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NON LASCIARE CHE SALGA L'AMAREZZA
Sabrina Leonelli

NON LASCIARE CHE SALGA L'AMAREZZA
Prezzo del libro 1,99
NON LASCIARE CHE SALGA L'AMAREZZA Oppure scaricalo da

Cosa c'entra l'amore con Giovanni, un giovane rampollo della Bologna bene, dedito all'uso di sostanze stupefacenti e a comportamenti irresponsabili a scuola e nella vita, ed Ernesto, un uomo dal passato misterioso, ospite di una struttura protetta per anziani non autosufficienti?
Le poesie nascoste nell'armadio di Ernesto, di tre grandi poetesse: Wislawa Szymborska, Alda Merini e Maria Luisa Spaziani che Giovanni, costretto a un percorso riabilitativo all'interno della struttura, frugando trova e comincia a leggere, rappresenteranno una svolta nella crescita del giovane e gli offriranno uno sguardo nuovo sulla sua condotta, sugli amici e sulla sua discutibile famiglia, ma soprattutto sui suoi sentimenti per la seducente e dolce Francesca, sua compagna di classe, che quei versi poetici renderanno non solo oggetto delle sue adolescenziali pulsioni, ma qualcosa di nuovo da esplorare e con cui fare i conti per diventare una persona migliore. O semplicemente per tirare fuori da sé la ricchezza soffocata da un substrato di mediocre superficialità, che l'incontro con Ernesto, pochi giorni prima della sua morte, porterà alla luce.

