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Racconti in forma
AA.VV

Può un formaggio, anche se il miglior formaggio italiano, diventare protagonista di un racconto? Una scommessa azzardata ma un risultato sorprendente. Sì, il Parmigiano-Reggiano è capace anche di questo... e diventa mezzo per una conquista amorosa, elemento di piacere, occasione per una sfida al potere.


Quello che più sorprende in questi racconti è il modo con cui gli Autori hanno utilizzato il Parmigiano-Reggiano per creare le loro storie.
Diventa a tutti gli effetti un attore di primo piano: si scontra con il Diavolo in persona per salvare un'anima, combatte vittoriosamente un Hitler demoralizzato, trasforma una storia d'amore in leggenda, rotola dalla collina portandosi dietro, nel paese di Bengodi, poveri viandanti affamati, si trasforma in una luna piena, magica, agli occhi di topolini intraprendenti.

Racconti gialli, storici, d'amore, favole, sentimentali, comici. Racconti per tutti i gusti, o meglio, per un gusto solo, quello inimitabile del Parmigiano-Reggiano!

Primo capitolo

NOZZE DI PARMIGIANO-REGGIANO A TORRECHIARA di Gianna Braghin

 Il Marchese di Torrechiara cercava moglie. E non era uno che si contentava.
Aveva messo insieme quel po’ di capitale rubando e intimidendo a destra e a manca tra le colline del reggiano dove si era piazzato, ultimo di una famiglia nobile che per voler favorire il favorito primogenito, aveva dato a lui il ben servito: un castello in malarnese sperduto tra le colline, dal presuntuoso nome di Torrechiara, e un drappello di servitori, oltre ad un po’ di masserizie e di denaro.
Questo era stato il suo inizio di vita adulta quando si era trovato a penare tanto per ricavarsi uno spazietto nell’infido mondo della nobiltà dimorante tra quelle colline che sarebbero diventate emiliane ma ancora non lo sapevano.
Si era appena insediato nel suo maniero, quel signore cittadino, acquistando acri di terra intorno con il po’ di denaro ereditato, quando la peste fece il suo ingresso in quel ridente paesaggio da cartolina, falciando, come spighe di grano, schiene dritte e schiene gobbe e aggiungendovi come sovrappiù una tremenda carestia.
La carestia, con il suo muso scavato e gli occhi vaganti dentro orbite vuote, spaventava il Marchese più ancora della peste e di tutte le altre malattie, che Dio se le porti lontano!
Era un uomo corpulento il nostro Marchese di Torrechiara, un omone di quasi due metri, spaventoso a quell’epoca di uomini piccini piccini, per non aver ancora assaggiato l’aria grande del Rinascimento.
Proprio perché corpulento, egli aveva bisogno ogni giorno di una quantità di cibo tale da sfamare un’intera famiglia. Il cibo era per lui una vera ossessione e quando percepì che sarebbe mancato, mandò i suoi servitori a setacciare i poderi intorno e anche quelli più lontani, procurando ogni cosa commestibile destinata a durare nel tempo, come i metalli preziosi, come l’oro. Avrebbe stivato tutto nelle gigantesche cantine del suo castello sventando così il pericolo di morir di fame almeno fino alla fine di quel periodo di vacche magre.
I servi, ben ammaestrati a rubare direttamente dai contadini del contado tornarono dopo giorni di razzia portando con loro carretti colmi di galline, anatre, oche, uova, granaglie e frutta e verdura a volontà.
– Imbecilli!!! – gridò il marchese appena vide arrivare quell’Armata Brancaleone al suo castello, con carretti pieni di cibarie fresche.
– Cosa ci faccio io con quella roba lì? Una festa, una scorpacciata da creparci e restarci secco? Sarei il primo in questo tempo di magra a morir di troppo cibo!
I servi tacevano guardandolo con aria ebete senza capire.
– Non è di questo che hanno bisogno la mia pancia e la mia cantina. Tornatevene dai vignaioli e dai pastori e portatemi botti di vino e ruote di Parmigiano-Reggiano stagionato e farò rotolare la brutta bestia della fame giù nel fossato del castello.
