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Racconti Balsamici
AA.VV

Racconti Balsamici Prezzo del libro 14,00
Racconti Balsamici Oppure scaricalo da

Balsamico. Elemento sensuale in una folle passione. Movente di un efferato delitto. Arma per uno sporco ricatto. Pegno di una fedele amicizia. Pretesto per una guerra tra fazioni. Tutto questo e tanto altro può essere l'Aceto, specie se Balsamico, specie se quello Tradizionale di Modena.

Un elemento gastronomico che si trasforma in elemento narrativo, raccontato in diciannove modi diversi in altrettante storie appassionanti.

La nebbia si confonde col passato, il mistero con il gusto di raccontare, e l'aceto si tinge del rosso del desiderio e del sangue, del giallo dell'omicidio e della gelosia, attirando e trasportando il lettore in una dimensione dove il profumo e il sapore creano un'atmosfera unica, avvolgente e.... balsamica.

Primo capitolo

BALSAMO di Ilaria Romeo

Sulla moquette azzurra le impronte di piedi nudi, formavano improbabili disegni. Dita lunghe e callose, rami intrecciati di orme e passi attutiti. In alcuni punti, l’azzurro si scuriva fino a diventare blu. Chiazze blu. Colore confuso. Dalla finestra aperta della stanza, attraverso svolazzanti e leggeri tendaggi di raso, si poteva intravedere la città di Modena. L’ombra della Ghirlandina si stagliava fiera al centro della Piazza Grande, illuminata dalla luna.
Sul letto della stanza 234, le lenzuola attorcigliate alla coperta sottile, sembravano fuse in un ultimo abbraccio. La donna giaceva nuda e languida, sdraiata a pancia in giù, immobile e pallida. Dalla sua bocca semiaperta scorreva un rivolo rosso. Sangue. Sulla schiena gocce di un liquido scuro e liquoroso formavano una scritta: RIPOSA.
 
