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Ti do una noce! Storia, leggende e ricette del frutto più magico
Manuela Fiorini

Ti do una noce! Storia, leggende e ricette del frutto più magico Prezzo del libro 9,00
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Quanta storia, leggenda e gusto si celano dentro al guscio di una noce?
Sicuramente, più di quanto immaginate. L’albero del noce è sulla Terra da molto più tempo dell’uomo, il quale ha imparato, ben presto, a conoscere le proprietà nutritive dei suoi frutti.
Sarà per questo che il noce è presente nella Bibbia, in diversi miti della creazione, in molte favole e leggende.
Un piccolo, grande mistero, che la tradizione popolare vuole connesso anche alle figure delle streghe.
La versatilità delle noci le rende adatte per antipasti, primi piatti, insalate, secondi e, soprattutto dolci.
Senza dimenticare il nocino, il liquore preparato con i malli acerbi, proprio nella “notte delle streghe”.


In questo libro troverete un “assaggio” della storia e delle leggende legate alle noci ed una scelta di ricette, suddivise per categorie, tutte da sperimentare e provare.
E, nell’attesa che il vostro piatto preferito sia pronto, le noci diventano anche le protagoniste di un racconto inedito da leggere tutto d’un fiato.

Primo capitolo

Introduzione
 
Non esiste, forse, frutto più controverso della noce e dell’albero che lo genera. Originario dell’Asia Minore, l’albero del noce, appartiene alla famiglia delle Juglandacee, dal termine latino “Iovis glans”, ghianda di Giove, a testimonianza della sacralità e del legame con la divinità, probabilmente grazie alla sua maestosità ed alla peculiarità di crescere in luoghi isolati, lontani da altre specie arboree. Quest’ultima caratteristica, si deve alla presenza di una sostanza tossica, la juglandina, secreta dalle radici e dalle foglie, che provoca la morte delle altre piante nelle vicinanze. L’albero del noce è stato importato prima in Grecia e poi a Roma, attorno al 100 a.C, e si è diffuso, successivamente, in tutta Europa grazie alle proprietà nutrizionali dei suoi frutti, molto calorici (ben 650 calorie per 100 grammi), ma ricchi di vitamina B, sali minerali, potassio, fosforo, calcio, ferro e magnesio. Tutte caratteristiche ideali, che ne hanno fatto alimento principe dell’alimentazione rurale, soprattutto nei lunghi periodi di carestia. Testimonianze dell’uso delle noci nell’alimentazione dei romani sono state rinvenute durante gli scavi di Ercolano, grazie al ritrovamento di alcuni frutti carbonizzati, mentre nei dipinti della Villa dei Misteri di Pompei sono raffigurati alcuni frutti. Proprio nell’area vesuviana e sulla costiera Sorrentina, vengono ancora prodotte le Noci di Sorrento, una delle specie più pregiate, di cui esistono due varietà certificate: una più allungata e leggermente appuntita da un lato e smussata alla base ed una seconda, più piccola e tondeggiante.
Versatili, oleose e dal sapore sfizioso e gradevole, le noci sono state usate, e lo sono ancora oggi, come ingredienti per la preparazione di gustose ricette, dagli antipasti, ai primi piatti ai dolci, senza dimenticare il pregiato liquore, il Nocino, o Nocello, che si ricava dai malli acerbi, raccolti, come tradizione vuole, il 24 giugno, la Notte di San Giovanni, che coincide con il Solstizio d’Estate. Tuttavia, fin dai tempi più antichi, il noce ed i suoi frutti sono stati oggetto di storie e leggende, che, nei secoli,  hanno contribuito ad attribuire a questo albero ed ai suoi frutti una nomea più o meno sinistra, al punto che, ancora oggi, si usa il termine “nocivo” per indicare qualcosa di dannoso per la salute. In particolare, l’albero del noce è legato all’elemento femminile ed alle storie nate attorno alle streghe. Ma come si è arrivati a questa fama sinistra? Indubbiamente, fin dai tempi più antichi, il noce è stato amato ed odiato: indispensabile dal punto di vista alimentare, da un lato, temuto per le leggende nate attorno alle sue fronde, dall’altro.
 