– Teste di zucca – prosegui il Marchese – come la trovo una sposa se le mie cantine risuonano come un eco di montagna?
Così i servitori, scortati questa volta da armigeri, se ne tornarono in giro per il contado a minacciare i poveri contadini, osti e pastori.
Impiegarono giorni e giorni i gabellieri del Marchese, tartassando dapprima gli abitanti del contado dai quali riscuotevano le decime, avventurandosi poi come era stato loro ordinato, fin nelle fertili terre del “formaggio dei re e re dei formaggi”, quel Parmigiano-Reggiano che ricordava la città di Parma ma era di casa anche a Reggio, Modena, Mantova e fin tra le colline della turrita Bologna. Tra minacce e miseri compensi a pastori e contadini, i servi armati riuscirono a portare al castello del Marchese, un ricco bottino di vino rosso frizzante e di “ruote” di formaggio Parmigiano-Reggiano che rotolarono prontamente nelle cantine del castello, le une accanto alle altre sopra a tavolate di legno, numerate perché a nessuno dei servi venisse in mente di “verificarne la stagionatura”.
Al Marchese di Torrechiara non pareva vero: aveva la dispensa piena in tempo di carestia e il suo tesoro era di quelli veri e durevoli: una montagna di splendide forme di Parmigiano-Reggiano dorato e stagionato. Era giunto il momento di far fruttare la sua posizione tra i nobili della contea, consolidandola con un buon matrimonio.
Cominciò a diffondere la voce che nel castello di Torrechiara c’era un tesoro e che il Marchese di quel castello, cioè lui medesimo, non conosceva fame né miseria e avrebbe potuto garantire altrettanta fortuna anche alla sua futura sposa e ai discendenti che avrebbe avuto da lei.
Alle parole seguirono i fatti: gli inviti a pranzi e feste di nobili e ricchi possidenti del reggiano, del parmense, del modenese, del mantovano, del bolognese, che era come dire: dei vari punti cardinali che si dipartivano da Torrechiara. L’impegno “dinastico” del Marchese trovò la sua ricompensa con la vantaggiosa offerta di matrimonio avanzata da un abbiente conte reggiano che aveva una giovane e florida figliola di nome Giovanna, disposta a sposare quel marchese così solido e ben piantato, sfornandogli una sfilza di discendenti. Tutto sembrava andare per il meglio ed i “piani” del marchese si stavano realizzando come in un gioco ad incastro, quando…
– Signore, Signor Marchese… la cantina… le forme di Parmigiano-Reggiano!
Un affannato servitore lo stava informando che dalle sue cantine era rotolata via quasi la metà delle forme di Parmigiano-Reggiano: il suo tesoro e anche la garanzia che doveva fornire al padre di Giovanna per poterla impalmare.
Quel formaggio solido stagionato e rotondo, era perfetto per ruzzolare e anche di corsa se c’era fretta di concludere una fuga.
– Maledetti, vi trovo e vi impicco! – disse a se stesso il marchese ad alta voce pensando che aveva armi, servi e mercenari sufficienti per setacciare le case di tutti i coloni del contado, dove sarebbe stato facile individuare il maltolto visto che le cantine di tutte le case erano vuote come le pance dei loro abitanti.
Solo pochi giorni di irruzioni e minacce e il drappello in armi, inviato per ritrovare il Parmigiano-Reggiano trafugato, tornò trionfante col bottino stivato sul carro e col manigoldo, responsabile di quella razzia, che seguiva a piedi, a mani legate, quel carico da cui aveva sperato fortuna e che gli avrebbe portato danno e fors’anche la morte.
– Rinchiudetelo! – fu la prima parola che pronunciò il Marchese dopo aver constatato che nessuna forma mancava all’appello.
Così, il malcapitato ladro per la fame, il povero Leandro, che aveva sperato con quel “colpo” di salvare da una orribile morte per carestia, se stesso e gli abitanti della piccola comunità di artigiani e contadini che viveva nei pressi del castello di Torrechiara, fu sbattuto nelle prigioni del maniero e chiuso a chiave, in attesa di una sorte che portava una lunga palandrana nera e brandiva una falce.