Il Commissario spense il cellulare preso dal comodino, con uno scatto violento. Le tre del mattino. Orario insolito per svegliarsi, anche per un uomo di legge.
Inforcò gli occhiali, senza i quali aveva serie difficoltà di messa a fuoco, e accarezzò i capelli di sua moglie, che dormiva accanto a lui. Dalle sue labbra femminili e morbide affiorò un mugolìo sommesso, segno che stava per aprire gli occhi. Splendidi occhi dei quali si era innamorato parecchi anni prima. Il commissario Ferri le mandò un bacio appoggiandosi alla porta della camera da letto, e uscì.
Per fortuna in auto aveva quello che lui definiva il kit di sopravvivenza: una specie di scatola nascosta nel vano portaoggetti, nella quale salviettine umidificate e spray per l’alito stavano in bella mostra, come compagni fedeli. Compagni che sapevano essere utili al momento del bisogno. E ultimamente aveva dovuto utilizzarli più sovente del previsto. Telefonate notturne e tempestive sembravano essere all’ordine del giorno. Meglio, della notte.
Sulla scena del delitto il Ris stava già effettuando i primi rilievi. Anche dopo tanti anni di lavoro, il Commissario non era ancora riuscito ad abituarsi a scene come quella che gli si parava davanti. La vittima sembrava ancora più indifesa, attorniata dagli agenti della scientifica: come tante api operaie alla ricerca del miele nascosto. Peccato che l’ape regina non potesse più regnare.
L’agente della scientifica Viglino lo vide entrare e si fece da parte per farlo passare. “Buonasera, Commissario”. Frase inutile, seguita da un sorriso a trentadue denti. Ferri l’aveva sempre considerato un arrivista che tentava di compiacere tutti i suoi superiori. No, proprio non gli andava a genio.
“Ci trovi qualcosa di buono in una sera come questa?”
Il Commissario spense la sigaretta, prima di varcare la soglia. Viglino si chinò ammutolito, ricominciando a cercare indizi. Questa volta l’attenzione degli agenti era rivolta alle lenzuola. Per ora, l’unica cosa certa era la causa della morte della donna: una profonda ferita alla gola.
“Qualche novità?”
Il Commissario fece la domanda in piedi, dietro la spalla del fotografo della scientifica. L’uomo spostò la macchina fotografica dal suo occhio alla mano, guardandolo.
“Forse. C’è qualcosa che devo farle vedere. Vedere e non toccare, però.”
Al Commissario piaceva quell’agente dai modi distaccati e poco ossequiosi. L’agente Rotondi lo sapeva, lo sentiva e la simpatia era reciproca.
“Vede quel liquido sulla schiena della vittima? Oltre alla scritta che riusciamo a distinguere anche da questa distanza, c’è qualcos’altro di interessante: il liquido ha tutta l’aria di essere aceto, aceto balsamico per la precisione.”
 Il commissario Ferri si aggiustò gli occhiali. Un gesto incontrollato che riaffiorava ogni qualvolta aveva la netta sensazione di essere di fronte a qualcosa di importante.
“Aceto balsamico? Ne sei sicuro?”
“Sicuro no, ma ci stiamo lavorando Commissario.”
L’agente Rotondi perse interesse per la conversazione e ricominciò a fotografare dettagli apparentemente insignificanti.
Il Commissario uscì dalla stanza, dopo aver ricordato ai suoi uomini l’importanza della segretezza dell’indagine. Niente stampa, per favore. Un albergo di fama nazionale stava vivendo un momento terribile: un omicidio all’interno di una delle sue stanze, non era certo il miglior biglietto da visita.
Alcuni poliziotti di guardia all’esterno della stanza 234 lo salutarono al suo passaggio. Ricambiò con un gesto veloce della testa, mentre si accendeva una sigaretta.
Il corridoio dell’albergo si snodava verso l’ascensore e le porte antincendio. Ferri si avvicinò al primo, per controllare eventuali segni di un passaggio dell’assassino. Niente. Apparentemente, nessun indizio. La sua attenzione venne attirata dalla porta antincendio a sinistra. Era leggermente accostata. Si accovacciò a terra e scoprì una piccola bottiglietta scura tra la porta e il battente: la causa dell’apertura forzata della porta.