1 - Tra mito e leggenda
L’albero del noce ed i suoi frutti ricorrono, sovente, nelle storie della storia del mondo, con vicende alterne, che ne fanno, di volta in volta, un elemento positivo o negativo.
Nella Bibbia, per esempio, viene considerato negativamente, in quanto specie esclusa dal Paradiso Terrestre creato da Dio per ospitarvi i primi uomini. Allo stesso modo, continuando una tradizione consolidata, nel Vangelo si dice che la croce sulla quale morì Gesù era fatta di legno di noce. Tuttavia, se si guarda alla tradizione slava, alle noci è associata, invece, una valenza positiva. Una variante del racconto sul Diluvio Universale, infatti, narra di come gli uomini giusti, destinati a sopravvivere alla furia delle acque per dare vita ad una nuova società più giusta, si salvarono grazie ai gusci di noce.  Nell’Antica Grecia, invece, l’albero del noce è legato al mito di Caria. In un epoca in cui gli dei amavano andarsene a zonzo sulla Terra ed interagire con i mortali, si narra delle tre figlie che Dione, re della Laconia, aveva avuto dalla moglie Anfitea. Orfe, Lico e Caria, questo il nome delle tre fanciulle, erano amabili, belle ed aggraziate, ma non prive delle gelosie e delle invidie femminili. Un giorno, il dio Apollo, giunse nelle terre della Laconia e venne accolto con tutti gli onori dal re e dalla regina. Come dono per il trattamento ricevuto, il dio conferì alle tre sorelle il dono della profezia, facendo, tuttavia, promettere loro che mai e poi mai avrebbero usato quelle facoltà contro gli dei o per conoscere cose che non competevano loro. Qualche tempo dopo, anche Dioniso capitò in Laconia e fu ospite della casa di Dione. A differenza di Apollo, tuttavia, il dio dell’ebbrezza non seppe resistere al fascino della giovane Caria e se ne innamorò perdutamente, ricambiato. Poco dopo, il dio riprese ad andarsene in giro per il mondo, ma il ricordo della fanciulla e del suo amore lo fece ben presto tornare sui suoi passi. Ed è qui che entrarono in gioco la curiosità e la gelosia femminile. Le sorelle di Caria, infatti, presero a spiare il dio e a farne oggetto di pettegolezzi, infrangendo il loro voto. Nonostante gli avvertimenti, Orfe e Lico perseverarono nel loro atteggiamento. Allora, Dioniso, spazientito, in un moto di rabbia le fece prima impazzire, poi, le tramutò in roccia. Caria, resasi conto della triste sorte toccata alle sorelle, morì per il dolore. Allora Dioniso, che tanto aveva amato la giovane, decise di rendere eterno il suo ricordo e la trasformò in un albero di  noce. Non avendo il coraggio di raccontare ai Laconi che cosa era successo alle tre principesse, se ne andò di nuovo in giro per il mondo. Toccò ad Artemide, dea della caccia e sorella gemella di Apollo raccontare l’accaduto al re ed alla regina. Successivamente, anche la dea si fermò in un certo periodo in Laconia, mostrandosi molto generosa con i suoi abitanti che, in suo onore, eressero in suo nome e in quello dell’indimenticata principessa Caria, un tempio intitolato ad Artemide Cariatide, con le colonne scolpite in legno di noce e modellate con sembianze femminili, che vennero chiamate “cariatidi”.
 