Primo capitolo

I

«Fiorini, la prego di sedersi. Il suo fondoschiena non ci interessa. Oltre al fatto che sta disturbando la lezione!»
«Certo prof, mi accomodo subito» farfugliò lezioso Giovanni, torcendo il busto dal banco posteriore su cui si era disteso, nell’ennesimo tentativo di assedio della bella Rivelli. La sua prediletta.
Compiaciuto dai risolini sommessi che ne erano scaturiti, aveva lanciato un ultimo sguardo malizioso alla compagna, prima di rivolgere uno smagliante sorriso alla Corelli, la professoressa di italiano che lo aveva ripreso.
«Che c’è ora, Fiorini?» chiese spazientita quando pochi minuti dopo vide il suo braccio puntare il soffitto.
«Devo andare in bagno!»
«Non può aspettare la fine dell’ora? Mancano dieci minuti.»
«Non posso proprio, me la faccio addosso!»
Un brusio di sottofondo, attestante la stima dei compagni per la sua audacia, scompose il silenzio dell’aula.
«Vada Fiorini e resti fuori fino alla fine della mia lezione. Non la voglio più vedere per oggi.»
Giovanni scattò in piedi e ad ampie falcate guadagnò l’uscita.
La luce grigia della mattina scavalcava le vetrate del corridoio, rispecchiando l’umore di quel rigido inverno.
Si frugò nelle tasche, dirigendosi in bagno. Davanti allo specchio spuntò la sua faccia indolente, scostò il ciuffo dalla fronte e aprì la bocca in una smorfia ferina, osservandosi i denti. Si passò l’indice sugli incisivi superiori per lucidarli e si rifugiò nella toilette, accomodandosi sul water.
Scartò un piccolo involucro di stagnola, estrasse l’accendino dal taschino della camicia e lo appoggiò sulla coscia fasciata da un jeans rattoppato e sbiadito. Con pollice, indice e medio iniziò a frantumare il panetto di fumo che teneva tra le dita, riducendolo in piccole briciole pastose. Se le mise sul palmo della mano e le spianò, scaldandole con la fiamma.
Estrasse una sigaretta dal pacchetto che aveva in tasca e fece scivolare la punta della lingua sulla lunghezza della carta. Divaricò la trama sottile, bagnata dalla saliva, che si aprì in una ferita. Fuoriuscì il tabacco e lui lo mischiò al balocco dal profumo intenso di rosmarino e spezie che aveva in mano.
Prese dall’altra tasca una scatolina di cartoncino rettangolare, con carta velina al suo interno, ne distese una tra le dita, adagiando il miscuglio nell’incavo creato e spolverandosi il palmo della mano dai rimasugli di erba. Lo pressò con cura, distribuendolo uniformemente. Leccò l’estremità del foglietto bianco e chiuse l’altro lembo. Appoggiò il manufatto sulla coscia, strappò un angolo del pacchetto di sigarette e lo arrotolò creando un filtro a forma di S all’interno, che inserì all’estremità; poi gli chiuse attorno i lembi della cartina, pigiando con delicatezza per farla aderire.
Si appoggiò con la schiena allo sciacquone e accese la sigaretta, aspirando a occhi chiusi una profonda boccata.
Sentì il fumo dipanarsi nel corpo, come un gomitolo di solletico, fino a raggiungere la buca dello stomaco e risalendo lungo l’esofago. Espirò, tenendo dritta la sigaretta con pollice e indice, e aspirò ancora, sentendo il sottile sfrigolio della carta e di quell’intruglio bruciante. Uscivano addensati al fumo i suoi pensieri: quella strafiga della Rivelli che si sarebbe voluta scopare e che sembrava non disdegnare, ma che non era riuscito ancora a invitare fuori; la balla da trovare per convincere la madre a farlo uscire quella sera, per andare di nascosto al concerto a Milano di Bruce Springsteen, con il biglietto comprato già da sei mesi, anche se era in punizione per avere marinato la scuola il giorno prima ed essere stato beccato da Julia, la colf, che di ritorno dalla spesa l’aveva trovato stravaccato e strafatto su una panchina dei Giardini Margherita; e a come racimolare altri soldi per farsi ancora quella roba che era proprio buona e che lo faceva stare un bel po’ bene, soprattutto con se stesso.
Pensò a come avrebbe potuto incantonare la Rivelli nei bagni, calarle i jeans e farsela, meglio ancora se fosse riuscito a filmare la scena col suo iPhone. Avrebbe potuto farsi dare un po’ di buona maria in cambio della visione di quello spettacolo, che era il culo della Rivelli mentre si faceva inchiappettare. E se non si fosse lasciata fare? Impossibile. Le avrebbe ficcato la lingua in gola, facendole sentire che ce l’aveva duro e lei si sarebbe sciolta. Non facevano tutte così? E mica solo in televisione!
Sentì il corpo che si rilassava, mentre gli ultimi spasimi di pensieri si accartocciavano in un angolo remoto della mente, inconsistenti come le volute di fumo che si diffondevano raminghe nello spazio.
