puro terrore. Quasi gli fece pena, quasi. Quel maledetto coso l’aveva terrorizzata per giorni, e adesso che era intrappolato nel cerchio di sale non doveva farsi prendere dalla compassione, così si piantò bene sulle gambe e rimase a fissarlo, cercando di decidere il da farsi. La verità era che né lei né Ersilia avevano pensato che l’incantesimo funzionasse davvero, e si trovavano un po’ spiazzate.
– Silia – chiamò, titubante.
– Sì – rispose l’altra con fare incerto, – adesso ti credo.
– Bene, che facciamo?
– E io che ne so?
Si limitarono a fissarlo. Amanda era abbastanza certa che non potesse uscire dal cerchio di sale, ma non ci avrebbe messo la mano sul fuoco, quindi per precauzione andò a prendere il coltello da filetto.
Tornò al cerchio pensando a come scoprire cosa fosse quel coso, ma senza avere alcuna illuminazione.
– Scusami umana, ma cosa vorresti fare con quello?
Amanda guardò Ersilia a bocca aperta. La voce dell’essere era come una cascata di miele, densa e dolce, carezzevole anche se spaventata. Era il suono più bello che avesse mai ascoltato. Senza riflettere, stupita e vagamente imbambolata, posò il coltello sul tavolo e si avvicinò per rispondere.
– No, niente, era solo per precauzione, nel caso saltassi fuori e cercassi, non so, di morderci – concluse con un risolino nervoso.
L’essere sorrise. Evidentemente era spaventato, ma sembrava che si stesse facendo coraggio.
– Io non mordo, ecco, non è educato – rispose.
Di nuovo Amanda si sentì fluire addosso una dolcezza corposa, condita da un pizzico di ingenuità e, sì, franchezza.
– Non mi sembra pericoloso – bisbigliò a Ersilia.
– Ma sei matta? – gridò l’altra. – Non lo sembrano mai!
– Perché, sei un’esperta di folletti? – ribatté.
– Perché, è un folletto? – chiese Silia.
– Non sono un folletto – disse l’essere. – Sono un elfo Caithlin e mi chiamo Miro.
Le due ragazze tacquero un momento, scambiandosi uno sguardo, prima di iniziare contemporaneamente a bombardarlo di domande.
– Cos’è un elfo Calin?
– Da dove vieni?
– Cosa ci fai qui?
– Mangi i gatti?
– Sei magico?
– Che cosa mangi?
L’essere sembrò rilassarsi e di colpo si afflosciò sul pavimento, al centro del cerchio. Dapprima Amanda si preoccupò che si fosse sentito male, poi però si accorse che si era semplicemente seduto a gambe incrociate, col movimento più fluido che avesse mai visto. Con uno sguardo furtivo notò che i muscoli addominali non avevano ceduto di un millimetro.
– Posso e voglio rispondere a tutte le domande che riterrete giusto pormi – disse semplicemente, portando davanti a sé le mani aperte come se le volesse tranquillizzarle.
– Va bene – rispose prontamente Ersilia. – Cosa diavolo ci fai qui?
L’elfo chinò la testa con aria afflitta e rispose bisbigliando: – Sono in fuga.
– Va bene – fece la ragazza, – da cosa stai scappando?
– Non ne dovrei parlare…
– Non mi pare che tu abbia molta scelta, parla – rispose Ersilia per niente conciliante.
– Hai ragione, in effetti, poi, avevo già deciso di rivelarmi, però…
– Insomma, parla!
– Va bene, va bene – fece l’elfo lanciando un’occhiata alla padrona di casa e la sua amica. – Sono in fuga dagli elfi Muiredach.
– Gli elfi che?
– Silia, lascialo parlare – la rimbrottò Amanda che suo malgrado provava compassione per la creatura intrappolata nel cerchio.
– Sì, ecco, i Muiredach sono elfi scuri, non sono tutti crudeli e infidi, ma da quando il Re è morto non hanno fatto altro che causare problemi, problemi gravi.
– Quanto gravi? – l’incalzò Ersilia.
– Molto – rispose l’elfo bisbigliando. – Hanno ucciso il Re degli Elfi e da allora nulla gli impedisce di trarre in inganno gli umani e di ucciderli, e anche i Caithlin muoiono sotto i loro colpi.