Quando in paese si seppe del fatto, tutti se ne dolsero: Leandro era un bravo giovane, stimato e amato da tutta la comunità di Torrechiara… ma fu soprattutto la bella Lisa, la figlia del fornaio, a piangere per quella mala sorte che la privava del suo segreto innamorato con il quale aveva fatto sogni e progetti di vita futura.
Non vedendo altra soluzione, Lisa si recò dal Marchese, gettandosi ai suoi piedi per chiedere la grazia in favore del povero Leandro.
– Alzati! – le ordinò subito il Marchese, capendo di cosa si trattava.
– Leandro è già condannato, è un ladro e sarà impiccato dopodomani, giusto il tempo per preparare la forca. Voglio sbrigare questa faccenda prima di iniziare i preparativi per il mio sposalizio.
Lisa aveva proprio bisogno di un aggancio e lo trovò nelle parole del Marchese.
– Signore – attaccò a dire la coraggiosa fanciulla – io sono figlia di un fornaio e di una cuoca, so cucinare cibi belli e buoni. Preparerò tutto il pranzo delle vostre nozze in cambio della grazia per Leandro, così i matrimoni da festeggiare saranno due e tutti a Torrechiara vi faranno il doppio di auguri.
Ma il Marchese era arrabbiato forte e non ne voleva sapere di graziare Leandro.
Non sapendo più quali argomentazioni portare, la povera Lisa si guardò intorno, alla disperata ricerca di un appiglio, di una qualsiasi trovata che le facesse prender tempo.
Fu in quel mentre che vide, fuori da una finestra del castello, la falsa nevicata maggiolina dei piumini dei pioppi e, quasi senza sapere cosa stava dicendo, se ne uscì con questo stratagemma…
Il matrimonio del Marchese era previsto per il mese successivo, il 24 giugno, festa di San Giovanni e onomastico della sua nobile futura sposa che si chiamava, appunto, Giovanna.
– In cambio della vita di Leandro – disse la disperata Lisa – io farò nevicare sul castello di Torrechiara nel pieno dell’estate, in onore del vostro sposalizio!
Dapprima il Marchese la guardò come quando si ha davanti un pazzo.
Ma l’uscita di Lisa era talmente sorprendente che, dopo la forte perplessità iniziale, il Marchese prese a ridere, ridere, ridere, senza più freni e, tra singhiozzi e lacrime, il suo cuore si sciolse:
– Va bene, testarda mula di ragazza, se riuscirai a far nevicare sul castello di Torrechiara il 24 giugno, per il mio matrimonio, tu pure avrai uno sposo con cui festeggiare. Ma ricordati: se questa è solo una menzogna, sarai tu pure imprigionata per esserti presa gioco di me.
Lisa se ne tornò a casa con la sua promessa in pugno: era una follia, lo sapeva, ma almeno adesso aveva una possibilità e un po’ di tempo per realizzarla.
L’anziana nonna, con cui Lisa viveva dopo che erano mancati entrambi i suoi genitori a causa della peste, quando la vide tornare dal castello, le andò incontro con trepidazione e con altrettanta trepidazione ascoltò il fantasioso racconto della ragazza e lo strano stratagemma inventato per salvare la vita al povero Leandro.
– Ma benedetta ragazza – attaccò a dire la nonna costernata – cosa ti è venuto in mente? Come hai potuto legare la vita di Leandro ad una promessa impossibile da realizzare? D’estate non nevica, Lisa, e tutti lo sanno.
Ma tant’era: promessa fatta, richiede d’esser mantenuta.
Dopo giorni di strolicamenti, di dubbi e di macchinazioni, fu la nonna di Lisa, spinta dal grande amore che portava per la ragazza e dalla pena che provava per Leandro, ad ideare un piano che facesse… nevicare sul castello di Torrechiara in piena estate.
– Il castello lo possiamo fare noi – principiò a dire la nonna, facendo spalancare grande gli occhi di Lisa e proseguendo imperterrita. – Sì, sì, mica si deve prendere tutto alla lettera, in fin dei conti si tratta di un banchetto di nozze ed il nostro castello, fatto di solide e saporite mura di Parmigiano-Reggiano stagionato, ci farebbe la sua bella figura. Ne conservo alcune forme, in cantina, ben nascoste per la bisogna, e questa la è.
Cominciò così la fervente attività che avrebbe portato alla riproduzione… gastronomica del castello di Torrechiara, da esibire in occasione del banchetto nuziale del Marchese e della sua sposa Giovanna.