2 – Il noce di Benevento
La leggenda di Caria lega indissolubilmente l’albero del noce all’universo femminile. La seconda parte della leggenda, infatti, passa il testimone di questo legame alla dea Artemide, che, nel pantheon romano, assume il nome latino di Diana, dea della Luna, elemento femminile per eccellenza. Allo stesso modo, i riti legati al culto della dea latina si sovrappongono a quelli misterici legati alla dea egiziana Iside, anch’essa identificata con la Luna. In particolare, è a Benevento che, all’epoca dell’imperatore Domiziano, si sviluppa un culto misterico secondo il quale la dea Iside veniva identificata sia con Ecate, la dea degli inferi, sia con Diana. Questa sorta di Trimurti aveva anche, tra i suoi aspetti peculiari, un forte legame con la magia. Tutti elementi che, nei secoli, hanno contribuito a creare la leggenda delle streghe e del Noce di Benevento, albero temuto e maledetto, sotto al quale, si diceva, si tenessero i famigerati rituali del sabba. Ma come si arriva dal culto misterico ispirato alla dea egiziana Iside alle streghe? La storia testimonia di come il culto di Iside sia perdurato nei secoli, sfociando in elementi di paganesimo che assimilarono nella figura della strega come noi, oggi, la intendiamo, elementi tipici di Ecate, mentre il nome con cui erano note a Benevento, Janare, deriverebbe, appunto, dal legame con Diana. Nel saggio Della superstiziosa noce di Benevento di Pietro Piperno del 1639, invece, si legge di come la leggenda delle streghe di Benevento possa risalire al VII secolo, quando la città era diventata la capitale di un ducato longobardo. Gli invasori barbari, pur risultando ufficialmente convertiti al cristianesimo, continuavano a professare la propria religione pagana. In particolare, essi veneravano una vipera d’oro, probabilmente alata e con due teste, con legami all’antico culto di Iside, notoriamente legata ai serpenti. Un altro rito prevedeva, invece, un rituale arcaico legato al culto della divinità germanica Wotan. I fedeli al dio si radunavano presso il fiume Sabato (da cui il nome successivo di sabba attribuito ai rituali demoniaci), dove si trovava un grande albero di noce, ai rami del quale appendevano la pelle di un caprone. Il rituale prevedeva che gli adepti cominciassero a correre freneticamente a cavallo attorno all’albero, cercando di infilzare la pelle con le lance. I brandelli staccati e lasciati a terra venivano successivamente mangiati per ingraziarsi il favore della divinità.  Inutile dire che questi rituali “barbari” infastidirono non poco i beneventani cattolici, che non persero l’occasione di accusare di idolatria i dominatori Longobardi. Il più determinato era il sacerdote Barbato che, nel 663, leggenda vuole, fece promettere al duca Romualdo di rinunciare definitivamente ai riti pagani, se la città si fosse salvata dall’assedio delle truppe dell’imperatore bizantino Costante. Naturalmente, le truppe nemiche si ritirarono “per grazia divina”, Barbato venne nominato da Romualdo Vescovo di Benevento ed egli stesso abbatté il noce sacrilego, strappandone le radici ed istituendo, al suo posto, la chiesa di Santa Maria in Voto. Tuttavia, Romualdo continuò ad adorare in segreto la vipera d’oro, almeno finché non se ne accorse la moglie Teodorada, la quale consegnò l’idolo a Barbato che, prontamente, la fuse, ricavandone un calice per l’Eucaristia.
 