Con i guanti raccolse l’oggetto, intenzionato a portarlo alla scientifica. Stava per compiere il percorso inverso, quando lo sguardo cadde su un pezzo di etichetta rimasta attaccata al vetro: “MICO”. La carta era stata strappata con forza, ma un angolo era rimasto aggrappato.
“Un naufrago al pezzo di legno.”
Il Commissario lasciò l’indizio nelle mani di un agente della scientifica. Tornò all’uscita antincendio, varcandola. Fu subito investito dalla semioscurità, rischiarata appena dalle lampade di emergenza appese al soffitto. Decise di seguire la rampa delle scale fino all’uscita sul cortile.
L’aria fresca della primavera gli venne incontro festosa, ignara del vero motivo della presenza del commissario in quel cortile. Ferri si guardò intorno, prima di notare delle siepi schiacciate accanto ad un lato del muro di cinta. Probabili testimoni, muti e profumati, della fuga dell’assassino. O forse no.
“Agente Rotondi, quando avete finito di sopra, dovete farvi un giretto nel cortile. Passate dalla porta antincendio di sinistra. E già che ci siete, controllate anche l’interno dell’ascensore. Aspetto i risultati dei referti per domani pomeriggio. No, oggi pomeriggio.”
I colori dell’alba modenese lo accompagnarono fino all’entrata principale dell’albergo. Il rosa tenue si scioglieva nel lilla, stemperandosi nell’azzurro. Azzurro come il colore della moquette della stanza 234. L’ultimo colore che gli occhi della giovane vittima avevano potuto vedere...
Il portiere di notte aveva l’aria scocciata di chi capisce che non potrà chiudere occhio. Il trambusto della polizia mescolato alla curiosità degli altri clienti, creava i presupposti per una serata insonne.
“Polizia. Sono il commissario Ferri. Avrei qualche domanda da farle.” Il portiere appoggiò le mani al bancone della hall, spingendosi per alzarsi dalla sedia. Anche da quella posizione era molto più basso di Ferri.
“Dica, dottore. Cosa vuol sapere?”
“Intanto, il nome della donna della camera 234. Ce l’ha un nome, no?”
L’uomo basso e pelato iniziò a sfogliare un registro. Le dita grassocce e sudate scorrevano lente, fino ad arrivare alla pagina corrispondente.
“Qui risulta che la camera è stata prenotata telefonicamente da un club che si occupa di corsi culinari.” Pausa, in cui l’omino aprì un altro registro con dei tabulati telefonici.
“Ecco, Commissario. Il numero è questo. E questo è il nome della donna.”
Gli porse il foglio in maniera da rendere visibile anche ai suoi occhi, ciò di cui stava parlando. Il commissario Ferri scoprì così il nome dell’ape regina: Vittoria Devizi. Certo, in quella circostanza un nome così appariva fuori luogo. Vittoria.
“Grazie, lei mi è stato molto utile.”
Fece per andarsene, prima di aggiungere: “Ovviamente, lei sa che nessuno può entrare o uscire da qui, fino a nuovo ordine. E per nessuno, intendo nessuno. Arrivederci.”
Con il suo pezzetto di carta tra le dita, incominciò a scendere le scale fino alle cucine. Sapeva d’istinto quale strada seguire. Istinto e amore per la buona tavola. Lui faceva parte di quelli che si definiscono “buone forchette”.