Lisa, dopo le perplessità iniziali, si era convinta che il consiglio della nonna era il migliore possibile: far nevicare su un castello riprodotto in scala, non era impossibile come farlo dal vero, e d’estate per giunta!
Iniziò così il gran lavoro di “costruzione” del castello di Torrechiara, usando come materia prima, ottimo Parmigiano-Reggiano stagionato.
Le due donne, sebbene cuoche esperte, dovettero fare i conti con disegni, piantine e proporzioni e, dopo molte difficoltà iniziali, decisero di chiedere aiuto ad alcuni capomastri e scalpellini che abitavano nel borgo.
Una volta capita la questione, quei loro vicini di casa, ci misero del loro, durante le ore libere serali, per dare una mano alle due donne che si erano messe in tanta impresa.
Finiti i disegni preparatori, giunse il momento di metter mano alla materia prima e apparvero dal loro nascondiglio segreto, le forme di Parmigiano-Reggiano, quel loro formaggio locale denso e spesso, solido come il marmo ma anche generoso e duttile come un panetto di burro: l’ideale per “costruire” muri e torri merlate, ponti levatoi e persino una bella fontana.
I mattoncini di formaggio, plasmati con tanta cura dalle due donne e dai loro abili amici artigiani, dopo aver rimosso la crosta protettiva, si succedevano gli uni sugli altri, tenuti insieme da una colla di denso miele.
Lisa e la sua nonna li tagliavano, durante le ore libere serali, in piccoli parallelepipedi, mentre ai loro amici artigiani era riservato il compito di controllare l’a piombo dei muri di cinta e la loro tenuta, nonché la verosimiglianza con il vero castello di Torrechiara.
Questa piccola combriccola di “muratori” clandestini, si ritrovò tante e tante sere, nei mesi di maggio e giugno, per costruire quel piccolo capolavoro di architettura… gastronomica, destinato a divenire il regalo di nozze del Marchese ed il regalo di vita del povero Leandro che pativa, ormai senza speranze, nelle oscure prigioni del castello di Torrechiara.
Dell’opera solerte e amorosa della sua innamorata, aiutata dalla nonna e dai vicini, Leandro non sapeva e non poteva sapere nulla.
Lui trascorreva i suoi giorni in quella buia celletta, scavata nella roccia, da cui poteva vedere solo un rettangolo di cielo, quadrettato dalle sbarre e quel poco di luce lo teneva vivo e gli permetteva di disegnare sui muri i suoi perduti affetti: la sua casa ed il profilo della sua bella Lisa.
Intanto, in superficie, nella casa delle due donne, il castello fatto interamente con profumato e dorato Parmigiano-Reggiano, ben solido sopra una tavola di legno, era quasi pronto, nell’imminenza delle tanto attese nozze che già impegnavano servi e cuochi nelle cucine del castello.
Giorni e giorni prima dell’evento, nel cortile del castello, ci fu un gran viavai di contadini e carretti, giunti fin lì dalle campagne e dalle colline circostanti, per scaricare le loro mercanzie di frutta, verdura, uova, granaglie,ed ogni specie di volatili, pesci e animali da cortile, che venivano prontamente ingoiati dalle enormi fauci delle cantine e delle dispense del maniero.
Nonostante la carestia, che riduceva i contadini a larve umane, per poi spedirli all’altro mondo, il Marchese riuscì, con le buone ma più spesso con le cattive, a far arrivare a Torrechiara, per il suo sposalizio, le preziose cibarie necessarie per allestire un memorabile banchetto di nozze, sorprendendo la sua sposa e la di lei famiglia e tutti gli altri illustri e nobili invitati.
Nei giorni precedenti allo sposalizio, ci fu quindi, nel cortile del castello, un gran movimento di carrettieri che scaricavano le loro merci tra il vociare dei cristiani e lo starnazzare delle bestie.
Per contro, nel silenzio della loro casetta, Lisa, la nonna ed i loro aiutanti, terminavano il loro piccolo capolavoro d’architettura, rifinendolo fin nei minimi dettagli, con torri, merlature, feritoie…sì, anche quelle delle prigioni dove era rinchiuso lo sfortunato Leandro.