3 – Le streghe
Strettamente legate ai culti longobardi ed al Noce di Benevento, le credenze legate alle streghe nascono nei primi secoli del Cristianesimo, caratterizzati da una strenua lotta contro quanto fosse in odore di paganesimo. Per affermarsi ulteriormente, infatti, la nuova religione aveva bisogno di “spazzare via” i residui del culti più antichi, spesso trasformati in culti sincretici tra religioni diverse, con seguaci provenienti, soprattutto, dalle realtà rurali. Il principio di base prevedeva, semplicemente, che tutto quanto non fosse rivolto all’adorazione dell’unico Dio, buono per antonomasia, fosse considerato “cattivo” e connesso all’antagonista per eccellenza, il Diavolo. Ragion per cui le donne longobarde di Benevento, che professavano rituali legati alle messi ed alla natura, vennero ben presto identificate come “streghe”, esseri malefici, che avevano stretto un patto con il demonio, dedite a riti orgiastici e portatrici di morte, sventura e infertilità. Secondo il credo popolare, le streghe erano donne comunissime, indistinguibili dalle altre, di giorno, mentre, la notte, si spargevano il petto e le ascelle con un unguento malefico, che consentiva loro di spiccare il volo pronunciando una formula magica, a cavallo di una scopa di saggina o montando al contrario un castrato di colore nero. Allo stesso tempo, i malefici così operati consentivano alle streghe di diventare incorporee e di viaggiare mescolandosi al vento. Le notti di tempesta, infatti, sarebbero le più propizie alle “trasferte” delle streghe. Si credeva anche che esse prediligessero spiccare il volo lanciandosi da un ponte, chiamato Ponte delle Janare, distrutto durante la Seconda Guerra Mondiale. Non solo, sempre grazie ad un maleficio e per intercessione del Maligno, il noce abbattuto da San Barbato sarebbe rinato per consentire alle streghe di radunarsi sotto di esso per i loro sabba. Oltre alle streghe beneventane, sotto alle fronde dell’albero sarebbero avvenute vere e proprie “riunioni” di streghe provenienti da ogni parte del mondo, che si sarebbero lasciate poi andare a danze malefiche, banchetti ed orge con caproni e spiriti maligni, in attesa dell’apparizione del diavolo in persona. Non paghe, al termine del sabba, le streghe si sparpagliavano per il paese, seminando il terrore. Si credeva, infatti, che esse causassero aborti, nascita di bambini deformi e rapimenti di neonati, con i quali si sarebbero divertite lanciandoseli l’un l’altra, in un infernale gioco, terminato il quale, avrebbero comunque riportato i  piccoli nelle culle. Non solo, tipici delle streghe erano anche “scherzetti” meno pesanti, come intrecciare code e criniere ai cavalli, o cavalcarli tutta la notte. L’inconsistenza corporea, inoltre, permetteva alle janare di entrare nelle case passando sotto alle porte (da cui un’altra ipotesi etimologica: ianua - porta) e sfiorassero i dormienti, che avrebbero percepito la loro infausta presenza attraverso una folata di vento ed un senso di oppressione sul petto. Per impedire alle streghe di entrare nelle case, la tradizione voleva che si lasciassero sulla soglia della porta una scopa di saggina o del sale grosso. La strega, prima di entrare, avrebbe dovuto contare tutti i fii della scopa o i grani di sale, ma, nel frattempo, il giorno sarebbe sopraggiunto, costringendola ad andarsene. È evidente il significato simbolico degli oggetti utilizzati per tenere lontane le streghe: la scopa, simbolo fallico, maschile, si contrappone al femminile negativo, mentre il sale è connesso ad un’erronea interpretazione etimologica, che lo riconnette al termine latino salus, salvezza. Contro le streghe valevano anche alcune “formule protettive”. Se si aveva la sensazione di essere perseguitata da un janara, si poteva urlare contro alla donna sospettata di essere una strega la frase “Vieni domani a prendere il sale!” e quella sarebbe scomparsa all’istante, oppure, siccome anche parlare di una strega, si diceva portasse sfortuna, si scongiurava la malasorte con la frase “Oggi è sabato”.
Con il tempo, a Benevento, l’immaginario collettivo affiancò alle janare altre figure di streghe più o meno caratteristiche. Così, la zona del Triggio, presso il teatro romano, si diceva essere infestato dalla Zucculara, una strega zoppa dotata di zoccoli assai rumorosi. Questa figura di strega sarebbe riconducibile alla figura di Ecate, sovente raffigurata con un sandalo solo ed era venerata nei trivii.
Nei pozzi, poi, si pensava vivesse, invece, la Manalonga, una strega che avrebbe avuto la facoltà di afferrare i passanti per i piedi, tirandoli di sotto e facendoli sparire per sempre. Probabilmente, questa figura è connessa con la paura legata a fossi e a corsi d’acqua stagna, considerati ingressi per gli Inferi. Più simili a spiritelli domestici di sesso femminile, erano, infine le Urie, riconducibili al culto  romano dei Lari e dei Penati.
Nei secoli, le credenze legate alle streghe si rafforzarono ulteriormente, al punto da dare il via a vere e proprie persecuzioni. Quelle che divennero vere e proprie “stragi di donne” (bastava veramente poco per essere accusate di stregoneria) ebbero inizio con le prediche di San Bernardino da Siena, che, nel XV secolo, tuonò contro le streghe, in particolare, contro le janare di Benevento, che additava come responsabili di sventure, fomentando il popolo e dichiarando senza mezzi termini che esse dovevano essere sterminate. Nel 1486, il Malleus Maleficarum diede un ulteriore impulso alla persecuzione contro le streghe. Il tomo, infatti, spiegava come riconoscere una strega, interrogarla e farla confessare tramite le torture più efferate, per poi processarla sommariamente e condannarla a morte. La pena andava dall’impiccagione al rogo, lasciando ampio spazio alla fantasia dei giudici, che si sbizzarrivano in metodi di esecuzione più o meno atroci.
In questo modo, tra il XV ed il XVII secolo, furono estorte alle donne torturate centinaia di confessioni. Molte delle supposte streghe parlarono del Noce di Benevento, delle riunioni diaboliche sotto le sue fronde, delle pratiche magiche e dei malefici. Nel XVII secolo, tuttavia, ci si cominciò a rendere conto di come le confessioni ottenute sotto torture non potessero essere veritiere, come dimostravano le discrepanze delle dichiarazioni di presunte streghe. Durante l’Illuminismo, si tentò di dare una spiegazione razionale alla leggenda delle streghe: secondo lo studioso Girolamo Tartarotti, infatti, il volo delle streghe non sarebbe stato il risultato di un maleficio, ma il frutto di un’allucinazione provocata, naturalmente, dal demonio! Nel 1745, Ludovico Antonio Muratori avanzò, invece, l’ipotesi che le streghe non sarebbero state altro che donne affette da disturbi psichici. Alcune analisi successive, dimostrarono che l’unguento utilizzato dalle streghe beneventane, ottenuto da una mistura di erbe ed oli, tra cui quello ricavato dalle noci, avrebbe avuto effetti allucinogeni. Nel frattempo, come testimoniano gli oltre 200 verbali di processi contro le streghe, conservate nell’archivio arcivescovile di Benevento, e portati alla luce dallo storico Abele di Blasio, altrettante donne erano state uccise dietro false accuse. Gli archivi vennero distrutti in buona parte, nel 1860, durante il processo di unificazione dell’Italia. I bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale dispersero il resto.
 