– Aspetta un attimo – lo interruppe allarmata la ragazza. – Vuoi dire che ci sono degli elfi pazzi che ammazzano la gente? La gente umana?
L’elfo Miro allora assunse un’espressione dura e risentita: – Sì, ma non ti preoccupare, la maggior parte delle vittime sono elfi Caithlin, quelli come me.
Amanda aveva ascoltato senza intervenire, ma sentendo il tono amareggiato di Miro toccò la spalla di Ersilia e cercò di calmarla.
– Silia, mi sembra più spaventato di noi, non essere troppo dura con lui.
– Che cosa? – strillò l’altra. – Ma se mi hai chiamato terrorizzata perché questo tizio ti compariva in casa!
– È vero, però adesso mi sembra piuttosto indifeso.
– Ma che ne sai? – sbraitò l’altra. – Non puoi fidarti come se niente fosse.
– Non mi fido come se niente fosse, infatti è intrappolato in un cerchio di sale, no? Non può farci del male.
L’elfo le stava a sentire con aria afflitta e gli occhi sgranati, tanto che Ersilia decise di concedergli una possibilità
– Va bene – disse, – racconta la tua versione.
– È una lunga storia.
– Abbiamo tempo – ringhiò Ersilia, di nuovo sul piede di guerra.
Sospirando, Miro iniziò a raccontare.
 
Da sempre il popolo fatato viveva sulla Terra. Quando gli umani si erano evoluti nella forma attuale gli elfi avevano diviso il pianeta con loro, in pace. Avevano tramandato all’uomo gran parte della propria conoscenza, condividendo la magia di Gaia. In Europa però, agli albori del Rinascimento, gli elfi avevano deciso di staccarsi dall’uomo che iniziava a diventare troppo borioso e non dimostrava più molto rispetto per le creature fatate che da sempre lo avevano aiutato. Così avevano portato via con sé quella magia che gli uomini avevano tanto amato. In quel momento era stato fatto divieto a tutti i fatati di mostrarsi agli umani e le vite dei due popoli si erano separate. Un paio di secoli prima dell’era attuale, poi, gli umani avevano ceduto alla tentazione delle macchine e la loro tecnologia si era andata sviluppando sempre più rapidamente, così il popolo fatato aveva capito di aver agito saggiamente abbandonando il mondo umano, che non poteva fare che male al pianeta e alla sua magia. Anno dopo anno gli elfi assistevano impotenti alla distruzione dei loro luoghi sacri e allo stillicidio di quelle risorse che non avrebbero dovuto essere sfruttate tanto velocemente, senza dare a Gaia il tempo di rigenerarle.
Se non si fossero allontanati dall’uomo e avessero permesso a quella specie avventata di attingere ancora alla magia di Gaia l’avrebbero esaurita senza pietà, facendo inaridire il cuore del pianeta e condannandolo a continuare il suo percorso attorno al sole senza più ospitare alcuna forma di vita sulla sua superficie.
Dopo la Grande Separazione il popolo fatato aveva continuato a vivere sul pianeta, nascondendosi agli uomini, dissolvendosi negli elementi e uscendo di notte. Alcuni avevano continuato a vivere nei boschi, altri erano rimasti nelle città nascoste, alcuni invece prediligevano le città umane, forse nostalgici del tempo in cui la convivenza era possibile e consentita.
Circa cinque decadi prima, però, c’era stata una scissione tra i Caithlin e i Muiredach.
I Caithlin, favorevoli a un riavvicinamento con gli umani, pensavano di avere un dovere morale nei loro confronti, di essere chiamati a salvarli da se stessi. Così avevano iniziato a seguire attentamente i processi sociali che avevano portato tra gli umani alla rinascita della spiritualità naturale nelle forme del neopaganesimo, del druidismo e della wicca, sperando di poter incominciare dai credenti in questi culti la loro opera di riavvicinamento.
I Muiredach, invece, avevano sviluppato un profondo odio per gli umani e non ammettevano alcuna possibilità di redenzione, così operavano una forte pressione politica sul Consiglio dei Fatati affinché le regole rimanessero immutate. Parallelamente, e illegalmente, compivano ogni possibile nefandezza nei confronti del mondo umano.