Eppoi, ponti levatoi, pozzi per l’acqua, porticati, stalle, pollai, magazzini per le merci e naturalmente, i piani nobili per il Marchese ed i suoi famigliari.
Tutto questo usciva dalle abili mani degli esecutori, grazie alla duttilità di quella pasta di formaggio Parmigiano-Reggiano, conservato nelle cantine come cibo e destinato invece a salvare una giovane vita già pericolosamente compromessa.
Ben presto il chiassoso lavorio nel cortile e nelle cucine del castello e l’altrettanto laborioso ma silenzioso e segreto adoperarsi nella casa delle due donne, cessarono quasi all’unisono: alla vigilia delle nobili nozze, tutto era pronto e la notte precedente, Lisa, la nonna ed i loro aiutanti, caricarono il castello di Parmigiano-Reggiano su di un carretto e lo portarono fin dentro al salone allestito per il banchetto, nel castello di Torrechiara, ponendolo sopra un alto tavolato per essere ammirato il giorno seguente.
E la neve? Direte voi che avete seguito fin qui la singolare vicenda di Lisa e Leandro.
La neve era dentro il Parmigiano-Reggiano stesso, era l’altra sua forma, l’altra maniera per poterlo gustare: grattugiandolo, appunto fino a farne soffice montagna che sparsa dall’alto avrebbe avuto l’effetto di una nevicata e la bellezza di un velo da sposa.
La nostra operosa compagnia scaricò, insieme al manufatto di prezioso oro giallo, un grande setaccio, di quelli che si usavano per separare la farina dalla pula e lo fissarono al soffitto con l’aiuto di corde.
Un impalco di gradini di legno, ben nascosto da un tenda del colore della notte, avrebbe consentito ad uno di loro di issarsi fino all’altezza del setaccio, per creare la magia della neve sul castello di Torrechiara.
Una vera struttura che, come per una rappresentazione teatrale, avrebbe strappato esclamazioni di sorpresa e stupore tra gli invitati a nozze, strappando anche Leandro da un orribile destino.
Grazie all’aiuto dei servi del castello, anche loro impietositi per Leandro ed ammirati dallo spettacolo che si preparava, in pochissimo tempo, la scenografia fu completata.
E spettacolo fu!
Verso il mezzodì, davanti al corteo nuziale, giunto nel salone per il banchetto, dopo lo sposalizio in chiesa, accadde ciò che Lisa aveva promesso al Marchese.
Nel buio della sala della festa, sopra a quel castello fatto interamente di dorato, solido e profumato Parmigiano-Reggiano, alla luce delle candele accese e tra le note di un flauto, in piena estate, scese sul castello di Torrechiara, per stupire il corteo nuziale, una fitta neve dall’alto di quel cielo da cui si sperava una grazia.
Una neve chiara e sottile, generoso dono di quel formaggio che ancora una volta sapeva trasformarsi per salvare la vita allo sfortunato giovane.
Quella nevicata… salvatrice, incantò tutti per alcuni minuti, finché il Marchese la fermò perentorio con il gesto della mano:
– Basta, basta così. Sei stata ingegnosa, Lisa, hai fatto la tua parte ed io farò la mia.
Spiegò quindi il Marchese, alla sua sposa ed ai suoi ospiti, la vicenda di Leandro e la scommessa che lo legava a Lisa.
La gioia per la festa, fece il resto ed il giorno stesso Leandro potè uscir di prigione e festeggiare con la sua Lisa, e tutto il piccolo drappello dei suoi salvatori, la ritrovata libertà.
Nel loro assai più modesto banchetto, improvvisato all’aperto sopra una lunga tavolata di legno sistemata proprio nel centro del borgo, perché tutti partecipassero a quella liberazione, apparve anche una grande ruota di quel formaggio.
Proprio al Parmigiano-Reggiano fecero il loro brindisi di ringraziamento tutti gli abitanti del borgo di Torrechiara e Leandro volle aggiungervi, di suo, un augurio che l’aria della storia raccolse prontamente:
– Mille e mille anni di vita al Parmigiano-Reggiano!

Anno pubblicazione

2010

Pagine

184

Formato

14x20 cm

ISBN

978-88-95412-21-4

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