4 – I riti della Notte di San Giovanni
Il periodo compreso tra il 19 ed il 25 di giugno, che coincide con il Solstizio d’Estate, è da sempre considerato magico dalle culture precristiane, in particolare quelle di origine druidica. Il sole, infatti, in questo periodo, sembra fermarsi, sorge e tramonta sempre nello stesso punto, finché, il 24 di giugno, riprende la sua corsa e ricomincia a muoversi sempre più a sud. Ed è proprio in questo giorno dell’anno che, in passato, avveniva la maggior parte delle celebrazioni solstiziali, in particolare, la raccolta delle noci e di altre erbe per preparare intrugli e pozioni. Secondo le credenze celtiche, infatti, il 24 di Giugno aveva luogo lo sposalizio del Sole e della Luna e, proprio per celebrare questo evento, si mettevano in pratica i rituali legati agli elementi ad essi legati, rispettivamente, il fuoco e l’acqua. Il Cristianesimo, tuttavia, si sovrappose ai riti pagani, con l’intento di assimilarli. Per questo motivo, al 24 giugno venne associata la nascita di San Giovanni Battista che, secondo il Calendario Liturgico, era nato sei mesi prima di Cristo e battezzava con acqua coloro che il Salvatore avrebbe, invece, battezzato con il fuoco (lo Spirito Santo). Con il tempo, tradizione celtica e cristiana si mescolarono, permettendo a rituali anche molto antichi di venire assimilati dalle comunità rurali, che le hanno conservate e perpetuate fino ai giorni nostri. Tra questi, vi è l’accensione dei Fuochi di San Giovanni. I contadini accendevano grandi falò su dossi e colline. Spesso, venivano bruciate delle grandi ruote di fascine, che venivano fatte rotolare lungo i pendii, accompagnati da urla e canti. L’accensione dei falò aveva una valenza propiziatoria e purificatrice, per questo motivo, spesso, vi venivano bruciate cose vecchie oppure un pupazzo, per scongiurare la malasorte e tenere lontani con il fumo, spiriti maligni e streghe che, proprio la notte di San Giovanni, si recavano a Benevento, sotto al grande noce, per l’annuale raduno. In alcune tradizioni, i contadini erano usi fare sfilare il loro bestiame tra il fumo dei falò, per purificarlo dalle malattie e tenere lontana la cattiva sorte. La tradizione dei Fuochi di San Giovanni è diffusa in molti paesi d’Europa. Per esempio, a Pamplona, in Spagna, si raccolgono erbe aromatiche e le si mette a bruciare presso gli incroci. In Germania, in alcune zone rurali, si prepara una grande ruota infuocata e la si fa rotolare da una collina fino a valle, in direzione di un corso d’acqua. Se la ruota arriva all’acqua ancora accesa, viene preso come segno di buon auspicio, in caso contrario, la sorte non sarà favorevole. Nel Nord Africa, le tribù berbere accendono fuochi per propiziare il raccolto e sfilano attraverso il fumo per tenere lontane le malattie. Il mattino successivo, poi, le persone girano tre volte attorno alla cenere dei falò e  si cospargono il capo con la cenere per scacciare i mali.
Altri rituali della Notte di San Giovanni sono legati all’acqua, elemento lunare. In particolare, è la rugiada raccolta la mattina di San Giovanni ad avere proprietà purificatrici e taumaturgiche, oltre che favorire la fertilità. La raccolta della rugiada di San Giovanni avviene mettendo un panno tra l’erba la sera precedente e strizzarlo in un recipiente la mattina successiva. In alternativa, si pone un piccolo recipiente in una buca, coperto da un telo impermeabile fissato ai bordi della buca e con un foro proprio in corrispondenza dell’orlo del bicchiere. La rugiada, in questo modo, si deposita sul telo e confluisce direttamente nel contenitore. Un sistema più semplice ed immediato, infine, consiste nel trascinarsi dietro, al mattino presto, un lenzuolo o un batuffolo di cotone, lasciandoli inzuppare nella rugiada, che si raccoglie strizzandoli. All’uso della rugiada raccolta si attribuiscono proprietà terapeutiche, come quella di donare un vista migliore, guarire le malattie dei reni e come rimedio per l’infertilità. Legata alla magia della Notte di San Giovanni era anche la raccolta delle erbe, in particolare dell’iperico, noto anche come “erba di San Giovanni”. Si raccoglievano in questa notte anche l’artemisia, sacra alla dea Artemide, la verbena ed il ribes rosso, efficaci contro i malefici, il vischio, il sambuco, la lavanda, la mentuccia, il biancospino, il rosmarino ed il corbezzolo. Alcune di queste erbe, in qualità e quantità variabile a seconda delle tradizioni e dell’uso, servivano per preparare “l’acqua di San Giovanni”, efficace contro il malocchio, le malattie e la malasorte, ma anche elisir di bellezza per le donne. Acqua e piante della notte di San Giovanni sono utilizzate anche per esercitare diverse forme di divinazione. Quelle più famose e gettonate sono legate alla conoscenza dell’amore. Per esempio, le ragazze da marito che desideravano saperne di più sul loro futuro amoroso, la sera della vigilia del Solstizio, dovevano prendere un uovo e metterlo sulla finestra, esponendolo alla rugiada per tutta la notte. La mattina, si rompeva l’uovo in un bicchiere d’acqua e si interpretavano le forme composte dall’albume. In altri rituali simili potevano essere impiegati anche il piombo fuso, i cardi o le fave.
 
