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Voglio vivere così. Racconti e ricette del Mondo Piccolo
Rosalba Scaglioni

Voglio vivere così. Racconti e ricette del Mondo Piccolo Prezzo del libro 14,00
Voglio vivere così. Racconti e ricette del Mondo Piccolo Oppure scaricalo da

Prefazione di Marco Buticchi e Valerio Varesi

Il colorito scenario della Bassa

Sarà per il fatto che Rosalba Scaglioni è una cuoca provetta, sarà perché le sue storie contengono parecchi ingredienti come un buon piatto, sta di fatto che questa mini antologia mi suggerisce l’idea di un succulento impasto. Del resto parlare della Bassa, delle terre d’acque correnti e sospese, di filari di pioppi e campanili all’orizzonte, comporta sempre mischiare le carte di una partita che dura da secoli. I personaggi di Rosalba Scaglioni sembrano plasmati nell’argilla del Po quale veracissimo attestato di appartenenza a un territorio dove la cultura letteraria s’è incrociata con la cultura materiale diventando stile di vita. Si sa che i luoghi non sono più gli stessi dopo che sono stati descritti e resi fondale di storie narrate. Ogni autore aggiunge suggestioni e feconda l’immaginario lasciando il suo deposito fantastico come il grande fiume lascia il suo apporto di limo. Il rapporto tra il territorio e gli scrittori è uno scambio conoscitivo che non conserva immutate le cose. È come la luce che illumina e cambia il volto al paesaggio: la Bassa non è lo stesso mondo all’alba come al tramonto. Di questo colorito scenario fa parte l’universo del cibo che entra nei racconti come un sostrato a volte invisibile a volte protagonista. Ma come nei migliori impasti, non si impone col suo sapore e la sua palatabilità, bensì fa da corollario alle storie con discrezione diventando elemento anch’esso culturale più che ostentazione pantagruelica. In questo nel solco della nobile accezione di Piero Camporesi in cui la storia del nostro stare a tavola si libera dell’elemento meramente gastronomico per assurgere a identità culturale e segno di appartenenza. Niente di ciò che riguarda il cibo nella Bassa è semplice manifattura. Tutto è ammantato d’immaginario culturale, quello lasciato da una formidabile gènia di visionari che sono andati cantando storie tra le nebbie del grande fiume.
Valerio Varesi