L’odore delle spezie e gli aromi della carne marinata gli colpivano le narici. Li immaginava fluttuare nell’aria, danzando al ritmo di una musica dalle note sconosciute agli umani. Entrando nella cucina principale, aveva l’impressione di avere infranto una regola non scritta: territorio off limits. Alcuni degli aiuto cuochi gli lanciarono occhiate dapprima sorprese, poi infastidite. La sua presenza non era gradita. Ferri mise mano al taschino della sua giacca scura e tirò fuori il tesserino della polizia, mostrandolo al suo passaggio, con un movimento circolare. Un gesto che serviva a legittimare l’intrusione in un mondo non suo. I cuochi gli aprirono immediatamente un varco, lasciandolo passare. L’uomo col tesserino si guardò intorno. Sugli scaffali d’acciaio della cucina decine e decine di bottigliette di vetro e di spezie sembravano sull’attenti. Pronte a rispondere ad un’eventuale chiamata alle armi: le armi della seduzione del palato. Diverse etichette, forme, colori, liquidi. Tutte catalogate mediante numerazione. Quasi tutte al proprio posto... Tutte, meno una. Il commissario si sistemò gli occhiali.
“Scusa, mi sai dire cosa avrebbe dovuto esserci qui? Qui, dove vedo questo vuoto?”
La domanda era stata rivolta ad un giovanotto dai capelli neri e gli occhi svegli. Una specie di tuttofare. Il ragazzo si avvicinò allo scaffale.
“Manca la n.17: quella dell’aceto balsamico tradizionale.”
Ancora una sistemata agli occhiali.
“Sei sicuro?”
“Certo, Commissario. Sono io che ho il compito di pulire e tenere in ordine la dispensa. E sono sempre io che devo segnalare quando una delle spezie o un ingrediente è finito.”
“A chi lo segnali?”
“Allo chef o al maitre, signore...”. Odore di soffritto appena tritato. Mozart della tavola.
“Dove posso trovarli?”
“Valerio Cecchi è il maitre e a quest’ora è nelle cantine, che si trovano oltre il cortile dell’albergo. Il sommelier si è ammalato e lui ne fa le veci. Lo chef sta ancora riposando. Alloggia in questo albergo, da anni.”
“Sai anche il numero della stanza?”
“Certo, è la 122. Si chiama Lo Russo, Giovanni Lo Russo.” Un’ombra sgattaiolò oltre la porta, non vista. Il ragazzo iniziò a preoccuparsi.
 “Qualcosa non va, Commissario?”. Ferri diede una pacca sulle spalle del giovane, prima di rispondere.
“Tutto a posto, tranquillo.”
Il Commissario fece per uscire dalla cucina, quando la voce del ragazzo lo raggiunse nuovamente.
“La cosa strana è che fino a ieri sera c’era. Una bottiglia nuova di zecca!”
Ferri salutò con un sorriso, lasciandosi alle spalle le porte a battenti della sala cucine.
L’orologio da polso segnava le nove del mattino. Un orario di tutto rispetto per telefonare ad un club culinario.
“Amore e Sapore, sono Giulia. Come posso esserle utile?”
La voce all’altro capo era suadente e decisamente accattivante. Un timbro di voce che si addiceva di più ad un club per soli uomini piuttosto che ad un circolo culturale e culinario.
Il Commissario si schiarì la voce.
“Buongiorno, signorina. Sono il commissario Daniele Ferri e chiamo da Modena. Mi spiace dover essere io a doverle dare questa notizia.” Silenzio dall’altro capo del filo.
“La signorina Vittoria Devizi purtroppo è deceduta. In circostanze ancora poco chiare.”
“È uno scherzo?”
“No, è tutto vero. Può controllare chiamando in centrale.”
“Dio, com’è possibile? Com’è successo?”
“Per il momento posso solo dirle che è stata assassinata. L’abbiamo trovata stanotte, nella sua stanza d’albergo.”
“Ma chi può…”
 “È proprio quello che stiamo tentando di scoprire, signorina. Lei sa se Vittoria Devizi doveva incontrarsi con qualcuno? Se frequentava qualcuno in questa città?”
“Guardi, io la Devizi la conoscevo appena. Sa, qui arrivano tante ragazze. Tante spariscono dopo qualche mese. Non tutte hanno la costanza di seguire tutti i corsi.”
“Che genere di corsi, signorina Giulia?”
“Beh, corsi specializzati nell’arte della cucina passionale. Insomma, la cucina che si fonde con il calore del corpo. La gestualità del corpo. Non so se mi spiego...”
“Anche troppo bene, cara Giulia. Le dirò, oggi è la sua giornata fortunata. Non verrò a mettere il naso nel suo club culinario, se lei sarà così gentile da farmi avere la documentazione dettagliata della Devizi. Che ne dice, si può fare?”
Pausa imbarazzata.
“Direi che può andare. Mi dica solo a quale indirizzo mail.”
Aggiustandosi gli occhiali, Ferri glielo dettò.
 