5– Il Nocino
La Notte di San Giovanni è intrinsecamente connessa alle noci. È proprio durante il Solstizio d’Estate, infatti che, secondo la tradizione, devono essere raccolte le noci per preparare il nocino, un liquore ottenuto dall’infusione in alcool dei malli delle noci ancora acerbe. Le origini di questo infuso, che era utilizzato per scopi divinatori e medicinali, rimangono incerte. Alcuni documenti romani riportano che i Britanni, la notte del Solstizio d’Estate, erano soliti celebrare alcuni riti legati alle messe e bere uno scuro liquore di noce da un calice collettivo. Successive fonti riportano che tra i francesi era in uso un  liqueur de brou de noix. Si pensa che proprio dalle regione francesi, il liquore di noci abbia fatto il suo ingresso in Italia, diffondendosi, grazie alle migrazioni ed alle tradizioni celtiche, nella zona dell’Emilia e, in particolare, nel modenese. Alla preparazione del nocino, tuttavia, sono ancora legati alcuni dei riti celtici e quelli legati alle streghe ed alla divinazione. Secondo la tradizione, infatti, le noci per preparare il liquore dovevano essere raccolte, la Notte di San Giovanni, dalla donna più esperta nella preparazione, che doveva salire a piedi nudi sull’albero del noce per staccare a mano i frutti migliore, senza intaccane la buccia. Per effettuare la raccolta e per radunare i frutti, non dovevano essere usati strumenti o contenitori in metallo. Le noci così raccolte dovevano, poi, essere esposte alla rugiada per tutta la notte ed essere messe in infusione il giorno successivo. (Per l’originale ricetta del Nocino vai alla sezione apposita delle ricette)
 