Il cigolio dei cardini male oliati della porta del bagno che si apriva si espanse impercettibile, e una voce maschile giunse alle sue orecchie ovattata come morbido cotone idrofilo.
«Bene, bene, Fiorini… beccato in flagranza di reato!»
Lo sguardo del professor Morigi che svettava su di lui lo fece sentire ridicolo. Seduto sul water di quella vecchia scuola di coglioni, come un povero coglione, svestito della sua baldanza e rimbambito dal fumo che gli aveva annebbiato il cervello. Manco si era accorto di non avere chiuso l’uscio con il gancio.
«Venga con me, Fiorini, la preside l’aspetta!»
Il prof di matematica lo prese per un gomito e lui non seppe opporre resistenza, stordito e incapace di reagire almeno a parole. Fumava da anni, con frequenza quotidiana, ma doveva essere davvero buono quel panetto di fumo se lo aveva rimbecillito così. Sentiva sulla pelle la serietà della cosa, ma gli scappava da ridere. Almeno una frase di circostanza al sarcasmo del prof l’avrebbe dovuta trovare, non tanto per tentare di giustificarsi - non era così scemo da ritenere che Morigi, che aveva una manifesta antipatia per lui, avrebbe potuto credergli o lasciarlo tornare tranquillamente in aula -, ma ci voleva qualcosa che salvasse la sua dignità ferita per essere stato colto in fallo così stupidamente e da chi non aspettava altro che fargliela pagare per le sue battutine durante l’ora di lezione.
«Porca putt… se chiudevo la porta, lei prof mica mi avrebbe beccato!»
«Fioriiini, Fioriiini… ma com’è… com’è?» gli sibilò all’orecchio, con fare provocatorio.
«Com’è cosa?» rispose impastato, con la strafottenza che nemmeno il fumo gli aveva pulito dalla faccia.
«Si sente puzza dai corridoi… Fiorini!» aggiunse Morigi, mentre lo trascinava di forza verso l’ufficio della preside.
Giovanni si consolò pensando che se aveva sentito l’odore fuori dai bagni, allora sarebbe stato inutile anche chiudere bene la porta. La prossima volta sarebbe uscito direttamente in giardino.
“Certo che quel fumo era proprio buono!” seppe dirsi tra sé, scordandosi per un istante della situazione surreale in cui si era cacciato e delle conseguenze che lo attendevano.
Se ne stette immobile e in silenzio, seduto davanti alla scrivania della preside, mentre Morigi le spiegava l’antefatto, con il viso chino a scrutare le ginocchia appuntite. Sfregava con le mani le ossa appuntite delle ginocchia che spuntavano dalla stoffa dei jeans strappati. Doveva aver perso peso in quei mesi, mangiava poco e male e si alimentava di fumo e altra robaccia chimica quando racimolava soldi in giro per la casa. Ma ormai anche i vari svuotatasche sparsi tra corridoi e soggiorno venivano attentamente ripuliti dalla governante per ordine della madre.
La professoressa Bonetti, preside da due anni di quell’istituto, portava stretti occhiali e voluminosi capelli mogano. Poteva avere una cinquantina d’anni o qualcosa di più. Non era una grossissima stronza, pensava Giovanni, che cominciava a prendere coscienza delle probabili ripercussioni della sua bravata, sentendo salire una insidiosa ansia, che stava velocemente annullando l’effetto rilassante della fumata.
«Fiorini…» gli disse la preside al termine della spiegazione di Morigi, costringendolo ad alzare lo sguardo.
Il suo tono era severo ma al tempo stesso indulgente, e per un istante Giovanni sperò in un perdono senza conseguenze.
«Il suo comportamento scolastico è inqualificabile da un po’ di tempo. Non che lei abbia mai brillato per educazione e impegno, ma questo secondo anno si sta rivelando davvero penoso. Mi dicono che lei risponde ai professori in aula, non segue le lezioni e disturba. Lei sa che suo padre non gradirebbe conoscere l’atteggiamento che tiene a scuola, e noi abbiamo sempre cercato di sorvolare sulla sua condotta, ma siamo piuttosto stanchi del suo modo di fare.»
Giovanni vide in quella minaccia la conferma che il padre era all’oscuro di tutto. “Suo padre” ripeté tra sé, avvertendo una fitta allo stomaco. “Il suo illustrissimo padre. Un gran pezzo di merda” avrebbe voluto aggiungere. Ma deglutì a fatica ciò che pensava, la sua gola era arsa dal fumo e da un senso crescente di angoscia. Si guardò attorno alla ricerca di acqua da bere. Che non trovò.
Si fissò su cosa avrebbe fatto se il padre avesse saputo di quell’episodio. Non era così stupido da sottovalutarne i contraccolpi. Lo disprezzava e ne aveva soggezione, ma non aveva mai rinunciato a cercarne l’approvazione.
