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Mi fidavo di te
Alessandro Bassi Andrea Friggeri

Mi fidavo di te
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Cosa sta succedendo al Bar Milva, ritrovo della Nobilissima Hdemia delle Scienze Erotiche? Che cosa significa quel sasso lanciato contro la vetrata?
Mentre il Lupo indaga sul passato della conturbante Milva, l'improvvisa comparsa di due donne scatena una crisi che metterà in pericolo l'esistenza stessa dell'Hdemia.

Una storia normale, che smaschera il mito della normalità. Un romanzo generazionale, che esplora la fragilità dell'amicizia e il vuoto in cui galleggiano i ventenni degli anni zero

Primo capitolo

PROLOGO

Le mani. Le mani di Milva. Bianche e forti, sotto il getto d’acqua. Sono mani che hanno vissuto, si vede, lo vede anche lei. Prende un limone e lo appoggia sul piano d’acciaio del bancone. Inizia a farne piccole fette da mettere nel cocktail che sta preparando. Sono solo le due e trequarti, la serata è ancora lunga. È sempre stata una nottambula, le piace tenere aperto fin quasi all’alba, le piace vedere il suo bar diventare l’ombelico di Reggio, lo scarico di un lavabo che lentamente finisce con l’inghiottire tutti i rifiuti umani della città. Milva adora quest’aria surreale e notturna. Non la chiamerebbe così, direbbe solo che le piacciono tutti questi pazzi, queste facce senza terra. Direbbe che le piace questa gente, la sua gente. Direbbe che si sente una di loro.
 
Lui è appena salito in auto. Abbassa il finestrino, si accende una paglia e allunga una mano fuori per salutare. Ha ancora sulle labbra l’ultima battuta - “…e vai un po’ a figa!” - che ha dispensato a Fedele come pensierino della notte, e si sorprende a sorridere amaro nello specchietto retrovisore. Aspira una boccata di fumo, guarda la punta rossa accesa della sigaretta, dice: “cazzo” e infila la chiave nel quadro della sua Golf GTI.
Accende il motore, si sfila il cappellino Ducati e lo appoggia sul sedile del passeggero. Come un abito di scena, come i capelli di Sansone. La sua forza appoggiata sul velluto di un sedile. Accende lo stereo, e immediatamente bassi potenti e ritmica ipnotica riempiono l’abitacolo. No, non ha più il cappellino. Adesso questa roba può fargli schifo. Estrae il CD mentre rilascia la frizione e si avvia lento nella periferia della notte reggiana. A fatica toglie da sotto il sedile un porta-cd e, tenendo il volante con le ginocchia, ne consulta un attimo il contenuto prima di scegliere. Lo infila nella fessura dello stereo e sbanda un po’ alle prime note, suonate al volume pazzesco di poco prima. Abbassa, non è ora da casino questa. Non è più il momento. Anima melodica, il Lupo. Quasi gli si inumidiscono gli occhi a sentire la voce tenorile di Al Bano dare fiato ai suoi pensieri. Quando il sole nascerà / e nel sole io verrò da te / amore corri incontro a me / e la notte non verrà mai più
 
«Cos’è successo là?»
L’uomo accenna con il capo alla vetrata del locale, di fronte al banco. Ha la barba ispida e lunga, gli occhi velati. Milva gli ha appena servito un generoso bicchiere di tequila. Almeno il quinto, stasera. Ma resta abbastanza lucido da cogliere la stranezza di un foro grande quanto un pugno nella parte alta del vetro, a una trentina di centimetri dal soffitto.
«Mah, non so. Ragazzini, forse. Se era mio figlio a fare un lavoro così era l’ultima volta che lo faceva, garantito. Non lo so che cazzo di famiglie ci sono in giro oggi…»
L’uomo ha già smesso di ascoltare, se mai aveva cominciato. Gli occhi sono di nuovo immersi nella tequila, Milva può interrompere la recita.
Nessun ragazzino. Magari. Non bastava essere il bersaglio preferito di polizia e carabinieri. Non bastavano l’ispezione della finanza, gli agenti in borghese, le risse fra gli albanesi e i tunisini davanti al locale, le continue proteste degli abitanti del quartiere. Lei non molla, non ha mai mollato. È il suo bar, cazzo. Non esiste.
Questo, però, rischia di essere un grosso casino. Il sasso era un avvertimento. Ricevuto, forte e chiaro. Ma lei non molla.
Vorrebbe un aiuto, però. O solo qualcuno a cui raccontare questo nuovo casino. Si guarda riflessa nell’acciaio del lavabo. Chiude gli occhi. Non sa cosa vorrebbe.
 
Gli piace guidare di notte. Lo rilassa. Lo fa sentire parte di qualcosa.
Non sta andando verso casa. Ha deciso di allungare un po’ il tragitto, percorre via Martiri di Piazza Tien An Men. Vuole andare a salutare un’amica che si prostituisce tutte le sere davanti all’autolavaggio del distributore. Ha voglia di parlare, questa notte.
Sasha non c’è. Sarà con un cliente. Peccato. Sasha è la sua consulente. Lui vorrebbe dichiararsi, lei gli suggerisce: “Aspetta”. Lui si vergogna, lei allora lo coccola e gli dice: “Quella ragazza è la più fortunata del mondo”. Lui allora si inorgoglisce e continua a parlarle di lei. Lei gli accarezza i capelli e lui si addormenta. Peccato davvero che Sasha stia lavorando. La strada è un deserto.
 
Sono quasi le quattro, ormai. Milva si attarda ancora un attimo a sistemare i menù su ogni tavolo. Ci va molto orgogliosa, dei nuovi menù. Fatti stampare apposta da una copisteria di Cavriago, vicino a dove abita, una decina di chilometri da Reggio Emilia. È davvero tardi e, quel che è peggio, stavolta non sa davvero a chi rivolgersi. Gli avvertimenti sono già stati due e sa – perché lo sa – che il terzo le farà visita presto. Molto presto. Si gratta in testa, Milva, mentre con la mente vorrebbe essere da tutt’altra parte.
 
Il Lupo senza neanche accorgersene si ritrova nel parcheggio del suo bar. C’è ancora qualcuno. Quasi le quattro del mattino. C’è ancora qualcuno. Si ferma nel solito posto, a due passi dal locale. Le luci del bar Milva, l’insegna con il cielo stellato e la grande M rossa. Basta questo a dissipare la nebbia che è calata anche stasera nell’abitacolo della sua macchina. Quel senso di debolezza, quella cappa pesante di silenzio. La chiamano solitudine. Forse è solo la fatica di essere sempre il Lupo, nonostante tutto, costi quel che costi. Sorrisi, battutacce, cinismo. Non sa essere nient’altro, è l’unica lingua che conosce. Ma lui non è tutto lì, e lo scopre ogni sera, quando si leva il cappellino. Quando arranca alla ricerca di un sorso d’aria. Quando lo ritrova, puntuale, nel sorriso di Milva.
Lascia il cappellino sul sedile, mentre apre la portiera. Lo guarda, accarezza con l’indice il profilo della scritta Ducati.
Resta lì, Lupo, aspettami solo un attimo. Vado a farmi l’ultima birra, poi andiamo a dormire.

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