6 - Lo sapevate che…
*   L’olio ricavato dalle noci era noto, fin dall’antichità, per le sue proprietà terapeutiche. In particolare, per curare il verme solitario, placare le coliche renali e come ricostituente per malati,  bambini e anziani.
*   Durante la Messa di Natale, in Piemonte, le donne tenevano in mano una lampada nella quale bruciava olio di noci, che conservavano per curare le malattie degli occhi.
*   Contro la rabbia, nell’antichità, si preparava un impasto con olio di noci, cipolle e sale.
*  Una tradizione rurale dice che, ancora oggi, dormire all’ombra di un albero di noce causerebbe febbre e mal di testa. Si crede, inoltre, che le radici dell’albero possano penetrare nelle stalle e fare deperire il bestiame a causa delle sostanze tossiche emanate.
*    A differenza degli altri alberi, il noce non viene mai colpito dai fulmini, poiché le sostanze aromatiche contenute nelle foglie fresche creano scarsa conducibilità elettrica.
*   Nelle favole, le noci sono sempre citate come dispensatrici di tesori e sorprese positive. Per esempio, ne Il forno dei fratelli Grimm, una principessa riceve dalla regina dei rospi tre noci, che l’aiuteranno a conquistate l’amore di un bellissimo principe. Aprendo ognuna delle noci, infatti, appare uno splendido e prezioso abito. Nella favola di Andersen Mignolina, la piccola protagonista ha come culla un guscio di noce.
*   Sognare le noci è segno che si scoprirà qualcosa da utilizzare a proprio vantaggio.
*   In Sicilia si crede che tenere una noce in tasca preservi dalla malasorte, propiziando il successo e scongiurando le malattie. Nel XVII secolo, si credeva che le noci fossero in grado di curare le malattie mentali e le infermità a causa della loro forma simile alla testa umana. Il guscio, duro, era infatti simile alla calotta cranica, la pellicola interna le meningi, mentre il seme diviso in due parti ricordava la forma dell’encefalo.
*   La prima noce al mondo che vanta la denominazione di origine controllata è la Noce di Grenoble. È infatti, dal 1938, che la sua produzione viene tutelata da un rigido disciplinare. Ne esistono tre diverse varietà: la Fanquette, la Mayette e la Parisienne. La noce di Grenoble viene coltivata solo nei dipartimenti francesi di Isére, Drome e Savoie.
*   Nei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni è contenuta la storia del “miracolo delle noci”, raccontata da Fra Gandino, che incontra Lucia ed Agnese. Nella letteratura più recente, le noci sono descritte del best seller di B.Muriel L’eleganza del riccio, dove la portinaia Renée insegna alla piccola protagonista a stendere una tovaglia anche per mangiare una noce.
*   Cognomi come Noce, Noci o Del Noce sono diffusi nelle regioni italiane del Centro Sud e nella provincia di Brescia. In alcuni casi, Noce viene usato come nome proprio femminile. Per quanto riguarda, invece, la toponomastica, Noci è un comune in provincia di Bari, mentre Noce e una frazione di Zeri, comune in provincia di Massa Carrara. Lo stesso nome appartiene anche ad un affluente del fiume Adige.

Anno pubblicazione

2014 (NUOVA EDIZIONE)

Pagine

128

Formato

14x20 cm

ISBN

978-88-95412-73-3

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