La situazione era degenerata in un odio profondo tra le due fazioni. Le due razze di elfi, che avevano convissuto pacificamente e vivevano mescolati su tutto il globo, da cinque decadi erano in guerra. Fino a pochi anni prima i Caithlin avevano prevalso, ma il vecchio Re era stato ucciso e da allora la situazione era sfuggita al controllo. Gli elfi scuri, come erano stati chiamati i Muiredach, avevano continuato senza alcuna remora a utilizzare le loro facoltà per irretire e uccidere gli umani e i Caithlin, tanto che ormai non si contavano più i morti.
Miro finì di raccontare e spiegò: – Così mi sono nascosto qui, per sfuggire ai Muiredach.
Amanda ed Ersilia si scambiarono uno sguardo inquieto, senza sapere se credergli o meno.
Cosa significava che non si contavano più i morti? Che cosa diavolo stava succedendo? C’era una guerra in corso e nessuno ne sapeva niente? Beh, forse la cosa migliore era raccogliere più informazioni possibili per verificare se esistesse davvero una minaccia.
Miro le guardava con gli occhi dorati che imploravano di essere creduti, tanto che Amanda esclamò: – Quindi sei una specie di rifugiato politico, è nostro dovere prestarti soccorso.
Ersilia la guardò stupita, poi si girò verso l’elfo e con la rapidità di una scrollata di spalle decise di fidarsi.
– Hai fame? – chiese.
– Sì – confessò lui abbassando gli occhi.
Amanda stava già aprendo il frigorifero quando le venne in mente che non sapeva cosa preparare.
– Che cosa mangi, Miro?
L’elfo alzò lo sguardo incuriosito e si affrettò a rispondere: – Latte e miele, ma anche bacche, frutti di bosco, tutta la frutta a dire il vero, formaggio, funghi e vino. Raramente noi elfi mangiamo carne, succede solo durante alcuni riti, e dev’essere carne di un animale cacciato onorevolmente, di solito un cinghiale.
Dopo aver parlato sembrava più tranquillo, come se si fosse tolto un peso dal cuore.
Ersilia lo osservò ancora un attimo, attentamente, prima di chiedere: – Amanda, lo libero?
– Uh uh – rispose lei, già immersa nella preparazione della cena.
Silia allora prese il suo Athamè e tagliò il cerchio di sale, recitando: – Sacra Dea della Notte e della Luna, che onoro con tutta me stessa, libera la creatura chiusa nel tuo Cerchio Sacro, che non farà alcun male alle tue devote figlie.
Si sentì un fremito nell’aria, come un formicolio. Miro si alzò in piedi e Amanda si voltò a guardarlo. Si accorse che era poco più alto di lei, circa un metro e 70, e non incuteva affatto il terrore che aveva provato la prima volta che l’aveva visto, anzi, sembrava piuttosto innocuo e abbastanza spaventato.
– Allora – disse Ersilia, – puoi uscire, sai?
Miro non se lo fece ripetere due volte e con un balzo fu fuori dal cerchio. Prima che le ragazze potessero allarmarsi andò a sedersi sul divano, nascondendo i piedi scalzi sotto le gambe.
– Posso chiederti perché sei vestito così? Voglio dire, solo coi pantaloni. Ti vesti così anche in inverno? – chiese Amanda.
– Beh, questi pantaloni sono fatti dell’unico tessuto che mi può seguire nella dissoluzione in forma aerea, poi non soffro il freddo, la mia temperatura corporea si adatta all’ambiente. Ci siamo evoluti così – rispose Miro, tranquillo.
– Uhm, quindi il tuo abbigliamento non ha niente a che vedere con la vanità – ridacchiò Amanda.
L’elfo sembrò confuso, mentre rispondeva con un incerto: – No.
Ersilia lanciò un’occhiataccia all’amica, poi apparecchiò la tavola. Al posto di Miro erano stati preparati un bicchiere di latte e miele, dei funghi in insalata e una piccola ciotola di lamponi e mirtilli, che in quella casa non mancavano mai. L’elfo si avvicinò alla tavola con fare circospetto, annusò il latte e sembrò compiaciuto, quindi si sedette e ne bevve un lungo sorso, per poi attaccare i funghi.
Ersilia e Amanda lo osservavano mangiando la loro pasta al sugo.
– Ti piace? – chiese la padrona di casa.
Miro alzò gli occhi dalla tavola solo per il tempo di rispondere: – Molto! – prima di rituffarsi sul cibo.