In un angolo buio della stanza qualcuno cantava una stonata canzoncina cullando dolcemente un liquido scuro e liquoroso. L’aceto balsamico tradizionale veniva coccolato da mani amorevoli e nodose. Delicate carezze, sfioravano il collo della bottiglia. Improvvisa, la lama del coltello brillò nella luce dell’unica candela. L’aceto scendeva a gocce sulla lama, unendosi alle macchie di sangue rappreso...
 
“Te l’ho detto che ti amo?” Ferri era imbarazzato. Pareva che la cornetta fosse rovente, come la sua faccia. Seduto all’altro capo della scrivania, Rotondi aspettava paziente.
“Sara, non adesso. Ora non posso.”
“Avrò il diritto quale tua legittima moglie, di ricordartelo di
tanto in tanto?”
“Tesoro, tutti i diritti. Ma ne riparliamo stasera, va bene? Adesso lasciami andare.”
Sara riattaccò il ricevitore a malincuore. L’agente del Ris si schiarì la voce prima di parlare.
“Le ho portato il rapporto della scientifica.” Rotondi gli passò una cartellina grigia, sulla quale campeggiava il nome della vittima, seguito da un numero.
“Intanto, il liquido rinvenuto sulla schiena della donna era proprio aceto balsamico. Del tipo tradizionale. L’ora del decesso è stata stimata intorno all’una del mattino. Nel cortile dell’albergo non abbiamo trovato nulla di sospetto. Forse una falsa pista. La donna non ha subìto violenza sessuale. Non ci sono segni d’effrazione, quindi si ritiene che Vittoria conoscesse il suo aggressore. L’arma del delitto è un coltello, di quelli che si usano per l’alta cucina. Un tipo utilizzato per affettare i salami, i prosciutti.”
Chissà perché all’agente Rotondi, sembrò che il Commissario non fosse per nulla sorpreso delle conclusioni cui erano arrivati tramite i rilevamenti.
“Il quadro comincia a farsi più chiaro, amico. Molto più chiaro. E adesso, vediamo chi era questa signorina Vittoria Devizi.”
La centralinista del Club Amore e Sapore era stata di parola: puntuale, ecco la documentazione che Ferri aspettava. La schermata del computer della Centrale lampeggiava baldanzosa. Stefano Rotondi si sporse in avanti per vedere meglio.
Vittoria Devizi/nata a Modena/anni 24/taglia 40/laureata in lingue/trasferitasi a Pordenone da due anni/modella e accompagnatrice/indirizzi utili: ufficio casting ALL STAR Via delle Orfane 57 - club AMORE E SAPORE Via Fratelli Carle 145.
Seguivano le foto del book della ragazza. Immagini per lo più create con l’autoscatto. Vittoria sorrideva e ammiccava in mille pose diverse, da un’unica stanza. Ferri stava per chiudere la connessione, quando Rotondi notò qualcosa.
“Commissario, aspetti un attimo. Guardi qua.” E gli fece osservare una foto in cui la ragazza appariva vicino ad una tenda leggera e trasparente, verde come la speranza. Ferri prese la lente d’ingrandimento da un cassetto della scrivania. In un angolo dell’immagine, spuntava una parte del campanile della Ghirlandina.
“Pensi anche tu quello che penso io?”
Il Commissario fece la domanda, alzandosi in piedi. Le dita sul naso a spingere indietro le lenti.
“Questa è una delle stanze dell’albergo Piazza Grande. Lo stesso in cui l’abbiamo trovata ammazzata, stanotte. Commissario, questa ragazza frequentava l’albergo. Vittoria era modenese. Probabilmente chi le ha scattato questa foto la conosceva bene.”
Senza parlare, Daniele Ferri compose un numero di telefono e attese.
“Signorina Giulia? Il commissario Ferri, buongiorno. Sì, sì, l’ho ricevuto il file. Tutto a posto. No, solo che ho ancora bisogno di una piccola cortesia da lei. Saprebbe dirmi il nome del fotografo che ha scattato le foto del book di Vittoria?”
Giulia rispose titubante.
“In genere le ragazze si presentano con materiale loro, immagini scattate in maniera amatoriale.”
Un attimo di pausa, per poi riprendere.
 “Adesso che mi ci fa pensare, Vittoria ne aveva alcune fatte da un ragazzo. Il suo ragazzo dell’epoca, credo.”
“Il nome? Riesce a risalire al suo nome?”
“Un attimo... Ecco, ce l’ho. Francesco Lo Russo, Commissario. È stato il ragazzo di Vittoria per alcuni anni, poi lei lo lasciò per un altro. O almeno, così mi pare di ricordare.”
Ferri la ringraziò e chiuse la comunicazione.
 