Primo capitolo

Come sinfonia

La parte più difficile di scrivere una storia sta nel cominciarla.
Di racconti di donne ce ne sono tanti e tutti speciali, senza andare troppo lontano basterebbe parlare delle nostre mamme e delle nostre nonne perché sono i gesti di tutti i giorni, ripetuti sempre uguali e sempre diversi all’infinito, a fare la storia con la esse maiuscola.
Mi è sempre importato di più di conoscere da dove venivo piuttosto che sapere dove andavo e questa ricerca mi ha portato a scoprire straordinarie storie di quotidianità fatte di lacrime, di speranze, di sorrisi, d’amore, di goliardia e di dignità.
Vorrei raccontare la storia di una donna normale, di una donna della Bassa come ce ne sono tante, di quelle che non finiscono sulle pagine dei giornali, vissuta serenamente, che al tramonto ringraziava il Signore per ciò che le era stato dato e non si lamentava mai per quello che non aveva avuto.
Il “c’era una volta tanto tempo fa” lo farei iniziare nel 1948, l’anno della costituzione repubblicana, l’anno in cui l’Italia stava cominciando a risorgere dalle proprie ceneri, e come colonna sonora di questa favola metterei una sinfonia, una di quelle senza troppi crescendo, con qualche allegro ma con tanti adagio.
Davanti ad una casa incrostata ma dignitosa un uomo ed una donna stanno posando per il fotografo.
Lui è vestito in doppiopetto grigio con camicia e cravatta bianchi, lei ha un cappotto chiaro, calze velate, scarpe di vernice e una veletta; in mano ha un mazzo di fiori bianchi e si guardano negli occhi come se al mondo non ci fosse nient’altro. È la foto di un matrimonio d’ottobre, allora mica si guardava la bella stagione e il tempo giusto per i bei viaggi di nozze per sposarsi, bastavano due anime semplici. La foto verrà un po’ sfocata ma l’amore lo si vedrà lo stesso.
Da qui in avanti la vita.
Una lunga vita accompagnata dal suono di un flauto leggero che scorre in sottofondo come le acque del Po. Un figlio, il lavoro, la famiglia numerosa riunita nelle occasioni più importanti.
C’è ancora la donna con il capo coperto da un velo, in fila per una processione che tiene per mano il suo bimbo biondo e gli indica di guardare il fotografo. In testa alla fila c’è un ragazzino che porta una croce bianca dove in verticale sta scritto Zibello e in orizzontale Centro Fratina.
Quasi nessuno se le ricorda ma queste processioni erano le missioni, ogni gruppo di case aveva le sue, e si andava in giro a leggere il vangelo e a cantare ed era una occasione di riunione e di riflessione per gli adulti e di educazione e di svago per i più piccoli.
Fin qui tutto tanto normale da parere noioso direte voi e allora la favola dove sta?
Favola o forse romanzo è come si sono conosciuti quest’uomo e questa donna, lui alla macchia durante la seconda, sporca, guerra, costretto a dormire nei fienili tra la paglia, lei che nottetempo gli portava un po’ di minestra o quel poco che c’era.
La favola sta nell’arrivo in chiesa su una carrozza per festeggiare un anniversario invidiabile di matrimonio, ora sposi, genitori, nonni e infine bisnonni.
La favola sta nei piccoli e grandi lavori da falegname creati dal marito che bene o male chiunque di noi ha in casa, magari senza saperlo.
La favola sta nel ricordare quando si salivano quei tre o quattro gradini per andare nella bottega della moglie e si trovava tutto quello di cui si aveva bisogno per cucire, per rammendare, per sferruzzare.
La favola, che qui un po’ diventa leggenda, è quando si andava dalla donna col mal di stomaco e lei con una fettuccia bianca e degli strani movimenti esoterici te lo faceva passare.
La favola sta in un vaso di marmellata di prugne del 1974 nella sua dispensa ancora buona trentacinque anni dopo.
La favola sta nel quanto è durata la storia d’amore.
Ci saranno state anche cose brutte nella vita di questa donna ma nelle mie favole le cose brutte proprio non ci vogliono entrare.
Poi la favola torna realtà e la donna e l’uomo hanno un nome, lei si chiama Alba, lui si chiama Teore e non li si è quasi mai nominati l’uno senza l’altro.
Sono diventati un po’ i nonni di tutti, coi loro acciacchi, la loro macchina arancione fiammante, il prezzemolo già pulito per fare la salsa verde, la ricetta di strepitose frittelle di carnevale, al mercato sempre insieme.
Così come sono venuti insieme quel sabato mattina quando l’Alba doveva dirmi che le era piaciuto il mio libro di racconti.
È stato allora che ho iniziato a pensare di raccontare questa favola anche se il finale, che è difficile da scrivere così come l’inizio, me l’ha poi dettato l’Alba stessa quel pomeriggio dopo la messa, addormentadosi per sempre nella sua adorata chiesa, senza clamore, così come aveva vissuto.
E se uno pensa che con la morte le favole finiscano, io posso dire che non è vero poichè a distanza di un anno, si è compiuto un altro gesto d’amore immenso, perché pur di essere vicino per sempre alla sua consorte Teore si è fatto cremare per poter riposare in un’urna di fianco alla sua Alba.
La favola che ho raccontato è durata un po’ più di sessant’anni, ora avrà l’eternità.

Anno pubblicazione

2013

Pagine

190

Formato

14x20 cm

ISBN

978-88-6810-021-6

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