Quando ebbero finito di mangiare sparecchiarono e si sistemarono sul divano, con Ersilia accoccolata sul tappeto, tra i cuscini di tutti i colori. Amanda iniziò a caricare la pipa e Nero li raggiunse miagolando infastidito. Si appostò a due metri da Miro e iniziò a soffiare.
– Nero, non fare storie – lo rimproverò Amanda. – Miro starà qui per un po’, quindi rassegnati.
Il gatto continuò a soffiare, ma dopo pochi minuti perse interesse e si acciambellò ai piedi di Amanda, che iniziava a tirare le prime boccate.
– Allora, Miro – fece Ersilia, – hai detto che il tuo popolo è magico, giusto? Come funziona?
L’elfo la guardò per un attimo, esitante, prima di rispondere: – Come funziona per voi, credo, anche voi usate la magia.
Amanda sorrise.
– Diciamo che Ersilia e io ci dilettiamo di pratiche pagane, ma fino a oggi noi, propriamente, non avevamo mai fatto un vero incantesimo. Dei rituali sì, leggiamo i tarocchi e spesso funzionano, ma non sapevamo se fosse reale oppure solo suggestione. Quindi non è vero che usiamo la magia, non ci dissolviamo nell’aria come fai tu.
– Ah, beh ecco, in effetti, pensandoci è naturale. Forse è stata la mia vicinanza a farvi riuscire l’incantesimo, non so. Il mio popolo attinge alla magia elementale di Gaia. Ognuno di noi nasce con le potenzialità per sviluppare la magia dei quattro elementi e crescendo si manifesta l’affinità per uno di essi. Io sono affine all’aria, per esempio.
– Quindi – iniziò Ersilia, – attingete all’energia di Gaia, ma dov’è? Nel senso, è una cosa fisica?
Miro la guardò stranito.
– Ehm – fece, – sostanzialmente il mondo materiale si trova al centro di una scala metafisica che va dall’Essere a Gaia. Forse è più facile immaginarla a strati: in alto c’è l’Essere, sotto c’è l’Anima, poi il Mondo, la Magia e infine Gaia, il cuore della Terra. Noi attingiamo alla Magia, che è di Gaia, mentre affidiamo il nostro spirito all’Essere, che lo fa riposare nell’Anima quando il corpo muore nel Mondo.
– Quindi Gaia produce la Magia che voi utilizzate, giusto?
– Sì, è proprio così.
– E quando morite il vostro spirito va nell’Anima, e l’Essere è un po’ come Dio, giusto?
– Beh, sì, è giusto.
– Adesso capisco – concluse Ersilia, sprimacciando un cuscino e stendendosi. Dopo pochi minuti aveva gli occhi chiusi e il respiro regolare di chi è immerso nel sonno.
Amanda aspirò una lunga boccata dalla sottile pipa bianca e sussurrò: – Ma per quanto tempo credi che dovrai rimanere nascosto qui?
L’elfo sospirò.
– Non lo so, non so quanto ancora possa durare la guerra e se anche finisse ormai sono un fuorilegge anche per i Caithlin, perché mi sono mostrato a voi e vi ho parlato. Ma non ce la facevo più a stare da solo.
Vedendo gli occhi di Miro diventare lucidi di nostalgia Amanda si commosse. Le restava addosso un filo d’inquietudine nei confronti dell’elfo, in fondo era successo tutto così in fretta, ma aveva sempre sperato, o forse saputo, che esistesse qualcosa che andava oltre il mondo umano. Tuttavia trovarsene la prova di fronte era uno shock. Nonostante questo, però, non poteva fare a meno di sentire una specie di legame con quell’essere dalla pelle di bronzo e gli occhi tristi.
– Non ti preoccupare, adesso – gli disse, – puoi restare, nella forma che preferisci.
– Grazie – rispose lui, e negli occhi dorati la padrona di casa vide che era davvero grato di essere stato accolto come un ospite.
 
***
 
Amanda era molto confusa, erano successe troppe cose in troppo poco tempo e la sua mente faticava ad accettare le novità che rischiavano di stravolgere ogni considerazione sul mondo fatta in precedenza. D’altro canto, però, era tutta la vita che aspettava qualcosa del genere. Sin da bambina aveva voluto vivere un’avventura, un’esperienza fuori dell’ordinario. Infantile? Forse. Però doveva ammettere di essere più felice che spaventata, più incuriosita che infastidita da quegli stravolgimenti.

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