La preside continuava a parlargli, lui si sentiva sempre più stanco e quella predica gli dava ai nervi. La guardava dritta negli occhi, concentrandosi perché la sua attenzione fosse percepita come sincero ravvedimento e quella rottura di scatole servisse a evitargli ulteriori strascichi.
«…quindi sono costretta a informare il professor Fiorini!»
“No, cazzo!! Questa no!” si disse tra sé, vedendo sfuggire l’illusione di averla fatta franca e di potersene tornare in aula, come se niente fosse accaduto.
«La prego…» le disse con un filo di voce che fuoriuscì come una supplica.
La preside restò in silenzio, sembrava prendere tempo in attesa di una spiegazione che fino a quel momento Giovanni non aveva saputo produrre. Ma a lui non venivano parole, avrebbe potuto cercare di discolparsi, di dare la colpa a qualcun altro che gli aveva venduto il fumo, addurre i motivi a un momento di smarrimento e di difficoltà, poteva giocarsela, era o non era il figlio del celeberrimo professor Fiorini, stimato primario di ostetricia e ginecologia del più grande ospedale della città? Quante sue insegnanti potevano essere potenzialmente sue pazienti? Una, quella di inglese, lo era per davvero. Anche se suo padre non parlava mai del suo lavoro. Se si fosse impegnato, Giovanni avrebbe potuto patteggiare con la preside una congrua punizione, senza che lui lo sapesse.
Bastava mantenere la calma, essere un figlio di puttana come lo era suo padre. Sfoderare un seducente sorriso, qualche parola adatta alla situazione, chiedendo scusa con un accenno di lacrima a sancire un sincero rammarico e tutto sarebbe andato bene.
La preside aveva aggrottato la fronte e il suo sguardo era velato di amarezza.
Giovanni doveva fare breccia nel suo cuore, doveva chiederle un’altra chance e mettere tutto a tacere. Gli sembrava un brutto trip che gli aveva preso male, come quando aveva calato quella “pasta” in disco e rincasando strafatto si era visto i lampioni del viale trasformarsi in bocche di drago pronte a divorarlo. E aveva giurato che se si fosse ripreso, e non ci fosse rimasto, non avrebbe più preso un solo allucinogeno in vita sua. Ma ora, cazzo! Suo padre era lì, se lo sentiva al suo fianco con la faccia compassata e seria, pronto a sbranarlo, come quando gli faceva le ramanzine a tavola, mentre lui teneva il viso diligentemente rivolto sul piatto, per evitare il ceffone che si era preso la volta in cui gli aveva risposto e la scodella del brodo era roteata su se stessa, schizzandogli il contenuto addosso.
Sentì ancora viva quell’umiliazione che si attorcigliò allo sguardo compiaciuto di Morigi, pronto a vincere la sua gara e a schiacciarlo come faceva suo padre. Sentì rabbia e frustrazione friggergli nella testa e il bisogno di buttare fuori quel peso.
«Prof…» sputò fuori a fatica.
«Mi dica, Fiorini…»
Giovanni intravide un momento di tregua che stava a lui riempire.
«È stata una cazzata… lo so! Ma ero teso e quella maria è stata fantastica per rilassarmi… e che male ci sarà nel rilassarsi un po’ dalle tensioni della scuola!»
Ecco, era fatta! Dai meandri del suo cervello spappolato di stronzate ancora una volta aveva vomitato il peggio di sé nel tentativo estremo di non abbassare la testa, di non farsi schiacciare, di non provare vergogna. Come faceva in classe con i professori. Lui era tosto e non poteva piegarsi davanti a quelle teste di cazzo. Lui era Fiorini… e non aveva paura di niente! Che avrebbero detto gli altri, vedendolo tornare in aula con la coda tra le gambe, dopo il rimprovero della preside e la soddisfazione di Morigi?
«Bene, Fiorini» sospirò la preside allentando la tensione del viso, che rivelava la stanchezza dell’attesa e dissimulava la pena per quel ragazzo.
«Informeremo la sua famiglia, anche rispetto alle valutazioni che lei fa della sua azione, e provvederemo a darle la possibilità di riflettere meglio!»
L’ultima frase gli giunse sibillina e criptica, mettendolo in allarme più dell’imminente coinvolgimento dei suoi genitori. Che significava provvedere a farlo riflettere? Sentì l’ansia lievitargli nelle viscere e un conato di vomito arrampicarsi in superficie.
Si alzò maldestramente dalla poltroncina di pelle su cui era stato seduto in attesa del verdetto finale, fece cenno di girarsi per uscire, percorse un passo, accennò il secondo, prima di buttare fuori tutto quello che aveva dentro sul tappeto finto persiano che lo separava dalla porta.

Anno pubblicazione

2017

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