Fotografie dappertutto. Immagini scattate da diverse angolazioni. Le pareti sembravano tappezzate di ricordi e d’amore. Un amore malato, colmo di dolore...
 
“Allora, Petri, riusciamo a sapere qualcosa di questo Francesco Lo Russo, sì o no?”
Il Commissario entrò nell’ufficio denunce persone scomparse, aprendo la porta con forza.
“Ci sto provando, Commissario. Ma al momento non riesco a trovare nulla. Lei è sicuro che dovrebbe esserci qualcosa in questo file?”
“Non sono sicuro. Sto tentando di trovare una pista, un indizio.”
“Mi dia ancora qualche minuto...”
Daniele Ferri uscì dalla stanza.
Fuori, doveva andare fuori. La sigaretta reclamava il suo rituale pomeridiano del dopo caffè. Il sapore della nicotina riusciva a farlo concentrare, lo rilassava. Mentre fissava la punta rossastra e vorace della sigaretta, visualizzò il ricordo di sua madre che amava cucinare la carne alla brace, a fuoco lento. Poteva stare interi pomeriggi a far rosolare uno stinco, un arrosto di maiale. Con calma e pazienza. Diceva che a ogni cibo si può accompagnare dell’aceto balsamico, che ha il compito magistrale di esaltarne il sapore. Un balsamo che lenisce tutte le ferite dell’anima.
Come l’amore, che trova il culmine accanto alla donna ideale, attraverso il matrimonio.
Sorridendo amaramente, pensò che sua madre si sbagliava.
Stavolta era stata la morte a sposarsi con l’aceto balsamico.
 
La corda sembrava abbastanza resistente e la trave robusta. Robusta al punto tale da poter sopportare il peso di un corpo umano. Le mani nodose sembravano danzare intorno al legno del soffitto. Giri di valzer, legami di corda e di sangue che si intrecciavano nei suoi pensieri contorti. La realtà ormai distorta. Il suo compito era finito.
 
Francesco Lo Russo era deceduto cinque anni prima. Suicida. Suicida per amore. Questo era emerso dalle ricerche effettuate
dall’agente Petri. Sua madre non era sopravvissuta al dolore e  l’aveva raggiunto due anni dopo. Il cerchio si era chiuso.
Il commissario adesso sapeva chi era l’assassino.
Il corridoio dell’albergo attutiva i suoi passi, attraverso tappeti e moquette. Ferri appoggiò l’orecchio sinistro alla porta della stanza n. 122, nella speranza di sentire qualche rumore, un suono. Dall’altra parte, beffardo, solo un inquietante silenzio.
Fece per sfondare la porta, ma ne ricavò solo un terribile dolore alla spalla. Diede cenno ai suoi uomini, col capo. Uno di loro iniziò ad armeggiare con la serratura. Un minuto dopo il clic della porta sembrò la colonna sonora di benvenuto all’inferno.
Nella stanza semibuia c’erano pile di giornali accatastati in ogni angolo. Alle pareti, fotografie di mille dimensioni e colori. Tutte riproducevano la stessa famiglia felice. Francesco e sua madre. Suo padre...
Lo trovarono nell’antibagno, rigido e freddo. Un dondolio dolce, come un cullare leggero. Lo chef Giovanni Lo Russo, il padre Giovanni Lo Russo, avrebbe riposato in eterno. Finalmente sereno.
 
Sara era ancora sveglia. Daniele ci sperava. Aveva voglia di perdersi tra le sue mani, tra i suoi capelli profumati. Sentiva ancora la presenza pesante della vendetta, intorno a lui. Sensazione che l’aveva accompagnato per tutto il resto della giornata, mentre chiudeva il caso Devizi. Sentiva il peso del dolore di una famiglia distrutta, di una giovane donna che aveva pagato con la vita, il prezzo della follia.
Sara gli sorrise, aprendogli le braccia.
“Vieni, abbracciami. Mi sei mancato, amore mio.”
“Tu di più.”
Spense la luce della lampada sul comodino: era finalmente a casa. Questa volta, sua madre aveva ragione: l’amore trova il culmine accanto alla donna ideale.
Aceto balsamico e fragole…

Anno pubblicazione

2008

Pagine

181

Formato

14x20 cm

ISBN

978-88-95412-05-4

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