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Ricette Fatali. Donne velenose in cucina.
Katia Brentani

Ricette Fatali. Donne velenose in cucina. Prezzo del libro 9,00
Ricette Fatali. Donne velenose in cucina. Oppure scaricalo da

Il termine veleno ha un doppio e opposto significato. Il vocabolo anglosassone “gift” nella lingua tedesca designa il “veleno” e nella lingua inglese il “dono”. Anche il cibo è un “dono”. Non è forse una succulenta mela rossa a celare il veleno? La mela rossa con cui la regina, trasformata in strega, tenta di avvelenare Biancaneve. E le grandi avvelenatrici della storia? Amavano cucinare e ognuna aveva una propria specialità, da “donare” alla vittima designata con l’aggiunta dell’ingrediente “segreto”. Sulle tracce di queste donne pericolose, ci lasceremo tentare da sfiziose ricette, preparate con gli ingredienti che le “donne velenose” prediligevano… senza l’aggiunta dell’ingrediente segreto. Dolci veleni del tutto innocui. Fra curiosità, leggende e un racconto finale, Le ricette della trisavola, velenoso al punto giusto.

Primo capitolo

I – Presentazione

Quante volte il cibo è abbinato a parole come veleno, morte?
Confessi chi non ha mai pronunciato la fatidica frase: “se mangio ancora qualcosa, muoio!” o “la cioccolata per me è veleno, ma non so resistere alla tentazione di mangiarla”.
Cibo tentazione fatale, cibo veicolo di morte. Una dolce morte.
Nei romanzi accade spesso che l’assassino scelga di uccidere le sue vittime con squisite prelibatezze. Anche nei film (chi non ricorda le simpatiche vecchiette di Arsenico e vecchi merletti?).
Il cibo usato come arma letale. Principalmente dalle donne, anche se ne fatto largo uso anche gli uomini fin dall’antichità.
La natura non ha fornito la specie umana dell’arma del veleno, come accade per certi animali come le api, gli scorpioni o i ragni. L’uomo si è però creato, nel corso dei secoli, armi al veleno sfruttando la natura stessa, le sue conoscenze e la sua fantasia.
La Cantarella, un filtro velenoso, fu usata in grande quantità dalla famiglia Borgia per liberarsi di scomodi personaggi che intralciavano i loro perversi piani.  Questa pozione si otteneva facendo evaporare urina in un contenitore di rame e mescolando i sali che si ottenevano con l’arsenico. L’ammoniaca contenuta nell’urina aumentava la tossicità della pozione. Questo veleno fu ribattezzato il vin dei Borgia.
L’arsenico, già conosciuto ai tempi dei romani, per lungo tempo è stato usato per compiere omicidi mascherati da malattie mortali. Veniva somministrato in piccole e continue dosi e provocava un progressivo stato di debilitazione fisica che veniva intrepretata come il decorso di una malattia incurabile, in assenza di un’indagine tossicologica.
Una legge romana, risalente all’imperatore Antonino Pio, asserisce: “Plus est hominem extinguere veneno, quam occidere gladio” ovvero “È più grave uccidere un uomo con il veleno che con la spada”.
Il secolo d’oro del “veleno coniugale”, quello che serviva per eliminare il coniuge diventato una zavorra, è l’Ottocento. L’arsenico si conquistò il primo posto fra i veleni più in voga, per vari motivi: per il colore che gli permetteva di essere confuso con gli alimenti, per il sapore, ovvero il “non sapore” e per la solubilità che gli consentiva di essere sciolto nei liquidi più diversi senza modificarne il gusto.
Non si usa solo l’arsenico, però, per liberarsi di “indesiderati “. Dall’aceto per pidocchi al cianuro, passando per il laudano, che conosce il suo massimo splendore nel Settecento, senza dimenticare la stricnina e le radici di mandragola, tanto amate dalle streghe.
Veleni mortali, molto spesso somministrati alle ignare vittime attraverso succulenti manicaretti o bevande durante luculliani banchetti.
Una mela, all’apparenza succosa e innocua, può nascondere un cuore nero e rivelarsi un’arma fatale (Biancaneve ha corso grossi rischi) o un pasticcio di carne, una torta, un cucchiaio di miele. Senza dimenticare le bevande. Bere tè o infusi di erbe poteva avere conseguenze catastrofiche.
Gli omicidi mascherati da “morte naturale” erano numerosi al punto da richiedere l’intervento della scienza.
Nel 1836 il chirurgo britannico James Marsh ideò il famoso Test di Marsh, un esame che permetteva di rilevare tracce di arsenico, anche in piccole quantità, stroncando le velleità di future avvelenatrici che pensavano di compiere i loro omicidi con questo veleno e rimanere impunite.
Non spaventatevi, mentre ripercorriamo le tracce di alcune delle più famose avvelenatrici della storia, c’è tutto il tempo di leggere sfiziose ricette preparate con gli ingredienti che “le donne velenose” prediligevano… senza l’aggiunta dell’ingrediente segreto.
Dolci veleni del tutto innocui.

Anno pubblicazione

2013

Pagine

128

Formato

14x20 cm

ISBN

978-88-95412-97-9

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